Smaltimento rifiuti stampanti

Sapevi che cartucce inkjet e laser, nastri, contenitori di toner, gruppi di sviluppo  e vaschette di recupero delle fotocopiatrici sono rifiuti speciali?     

 Li  butti nel cassonetto dei rifiuti ?   

  Nulla di più sbagliato. Non solo violi e infrangi le normative comunitarie ma contribuisci in prima persona al danneggiamento ambientale.                                  

 Nonostante l’avanzare delle tecnologie sembra impossibile rinunciare alla stampa dei documenti e quando la cartuccia finisce, o si getta oppure si ricarica.                   

 Secondo la normativa vigente, le cartucce per stampanti esaurite, sono considerate un rifiuto speciale non pericoloso e devono essere destinate ad appositi centri di raccolta.   

 Molte persone optano per  la loro rigenerazione . Rigenerare un supporto esausto, consiste nel riutilizzare la propria cartuccia,  mediante la consegna della stessa ad un centro di rigenerazione il quale provvede a riportarlo alle condizioni d’origine. In questo modo non solo si risparmia notevolmente ma si da una mano concreta all’ambiente mediante la minore immissione di ulteriori rifiuti.
Purtroppo viviamo in un’era dove il consumismo è divenuto sfrenato.  Questo, si ripercuote negativamente sull’ambiente. La “new economy”, nella sua corsa frenetica verso l’innovazione tecnologica si lascia dietro una massa di “rifiuti” costituiti da apparecchiature elettriche ed elettroniche invecchiate ed abbandonate dopo pochi anni.  Tonnellate di rifiuti che senza il giusto inquadramento, contribuiscono a inquinare il nostro pianeta.               Solo per i materiali consumabili le statistiche della Federinformatica e della Ecoqual’It, (consorzio volontario nazionale per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti prodotti dall’ICT) dicono che circa 60 milioni di cartucce toner per stampanti laser e fotocopiatrici e 500 milioni di cartucce per stampanti “a getto d’inchiostro” finiscono ogni anno in discarica senza nessun trattamento preventivo.
Sapete cosa succede al vecchio pc quando arriva il momento di sostituirlo con uno nuovo?
Di solito finisce in discarica, contribuendo a inquinare l’ambiente con le sostanze tossiche che contiene.
Eppure, molto spesso i suoi componenti potrebbero essere riutilizzati o bonificati.
Chi oggi compra un computer ,sa che domani il suo acquisto potrebbe già essere fuori produzione, contenere parti che si sono svalutate del 100%, non essere più in grado di supportare i nuovi software (dai giochi 3D alle piattaforme per l’ufficio) che si susseguono a ritmo sfrenato sui banchi dei negozi d’informatica.
Tutto questo ha un costo non solo per le tasche degli acquirenti, ma anche per il delicato equilibrio ambientale del pianeta.
Per ogni pc nuovo che si acquista, infatti, per ogni rincorsa al prodotto più potente, più alla moda, più raffinato tecnologicamente, ci sono macchine e componenti che invecchiano precocemente e quindi vengono candidati alla rottamazione.
Qual è il destino dei computer usati, i quali difficilmente sono stati realizzati con materiali compatibili con l’ambiente e che quindi contengono (o sono essi stessi) sostanze pericolose per l’ecosistema?
Si sta parlando di plastiche e metalli difficili da trattare, di polveri e gas tossici, di batterie, di oli, di parti in silicio, cadmio o altre sostante che richiedono solventi a loro volta di difficile gestione.
Il piombo, per esempio, presente nelle batterie e nei tubi catodici, può provocare il cancro.
Il cadmio è pericoloso per i reni, il mercurio, contenuto negli interruttori, può arrecare danni al cervello.
Le statistiche dicono che se ogni europeo riuscisse a recuperare dalla rottamazione dei computer usati almeno quattro chili di apparecchiature elettriche ed elettroniche all’anno, si risparmierebbe l’equivalente di 120 milioni di Gigajoule, pari a 2,8 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno, con un risparmio energetico del 60-80% rispetto all’utilizzo di materia vergine.
Sono dati e obiettivi fissati dalla direttiva europea sui rifiuti tecnologici, varata nel giugno del 2000, che si articola in due proposte:
– una relativa alle attrezzature elettriche ed elettroniche fuori uso: WEEE, ovvero Waste Electrical and Electronic Equipment
– e la seconda, chiamata RoHS (Restriction of the Use of Hazardous Substances), che prevede norme specifiche per il trattamento di sostanze tossiche derivate da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Nel frattempo, in Italia è ancora attiva la legge Ronchi, che cerca di sensibilizzare le amministrazioni comunali e i produttori di componenti informatiche a considerare, a partire dal processo di ideazione dei nuovi pc fino a quello di rottamazione computer usati, tutte le possibili situazioni per limitare al massimo l’impatto ambientale dovuto al ciclo di vita di questi prodotti.
Ma naturalmente non è sufficiente, e dunque oltre all’impegno delle aziende e delle istituzioni, diventa essenziale la nascita e lo sviluppo di società specializzate nel recupero, nello smistamento e nel riciclaggio di componenti derivate dalla dismissione di prodotti dell’informatica.
Oltre alle aziende produttrici di componenti informatiche esistono in Italia alcune società che si stanno specializzando nel recupero di vecchi pc e stampanti per poterne riciclare le parti ancora funzionanti e smaltire in forma ecologica, secondo le disposizioni delle leggi internazionali, le componenti a rischio per l’ambiente.
Oltre a questo, recuperano quei metalli (oro, argento, rame, ferro, alluminio) e quei materiali che possiedono un valore autonomo sul mercato del riciclo.
Il riciclaggio dei componenti elettronici, rappresenta un business per molte piccole e medie imprese.
La raccolta e il riciclo e non la semplice rottamazione dei computer usati, può consentire, inoltre, la donazione a chi altrimenti non avrebbe mai potuto accedere all’acquisto di un computer , basti pensare alle associazioni senza fini di lucro, agli enti di beneficenza, alle zone depresse e disagiate di molti paesi in via di sviluppo.
Il mondo è di tutti , trattiamolo con cura .

Lascia un commento