Personaggi e vicende dalla preistoria al Regno delle due Sicilie

 

2.1       I primi insediamenti

 

Tracce di insediamenti preistorici, venute alla luce nel secolo scorso, danno prova che la Penisola Sorrentina fu abitata fin dal Paleolitico. Infatti, piccoli gruppi di uomini di origine musteriana (Castaldi, 1968), appartenuti al misterioso popolo mediterraneo, riuscirono a vivere in un ambiente selvaggio ma rigoglioso, cacciando, raccogliendo frutti, e accampandosi in grotte naturali[1].  

Si suppone che l’agricoltura e l’allevamento, fossero praticati in penisola già nel Quarto-Terzo millennio a.C., anche se non possiamo sapere con certezza se furono gli indigeni stessi a praticarla o se altri popoli portarono dall’esterno questa nuova conoscenza[2].  Tra il 3000 e il 1000 a.C. gli studiosi ipotizzano l’arrivo nella nostra regione, così come in tutta l’area meridionale, degli Ausoni o Opici, popolo di stirpe indoeuropea[3] capace di allevare bestiame; anche di loro abbiamo poche tracce, per lo più oggetti di rame e vasellame di rozza fattura(Trombetta, 1986).

Successivamente, dall’ottavo al sesto secolo a.C., durante il periodo di colonizzazione greca, il territorio peninsulare alquanto impervio, non facilitò un insediamento stabile come si verificò nei più pianeggianti spazi di Cuma, Ischia e Partenope, anche se alcuni sostengano il contrario[4].  

Allo stesso modo gli Etruschi, che avevano esteso il loro dominio sino alla piana del Sele, tralasciarono la penisola a favore di località sulla costa del golfo di Salerno, presso Fratte e Pontecagnano.   La posizione geografica della penisola, protesa nel Basso Tirreno, era comunque all’epoca strategicamente importante, in quanto si interponeva fra le rotte commerciali più frequentate da questi due popoli.  Le imbarcazioni che navigavano in questa zona di mare, per svariati motivi sfruttavano le numerose insenature naturali presenti lungo la costa e, insediandosi stabilmente nei pressi di quell’approdo, creavano un punto di riferimento fisso.   È chiaro che anche non essendoci stata una colonizzazione sistematica dell’intero territorio, l’influenza culturale greca prima, ed etrusca poi, fu certamente assimilata dalla popolazione sorrentina; tutto ciò favorì la formazione di una cultura peculiare a carattere “misto” (Jalongo, 1993)[5].  

I recenti ritrovamenti archeologici, e anche altri più antichi ma non documentati in modo specifico, se non da racconti di contadini, relativamente all’oggettistica funeraria, confermano questa ipotesi.  Allo stesso modo toponimi di origine greca legati al mondo dell’agricoltura depongono a favore di una presenza stabile se pur limitata di questo popolo (Trombetta, 1983).

Nel quinto secolo a.C. l’espansione dei Sanniti in Campania coinvolse anche la Penisola Sorrentina e durante la dominazione osca, Sorrento acquista una ben definita entità politico-amministrativa (Pugliese Caratelli, 1990)[6]; è in quel periodo, infatti, che l’antico insediamento prende la forma di città vera, con la civitas, cioè il centro degli “affari”, e le mura fortificate.   Il resto del territorio peninsulare lo si può immaginare con insediamenti agricoli sparsi, come dimostrano i numerosi ritrovamenti di necropoli; probabilmente risale a quell’epoca anche un primo tipo di terrazzamento di piccole dimensioni per l’impianto della vite e dell’olivo, colture importate dalla Grecia. 

 Nonostante alcuni agrumi fossero già conosciuti nell’antica Grecia, come riportato in racconti mitologici e scritti scientifici, gli “aurei pomi”[7], pur rivestendo una collocazione marginale nella catena alimentare venivano coltivati per ornamento e per le proprietà terapeutiche[8] (De Angelis, 1996, p.19). 

Tali frutti, però, in epoca storica non fanno ancora parte della vera e propria flora peninsulare, ed essi non vengono coltivati in modo sistematico come la vite e l’olivo.   Alcune testimonianze palesi della conoscenza che si aveva di questi frutti, anche intorno all’anno zero, le troviamo osservando semplicemente qualche mosaico e qualche pittura di Ercolano e Pompei.[9]

 

 

2.2       La penisola al tempo dei Romani

 

La dominazione osca non fu assolutamente opprimente verso “l’antico popolo sorrentino”, anzi essa fu tale da permettere una facile integrazione con i più pacifici Ausoni, e i rapporti interni pare non abbiano subito mai incrinazioni degne di nota.

L’interesse di Roma verso i territori della Penisola Sorrentina inizia nel IV sec a.C., e nel III sec. a.C., dopo la sconfitta inflitta ai Sanniti, si concretizza in una vera e propria egemonia di carattere coloniale, poco gradita dai locali.  Risale, infatti, al 219 a.C. la partecipazione di Sorrento alla guerra sociale contro il potere centrale di Roma che, non avendo interessi per un guerra, non oppose grossa resistenza e riscattò Sorrento dalla sua condizione di colonia.  

Ottenuta la qualità di municipium (Jalongo, 1993, p. 169), Sorrento diventa cittadina romana ed aggregata alla tribù Menenia, infatti tutto “il territorio, già proprietà del tempio di Minerva, fu incamerato dalle autorità romane e, diviso in quote, fu assegnato a dei coloni” (Trombetta, 1986)[10].  

Il fenomeno della spartizione dei territori avvenne probabilmente due volte (Jalongo, 1993), la prima sembra attribuibile a Silla, la seconda ad Augusto.   L’insediamento dei coloni, che continuarono a coltivare con tecniche greco-fenice, contribuì sicuramente a determinare la condizione ancora attuale della frammentata proprietà fondiaria della penisola e, come vedremo in seguito, tale aspetto si rivelerà fra le cause della crisi dell’agricoltura sorrentina, fin dagli anni ’50 del secolo XX.

Durante la pax augustea tutta la penisola divenne preferita località residenziale e, come dimostrano i numerosi ritrovamenti di ville patrizie sul territorio (Jalongo, 1993, p. 170)[11], inizia un periodo florido per la villeggiatura di lusso che si protrarrà fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.).

 

 

2.3       Il ducato di Sorrento, i normanni e Ferdinando d’Aragona

 

Nel IV secolo Sorrento, nonostante passi sotto il controllo dell’impero bizantino, rimane un importante centro politico e amministrativo, è infatti “capoluogo” di un vasto territorio che si estende dal “Capo Minerva” al fiume Sarno; la città fa parte del ducato di Napoli, ciò nonostante riesce a conservare un assetto abbastanza indipendente rispetto all’autorità centrale. Nei rapporti con le aree limitrofe – Piana Sorrentina e Massa publica – essa rappresenta l’epicentro degli interessi economici e delle attività commerciali.

Al declino e alla caduta dell’Impero consegue un generale impoverimento della Penisola Sorrentina: le lussuose ville vengono abbandonate e saccheggiate, decade lentamente la ricchezza economica e culturale che si era creata e, in particolare, si riduce il florido commercio di prodotti agricoli che si era istaurato con Pompei e con l’antica Napoli. (Trombetta, 1986)[12]

Restano scarse le notizie storiche relative al periodo dell’alto Medioevo, tuttavia una ricostruzione è possibile anche grazie alle leggende tramandate oralmente nei secoli.

Nonostante la barriera naturale costituita dal monte Faito, varie furono le incursioni barbariche via terra da parte dei Goti e dei Longobardi, che comunque non riuscirono ad influenzare con la loro cultura la forte tradizione greco-romana. Intorno alla metà del IX secolo risalgono i documenti che provano l’esistenza di rapporti giuridici fra la città di Sorrento e il duca longobardo Sicardo, infatti l’invasione militare capeggiata da quest’ultimo, si concluse con la ritirata dello stesso e con la stipula del trattato “Chronicon Cavense”. 

Vari dubbi sono sorti in merito l’autenticità di tale documento – opera pubblicata dal conclamato falsario Pratilli – che comunque non pregiudicano l’autenticità dell’avvenimento, infatti la stessa vicenda, traslata solo di pochi anni, è narrata dall’anonimo autore della “Vita S. Antonini abbatis” che scriveva dell’avvenimento verso la fine di quel secolo, attribuendo l’inaspettata resa del duca Sicardo all’intercessione del Santo (Trombetta, 1986, p.57).   Finisce, con la morte di Sicardo la breve apparizione dei Longobardi in Penisola Sorrentina; ancora una volta l’impervio territorio, la sagacia dei suoi abitanti e le mura fortificate della civitas scoraggiarono invasori poco organizzati.

In questo stesso periodo cominciano, sulle coste meridionali, le incursioni piratesche ad opera dei Saraceni e i saccheggi delle “marine sorrentine”, molto spesso, costringono la popolazione a spostarsi in collina, determinando di conseguenza l’accrescimento della superficie destinata all’agricoltura.

  Sul versante Sud, infatti, possiamo notare ancora oggi che molti comuni o frazioni sono posizionati in alto e proprio in corrispondenza, degli antichi borghi marinari.

Il Ducato di Sorrento,  tranne la breve dominazione dei Longobardi, resta pressoché autonomo fino al 1135, anno intorno al quale, a causa dell’invasione dei Normanni, avviene la caduta dell’Impero Bizantino in tutto il meridione d’Italia (Jalongo, 1993, p. 174).    

Durante il XII secolo l’intero territorio sorrentino è sottomesso alla monarchia normanna e, privato dell’antica autonomia, che aveva caratterizzato gli anni del Ducato, diventa università, ovvero un’entità amministrativa e territoriale facente parte dell’ordinamento centralizzato del Regnum Siciliae.   

Conseguentemente alla conquista normanna si ridimensiona il “potere d’azione” di Sorrento, ovvero si riduce il territorio di pertinenza di cui il “vecchio Ducato” disponeva;  in questo periodo la “provincia sorrentina” si estende dal Monte Faito alla Punta Campanella e comprende tre regioni geografiche separate da confini naturali: la regione equense, la città di Sorrento ed il Piano, la regione lubrense.   Possiamo affermare che i Normanni compresero, in maniera razionale e concreta, la necessità di una tale suddivisione, considerando la formazione naturale dei luoghi. 

Tuttavia, anche in questo nuovo scenario, la città di Sorrento continua a svolgere l’antico ruolo di località più importante di tutto il territorio peninsulare e in essa si rileva anche una ripresa economica e una fiorente attività cantieristica. Risalgono a quest’epoca le prime controversie di natura fiscale fra il municipium di Sorrento e le popolazioni limitrofe del Piano e della Massa Publica, queste ultime erano costrette, a causa di antiche forme di vassallaggio, a pagare esosi tributi ai nobili e al clero sorrentino (Jalongo, 1933, p. 178).

Nel 1191 alla monarchia normanna subentra quella sveva e proprio in questo periodo, a causa delle controversie politico-dinastiche delle monarchie regnanti e grazie alla nascita dei comuni in altre zone d’Italia, la spinta indipendentista in Penisola Sorrentina diventa più incisiva, così i rapporti con la Corona Sveva risulteranno caratterizzati da numerose controversie, che coinvolgeranno le popolazioni peninsulari.   Di questo periodo della storia non sono pervenute molte notizie, sappiamo che “in tutto questo tempo […] Sorrento era una città popolosa con belle case e ricca di prodotti agricoli e di alberi, e con una flotta di navi mercantili e con un cantiere per ripararle e costruirne delle nuove” (Al-Edrisi).

Nel 1267 l’intero territorio viene conquistato dagli Angioini ed entra a far parte del Regno di Napoli, ma la situazione interna non migliora, anzi “a causa delle angherie dei nobili sorrentini[13], […] le controversie interne si acuirono” (Jalongo, 1993, p.179).  

Nel giugno del 1284, durante una battaglia davanti alle coste di Napoli, i Sorrentini tradiscono Carlo d’Angiò  e attaccano, al fianco degli Aragonesi, la città di Vico distruggendola; vengono poi puniti dal Re e costretti a pagare i danni (Trombetta 1989).  Negli anni a seguire le guerre dinastiche non terminano e il Regno Angioino perde sempre più il controllo della situazione.

Durante la prima metà del XV secolo, i territori della Penisola Sorrentina divengono oggetto delle mire espansionistiche degli Aragonesi, i quali nel 1441, durante l’assedio di Napoli, sottomettono Vico, Massa e dopo un anno Sorrento.   Durante il conflitto, gli abitanti della Penisola restarono fedeli agli Angioini rifornendo, di notte e con le loro barche, la roccaforte di Renato d’Angiò, provocando un protrarsi delle ostilità poco gradito agli Spagnoli che, costretti dalla particolare situazione, occuparono anche la Penisola Sorrentina.

Divenuto re Alfonso d’Aragona ritorna la pace nel riunificato Regno delle due Sicilie[14] e alla sua morte, il figlio Ferrante sale sul trono del  Regno di Napoli, mentre il fratello Giovanni su quello del Regno di Sicilia. Questa divisione rivitalizza le rivendicazioni al trono da parte di Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, tant’è che si assiste ad un riavvicinamento delle truppe angioine al territorio napoletano, il che fomenta nuovamente le rivolte nel territorio peninsulare.   Alla morte di Ferrante, varie vicissitudini portarono nuovamente i Francesi sul Regno di Napoli e quindi anche al governo della Penisola Sorrentina (Trombetta, 1986).   Tale situazione d’instabilità politica, legata all’alternanza di diverse dominazioni, durerà ancora per molti anni e ciò a discapito della crescita economica e demografica di tutto il territorio.   Basti ricordare la distruzione “punitiva” della cittadella di Massa che, insieme a Vico e Sorrento, si ribellò ai Catalani (1465); tale episodio porterà, però, a una trasformazione del territorio lubrense e ad una migliore ripartizione delle terre coltivate[15] (Jalongo, 1993, p. 181).

 

 

 

 

2.4       L’età vicereale

 

La Penisola Sorrentina entra a far parte del Viceregno spagnolo in seguito alla vittoria di Carlo V nella successione al regno di Napoli (1518).   Inizia allora la cosiddetta epoca vicereale (Fasulo, 1906, p.72), ovvero “un lungo periodo travagliato da svariati problemi interni: quelli amministrativi, causati dalle difficoltà del potere centrale nel controllo e nella gestione dei territori sottomessi; quelli fiscali, legati alla necessità di organizzare efficacemente il sistema delle imposte per far fronte alle esigenze finanziarie del governo; quelli sociali, derivanti dal malcontento diffuso tra la popolazione a causa del gravoso e sproporzionato regime fiscale imposto dai nuovi dinasti” (Jalongo, 1993, p. 184).

Dopo pochi anni dall’instaurazione del Viceregno, Carlo V affronta una nuova guerra contro Francesco I re di Francia; quest’ultimo, però, stringe alleanza con l’imperatore ottomano Solimano II, il quale invia da Costantinopoli molte navi di soldati Turchi, “capaci di far mutare lo scenario politico-militare del Regno di Napoli e causare gravi momenti critici a tutta la popolazione” (Trombetta, 1986).

In seguito ad alcune incursioni dei “saraceni” in Calabria, il Vicerè ordinava al Governatore di Sorrento di fortificare la città e, per ristrutturare l’antica cinta di mura “sannitte”, di avvalersi dell’aiuto dei pianesi, questi ultimi colsero l’opportunità per chiedere l’indipendenza in cambio delle prestazioni svolte, ma il Governo della cittadina non accettò, non potendo lasciarsi scappare un territorio così ricco come quello della Piana Sorrentina[16].

Assai ricorrenti sono, in questo periodo, gli “infeudamenti”, con questo espediente il Governo Spagnolo riesce ad incamerare risorse finanziarie, vendendo al  ricco nobile di turno grossi appezzamenti di terreno demaniale o, addirittura, interi territori comunali.  L’indipendenza di una terra, in tal caso, poteva essere conservata  o riacquistata, pagando allo Stato la somma richiesta. Emblematiche a questo proposito le vicende di Massa Lubrense che, dopo essere stata venduta ad un conte, mossa da una decisa aspirazione autonomista dei suoi abitanti, si riscattò proprio con il contributo della popolazione; anche Vico Equense, con tutto il suo territorio, fu venduta ad un barone, ma non riuscì a rendersi indipendente. 

Sorrento e la sua penisola risultano concesse in feudo sia dalla dinastia angioina che aragonese; infatti “i feudatari appartennero tutti, con la sola eccezione di Giordano Colonna, alla dinastia pro tempore regnante.   Per cui si può tranquillamente affermare che, nella realtà delle cose, Sorrento fu sempre, anche quando era infeudata, una città regia, perché i suoi titolari, essendo membri della dinastia regnante, non prendevano […] una decisione senza il beneplacito, espresso o tacito, del sovrano” (Trombetta, 1996, pp. 204-205).  

Il Piano viene riscattato proprio dalla città di Sorrento, che “appunto aspirava a ricavare vantaggi economici attraverso il controllo di questa vasta e prospera regione” […]. “Spina dorsale dell’economia era l’attività agricola, altamente redditizia e basata sulla coltivazione intensiva di olivi, viti, alberi da frutto tra cui noci, fichi e gelso”[17].; l’albero del gelso è inoltre idoneo alla coltivazione del baco da seta, proprio per la buona filatura di questa stoffa, Sorrento diventerà molto famosa nel Settecento (Guida, 1979).  

Completata la fortificazione della città, i sorrentini si sentono al sicuro, tanto che rifiutano l’invio di duecento soldati spagnoli, che il vicerè Giovanni Manriquez de Lara aveva disposto per la difesa della città, essi ricusando quell’aiuto “preferirono un danno incerto, qual era quello di un eventuale assalto Turco, ad un male certo che la presenza di quei soldati avrebbe loro causato, sia per il loro mantenimento e sia, ancor più per i soprusi di ogni genere di manzoniana memoria, che avrebbero subiti” (Trombetta, 1986, p. 96); purtroppo le conseguenze di quella scelta saranno “assai tragiche”.

Il 13 giugno è tristemente ricordato per l’invasione dei Turchi a Massa Lubrense e a Sorrento, con la rovina totale delle due città.   Quella notte, una parte della flotta nemica al comando di Pyaly Mustafà, sbarca alla Marina del Cantone a Massa Lubrense, nel golfo di Salerno; gli ottomani, agevolati dalla mancanza di mura, penetrano con facilità nei casali e nella cittadina, dove compiono una strage immane, facendo più di 1500 prigionieri con relativo saccheggio delle case.

Il resto della flotta aggira Punta Campanella ed entra nel golfo di Napoli, arrivando prima dell’alba nei pressi della Marina Grande di Sorrento; in un primo momento, a causa dell’altezza del costone, gli invasori non osavano scendere a terra, “[…] ma si dice che uno schiavo di un cavaliere della famiglia Correale si fece vedere da un’altura e chiamò i Turchi suoi connazionali, incoraggiandoli a sbarcare; e si vuole ancora che questo stesso schiavo gli aprì la porta della marina, […] dalle colline vicine discendevano i “Saraceni”  ch’erano sbarcati sul versante meridionale (Maldacea, 1843).  

La flotta turca era forte di centoventi vele e si impadronisce facilmente della città; i pirati, in una sola giornata, uccidono un numero considerevole di persone, mentre ne catturano diverse altre.

La grave e continua minaccia turca, incombente sulla popolazione e soprattutto sugli equipaggi, non di rado vittime di assalti in mare, non poteva lasciare indifferente la popolazione sorrentina, che dal mare traeva il suo principale sostentamento.  Inoltre, il riscatto dei prigionieri era molto oneroso ed era reso ancora più pesante e difficoltoso dalla necessità di doversi sobbarcare un viaggio pericoloso per poter andare a trattare coi turchi, coi maghrebini o con i loro emissari sparsi per il Mediterraneo; per tale motivo non mancarono in penisola iniziative per la liberazione degli sventurati finiti in mano pirata.

Ed è proprio a causa di questa esigenza che vengono creati i cosiddetti Monti per la liberazione dei marinai schiavi.   Agli iscritti di tali associazioni: equipaggi, capitani, armatori, sono stornate somme in proporzione ai guadagni, poi accantonate per far fronte al pagamento degli esosi riscatti, altrimenti non sostenibile dai soli familiari della vittima.

Questo sistema rappresentava, per la gente di mare, una forma assicurativa contro il rischio di schiavitù; in un’epoca in cui i concetti di previdenza e mutualità marinara erano tutt’altro che diffusi, in Penisola Sorrentina, in modo particolare a Meta, già si organizzavano questo tipo di attività (Starita, 1979).         

Anche provvedimenti per la difesa attiva del territorio vengono attuati:  “Nel 1564 aveva inizio la costruzione delle torri di avvistamento a difesa della costa sorrentina, nell’ambito di un piano generale che interessava tutta la costa tirrenica fino alla Calabria.  Le torri dovevano essere innalzate in quei punti della costa indicati dai regi ingegneri, con l’obbligo che ciascuna fosse in vista con l’altra, onde costituire nel loro insieme un’unica ed ininterrotta serie di fortificazioni”. Solitamente questo tipo di torri vicereali (aventi prevalentemente la forma di una piramide tronca su base quadrata) “era stata concepita in funzione dell’uso delle armi da fuoco e della possibilità di ospitare in caso di necessità numerose persone[18].   Le torri erano guardate da alcuni militi, detti cavallari, perché ove la costa lo permetteva, erano forniti di cavalli.  Questi militi a Massa, si trovano costantemente citati con il nome di torrieri” (Jalongo, 1993 p. 186).

Conclusasi intanto la tragedia sorrentina, segue un secolo senza grossi sconvolgimenti politici,  il vicerè Filippo IV si cura poco degli affari del regno e sono i nobili spagnoli a gestirne praticamente il controllo, alcuni di essi stringono contatti con la nobiltà sorrentina[19].

Il 7 Luglio 1647 è ricordato a causa della rivolta di Masaniello che riuscì ad  opporsi al regime tributario tartassante (gabella sulla “frutta fresca”) del Duca D’Arcos vicerè di Napoli, nel novembre dello stesso anno, i popolani, temendo di vedersi togliere le concessioni ottenute, ripresero a tumultuare e chiesero l’aiuto della Francia; Enrico II di Lorena, duca di Guisa, al comando di trenta navi, e con l’aiuto della plebe, proclamò la Repubblica Napoletana e scacciò in provincia la corte spagnola (Ibidem).

In Penisola Sorrentina le condizioni economiche continuarono ad aggravarsi ed il malcontento fra i “popolani” si diffondeva  con maggiore rapidità rispetto al passato, la crescita del livello culturale medio creò, infatti, una nuova consapevolezza ed i “tumulti” di Napoli furono compresi in pieno anche dalle classi meno abbienti[20]. All’interno della  civitas i nobili, consapevoli di essere odiati dagli abitanti extra-moenia, stringevano amicizia con i catalani in esilio, mentre i popolani del Piano e del territorio di Massa si organizzavano per una vera e propria rivolta. Questi ultimi, infine, mossero verso Sorrento chiedendo ai nobili ed al clero la remissione dei debiti, ma il governatore chiuse le porte della città, evitando così il conflitto[21].

“La crisi economico-sociale, gli antichi privilegi dei Sorrentini e le frequenti controversie per ragioni amministrative” fanno comprendere perché la rivolta di Masaniello abbia avuto immediate ripercussioni sulla Penisola Sorrentina e perché i “popolani del Piano e di Massa abbiano partecipato al generale movimento antispagnolo.  L’episodio si riserva infatti nel quadro più vasto di quella guerra contadina che, secondo il giudizio del Villari, fu la rivolta antispagnola a Napoli” (Jalongo, 1993, p. 187)[22].

Caduta intanto l’effimera Repubblica Napoletana, la Corona di Spagna riprende la dominazione del Regno e la restaurazione politica non trova alcun ostacolo.

 

 

2.5       Il periodo borbonico

 

Nell’ultimo anno del XVIII secolo muore Carlo II di Spagna[23], che, non avendo avuto figli naturali, designò come erede al trono Filippo d’Angiò.   Il nuovo regnante fu privato del regno nel 1707; intanto l’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore di Germania Leopoldo I, “arrivò con un esercito nel napoletano senza incontrare resistenza alcuna”; inizia, così, la breve dominazione della casata degli Asburgo.

Nel 1734, “don Carlos, figlio di quel Filippo V di Spagna arrivò nell’Italia meridionale e la conquistò senza incontrare serie difficoltà, e per la rinunzia del padre al nuovo regno, fu acclamato re delle due Sicilie”, risale a questa data l’esordio della lunga dominazione borbonica nell’Italia meridionale.

Don Carlos di Borbone (Carlo III di Spagna), successivamente lascia il trono di Napoli al suo terzogenito Ferdinando, allora fanciullo di soli nove anni, quest’ultimo regna pacificamente fino all’invasione francese del 1798.

Durante i pochi mesi di questa dominazione, anche la Penisola Sorrentina viene pervasa dalle idee liberali della Rivoluzione e le nuove amministrazioni sorgono ispirate da principi egalitari; anche le nuove tecniche agricole, conosciute da tempo in Francia, apportano notevoli vantaggi all’economia (Cameron, 1993, p. 262).   Ferdinando IV di Borbone, già alleato degli inglesi nella guerra contro Napoleone e forte di un esercito rastrellato nelle campagne[24], in poco tempo ripristina l’ordine nel regno ed impone ai sorrentini “infedeli” l’obbedienza (Jalongo, 1993, p. 190).

“Il due agosto 1806 il governo di Giuseppe Bonaparte, che si era installato a Napoli al seguito dell’esercito napoleonico, abolì, con una sola legge, la feudalità del Regno di Napoli.  D’un colpo, l’intera giurisdizione che per secoli aveva attribuito ai baroni un potere quasi assoluto su uomini, terre, castelli, città, fiumi, strade, mulini venne cancellata.  In virtù di essa i feudatari, privati degli antichi diritti speciali sulle popolazioni, furono trasformati in semplici proprietari dei loro possedimenti, mentre tutte le altre realtà territoriali, non più sottoposte a usi o a prerogative particolari, vennero a cadere sotto la legge comune del nuovo stato” (Bevilacqua, 1993).    Ha inizio il “decennio francese” e anche la Penisola Sorrentina viene investita dalle radicali trasformazioni del sistema amministrativo e di controllo predisposte dall’impero francese, i cui effetti benefici fanno registrare immediati ed il miglioramenti nell’economia, mentre cresce di importanza la cantieristica navale commercio marittimo[25] (Guida, 1979).   Il cambiamento radicale dei rapporti tra Sorrento ed il Piano è inevitabile, le aspirazioni autonomistiche dei “pianesi” questa volta non possono essere disattese e le richieste per la loro totale indipendenza vengono accolte senza alcun ostacolo.  “Nel 1808 fu decretata la definitiva separazione amministrativa del Piano da Sorrento e fu costituito il municipio di Piano, suddiviso nei cinque terzieri di Meta, S. Agostino, Carotto, Angora, e Maiano” (Jalongo, 1993). Nello stesso anno Giuseppe Bonaparte, volendo rendere omaggio alla città di Torquato Tasso, diede inizio alla progettazione di una strada rotabile che avrebbe dovuto collegare Castellammare a Sorrento[26] (Trombetta, 1993, p. 25).

Grazie alla nuova politica di questo decennio si registrano molti progressi, infatto, anche l’istruzione pubblica viene resa più accessibile e vengono potenziate le scuole nautiche di Piano e Meta, istituiti i catasti “provvisori” di Vico Equense, Piano, Sorrento e Massa Lubrense e, grazie a tale sistema di controllo, si pianifica al meglio l’attività agricola sul territorio.  “I documenti catastali consentono di delineare con maggiore precisione le aree colturali del paesaggio agrario della Penisola Sorrentina […] è stato possibile ricostruire l’estensione delle aree destinate alle diverse colture, in percentuale, rispetto alla superficie territoriale” (Jalongo, 1993).

Il terzo ritorno dei Borboni, che avviene nel 1815 con Ferdinando IV, che riconquista il trono e prende il titolo di Ferdinando I,  trova perciò la riviera sorrentina prospera come forse non lo era stata da secoli e già avviata a conquistarsi quella fama turistica che conserva tutt’oggi.

Intanto il concordato del 1818 aggregava a quella di Sorrento le diocesi di Vico e Massa; Meta si staccava da Piano e veniva eretta anch’essa in comune autonomo nel 1819 (Trombetta, 1993, p. 25).

I diversi comuni che si erano così formati avvertivano l’esigenza di una rotabile che li ponesse in collegamento tra loro; per cui, morto Ferdinando I, nel 1825, si ricominciò a parlare della strada carrozzabile, ma il successore al trono Francesco I di Borbone incontrò notevoli difficoltà e non avviò il progetto.  Succedutogli però nel 1831 il figlio Ferdinando II, “giovane e pieno d’iniziativa, quella strada, che per le molteplici difficoltà di ordine tecnico e per le spese molto elevate, che la sua costruzione richiedeva, sembrava che non si dovesse mai fare, trovò finalmente in meno di un decennio il suo compimento.”

Il 12 marzo del 1832 veniva dato inizio alla costruzione del nuovo tracciato della strada carrozzabile tra Castellammare di Stabia e Sorrento, che, aperta ufficialmente nel 1841, dotava finalmente la penisola di comunicazioni terrestri veloci con Napoli (Trombetta, 1993, p. 23).

I vantaggi della repentina trasformazione territoriale furono immediati per i commercianti i quali, non più costretti a sobbarcarsi costosi imbarchi via mare o insidiosi viaggi su per la mulattiera di Alberi, riuscirono a trarre benefici economici, rendendo nel contempo il prodotto sorrentino più concorrenziale sul mercato napoletano.  Pertanto, l’aumento della domanda dei prodotti agricoli della Penisola Sorrentina, incoraggiò ulteriormente la diffusione di colture specializzate per il consumo a breve termine, quindi non solo più vino ed olio ma agrumi e frutti in genere; la costruzione della nuova via fu uno degli elementi fondamentali che concorsero allo sviluppo dell’agrumicoltura nel secolo XIX, di cui tratteremo ampiamente nel prossimo capitolo.

 

 



[1] Altra prova fondamentale sull’esistenza dei popoli mediterranei l’abbiamo grazie ad alcuni toponimi della loro antica lingua, ancora presenti nella toponomastica della Penisola Sorrentina. Ricordiamo la parola “tauro”, cioè monte, che viene usata spesso per indicare la località più alta in una determinate zona (Tore, Monte Auro, Madonna del Lauro).  

[2] Un gigantesco asteroide, caduto tra il Tigri e l’Eufrate nel 2300 a.C., avrebbe causato una catastrofe ambientale e provocato la fine misteriosa della civiltà dell’età del bronzo antico. La crisi ecologica che colpì successivamente i territori circostanti, nel raggio di varie migliaia di km, costrinse gli abitanti ad emigrare verso terre meno aride. “Da una recente scoperta di Sharad Master dell’università di Witwatersrand di Johannesburg”. 

[3] Pareri contrastanti sull’origine degli Ausoni. “Il territorio sorrentino era abitato, in quel periodo, da popolazioni indigene di stirpe italica, probabilmente gli Ausoni.”

[4] Pareri favorevoli all’origine ellenica di Sorrento sono riscontrabili dagli studi etimologici del Giargiulli e del Mons. Trombetta, che dimostrano l’origine greca di alcuni toponimi della Penisola Sorrentina

[5] Alcuni studi più recenti attribuiscono la fondazione di Sorrento ai Greci, lo stesso nome della città, secondo il parere di Paola Zancani, deriverebbe dalla traduzione in greco della parola “concorro” o “scorro insieme”, in riferimento al fatto che il centro antico è situato nella biforcazione del “Vallone dei mulini”. 

[6] La città fortificata di Sorrento apparteneva alla Lega Nocerina di cinque città osche, era quindi una sorta di capoluogo.

[7] “In un’isola dell’Oceano è un giardino dove le Esperidi dall’amabile canto custodiscono i pomi d’oro…si narra che all’epoca delle nozze di Zeus ed Era, la terra avesse fatto nascere l’albero con quei frutti meravigliosi e di essi avesse fatto dono ai sommi numi”.

[8] “Teofrasto, filosofo greco, nato in Efeso di Lesbo nel 372 a.c., autore di due grandi opere di botanica, in dieci libri, riferisce che ai suoi tempi gli agrumi, già noti da tre generazioni, erano coltivati in vaso; i frutti chiamati Melon medicon o Melon persicon, non si usavano né come alimento né a preparare bevande, ma erano molto apprezzati per il loro odore; se ne faceva uso medico contro il cattivo alito ed anche per preservare gli indumenti di lana dalle tignole.”

[9] Mosaico n.9994 (Museo Naz. Napoli)

[10] Dalla traduzione di un brano del “Liber coloniarum”, il documento che attesta il riconoscimento dei diritti e della cittadinanza romana, siamo certi dell’avvenuta spartizione dell’intero territorio, compreso quello sireniano (Massalubrense), e che al municipium fu dato il nome di “Sorrentum oppidum” cioè Sorrento città fortificata.

[11] Per un dettagliato elenco di sedici ville maritimae in Penisola Sorrentina.

[12] Molto famosa era, in tutto il mondo Greco e Romano, l’industria del vino di Sorrento.

[13] Gli abitanti del Piano dovevano pagare forti gabelle, anche sulla frutta fresca.

[14] Il Regno di Napoli viene nuovamente unificato a quello di Sicilia, era stato spezzato più di un secolo prima a causa della rivolta siciliana del 1282.

[15] Dopo la distruzione della vecchia cittadina gli abitanti di Massa cambiarono l’assetto urbanistico, infatti, coltivando territori più fertili, favorirono i presupposti che portarono alla crescita demografica nei secoli successivi.

 

[16] Questa fortificazione è in parte ben conservata.

[17] Il Piano costituiva la regione più attiva della Penisola Sorrentina e, proprio per questo era soggetto degli interessi dei ceti nobili e terrieri di Sorrento.

[18] Il Fai ha reso visitabile la torre di Montalto restaurata (presso Jeranto) dal 01/06/02.

[19] Nel 1559 vi fu la pace fra Spagna e Francia e Filippo II riconosciuto nuovamente Vicerè, alla sua morte gli succedette il figlio terzogenito Filippo (III) dal quale nacque Filippo IV.    

[20] ” Si verifica soprattutto nella regione lubrense, una sorta di risorgimento culturale incentivato dall’attività del Collegio dei Gesuiti a Guarazzano (…) furono costruite scuole di Grammatica e di Humanità; e una scuola di “Casi di Coscienza” alla quale interveniva tutto il clero massese”.

[21] “Apparso il duca di Guisa sulla scena politica napoletana (…) nella nostra terra, dove egli mandò come governatore l’avventuriero genovese don Giovanni Grillo”. Stabilitosi a Massa, suo quartiere generale per le operazioni militari, radunò più di quattromila persone e strinse d’assedio Sorrento. “Ma i sorrentini, guidati dal vecchio ed abile generale Alfonso Filomarino, e sostenuti pure con rinforzi di soldati spagnoli…si difesero validamente, finché (…) dispersero gli assedianti e liberarono la città.

[22] Oltre a questa ottima sintesi, l’autrice ci riporta la testimonianza dello storico Molegnano il quale così si esprime: “Sorrento era abitata da non più di cinquecento famiglie e lo spazio urbano era in gran parte occupato da giardini coltivati. Circondata da valloni e protetta da dalla parte del mare dall’altezza della costa, la città era difesa da una nuova cinta di mura…La dolcezza del clima attraeva molti dalle vicine parti (…) La contrada era abbondantissima d’ogni sorte di frutti e vi era copia grande di lemoni di cedri e di melangoli. I vini… Le principali attività economiche erano l’agricoltura, l’llevamento del bestiame, la pescaggione, l’arte del navicare, l’attività venatoria (con il commercio delle prede) e l’opra della seta.  

[23] Figlio di Filippo IV salì al trono all’età di quattro anni in seguito alla morte del padre nel 1665.

[24] Ferdinando di Borbone “imponeva una leva di combattenti in tutti i territori del Regno, compreso le Università di Vico, Sorrento e Massa Lubrense”. Questa sottrazione di forza lavoro fu la causa scatenante del cosiddetto brigantaggio pre-unitario, che però non interessò il nostro territorio.  

[25] La migliore marineria meridionale, secondo le affermazioni del Galanti, “era quella delle località del golfo di Napoli e di Salerno”. .

[26] L’idea di una strada carrozzabile era stata fino ad allora trascurata dai sorrentini, anche dopo la caduta di G. Bonaparte…”tuttavia l’idea non cadde, sebbene già prima di allora,…essa aveva incontrato l’opposizione di molti sorrentini, specie tra gli appartenenti alla nobiltà, timorosi di perdere la propria quiete per l’accorrere mediante quella strada di molti forestieri nella loro città, i quali con il loro conportamento avrebbero dato loro […] molta soggezione”.  

 

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