L’esodo dalle campagne e la desertificazione dello spazio

 

4.1       La nuova struttura sociale e territoriale, l’agricoltore figura marginale

 

A partire dal 1950, in uno scenario di rinascita economica generale, si ricominciava a porre attenzione sul problema del Mezzogiorno.   

Nel Nord del paese la proprietà agricola era di media grandezza ed equamente  distribuita fra molti “contadini” imprenditori i quali, grazie alle condizioni favorevoli dell’ambiente esterno e alla capacità di organizzare il lavoro, favorirono un rapido sviluppo del settore primario.    Tale sviluppo fu determinante per la ripresa di tutta l’economia del Settentrione e, in tutti i settori, le imprese riuscirono a cogliere le nuove opportunità di sviluppo dettate dai crescenti bisogni indotti della nuova economia, la famiglia italiana media, superate le ristrettezze del fascismo, si stava ormai “occidentalizzando” a tutti gli effetti. (Spesso, 1987).

In pochi anni la dinamica produttiva delle regioni settentrionali portò una grossa crescita e trainò tutto il Paese verso il boom economico degli anni ’60.

Nel Meridione d’Italia il reddito pro capite era appena il 40% rispetto a quello settentrionale, la mancanza di medie e grandi imprese di tipo capitalistico e, soprattutto la diversa struttura sociale e territoriale, non determinarono condizioni favorevoli allo sviluppo industriale e agricolo[1] (Formica, 1979, p. 7).   

La maggior parte della proprietà terriera era in mano a pochi latifondisti e la restante parte era mal ripartita fra piccole aziende con poche possibilità d’investimento; “disoccupazione e sottoccupazione costituivano un problema di particolare gravità per la grande massa dei braccianti, che in larghe plaghe del Mezzogiorno fornivano aliquote comprese tra il 25% e il 50% del lavoro e, nonostante si sottoponessero a migrazioni stagionali, difficilmente riuscivano a cumulare più di 100 giornate lavorative all’anno”[2] (Ibidem)  

Come per tutti i meridionali, anche per gli abitanti della Penisola Sorrentina, i primi anni del dopoguerra non offrirono grandi opportunità di sviluppo agricolo e industriale, però, grazie alla buona organizzazione commerciale, nonché “all’inerzia” del secolo d’oro e all’incremento del movimento turistico, non si raggiunsero le condizioni di povertà estrema.[3] 

Anzi molte altre attività economiche nacquero e si svilupparono intorno al turismo, provocando una rapida crescita generale di tutta l’area, anche l’agricoltura trasse beneficio dalla crescita del settore turistico, infatti, l’incremento della “capacità” alberghiera provocò un aumento della domanda di prodotti agricoli,  ma tale opportunità fu colta solo in piccola parte.   Agricoltori più attenti, e disposti al cambiamento dell’ordinamento e delle tecniche colturali, avrebbero potuto meglio sfruttare questa nuova combinazione di opportunità, ma l’imprenditore agricolo della penisola, accontentandosi della rendita delle arance, non effettuò né investimenti né trasformazioni, salvo cedere successivamente alle lusinghe dei costruttori edili, poiché travolto dalla crisi dell’agrumicoltura sorrentina.

Fino alla metà degli anni ’70 l’agricoltore “colono” della penisola, pur conducendo una vita semplice e quasi non toccata dal progresso, riesce a gestire l’azienda in maniera dignitosa e, grazie a qualche “buona annata”,  è in grado di accantonare le risorse finanziarie necessarie per gli investimenti di tipo durevole che, specialmente negli agrumeti, erano e sono ancora necessari per una gestione ottimale di uno spazio agricolo “particolare”.   

Anche chi è proprietario e coltivatore del fondo è comunque consapevole di non avere prospettive di crescita per il futuro, infatti è sempre più propenso ad indirizzare i propri figli verso gli studi, anche universitari, o comunque verso un altro lavoro; oltre al lavoro in “albergo”, i figli di molti contadini, sia proprietari, sia affittuari, scelsero il “mare” e molti di essi, iscrivendosi all’antico Istituto Nautico “Nino Bixio” di Piano di Sorrento e con molti sacrifici, alternando lo studio al lavoro nei campi, riuscirono a conseguire il diploma, che consentì loro di navigare come ufficiali sulle navi mercantili[4] (Bixio News, 1988). 

Le rimesse dei “marittimi” e le risorse economiche del turismo rappresentarono, quindi, gli elementi fondamentali dello straordinario processo di crescita della Penisola Sorrentina; tutta l’area non subì, pertanto, quel forte movimento migratorio verso i paesi esteri (Nord Europa, Australia e Nord America), caratteristico di tutto il Meridione post-bellico, bensì un micro-movimento interno, sia da zone agricole più impervie ad altre migliori, sia da entrambe verso l’area urbana, conseguentemente l’esodo rurale fu limitato solo a piccole zone montane. 

In questi anni Sorrento e S. Agnello consolidano la loro vocazione turistica, mentre Piano, grazie alla costruzione del nuovo mercato ortofrutticolo e ad altre strutture adiacenti ad esso, ritrova invece la sua antica caratteristica di paese commerciale e vede fiorire in pochi anni molte nuove imprese di servizi, collegate all’edilizia e al commercio marittimo; ancora oggi Piano di Sorrento è un importante centro commerciale e logistico dell’area sorrentina. 

Se l’esodo rurale fu limitato, così non fu per l’esodo agrario; nel breve periodo 1951-1971 gli occupati in agricoltura diminuirono del 50% e vi fu un notevole aumento della loro età media (Parente 1982); la famiglia contadina, grazie all’impiego dei più giovani in altre occupazioni estranee al mondo agricolo, beneficiò di nuove entrate finanziarie che contribuirono a sostenerla.

Questo nuovo meccanismo svolse un ruolo fondamentale per la vita di tanti vecchi contadini che, in molti casi, ricevettero l’aiuto dei figli nel lavoro della terra, infatti, il lavoro stagionale lasciava loro del tempo libero da dedicare al lavoro agricolo e ciò permise loro di apprendere, e quindi di tramandare, molte delle conoscenze del mestiere di “contadino sorrentino”;  ancora oggi la sussistenza di tante realtà agricole si deve a questo particolare meccanismo uomo/terra/turismo.

Oggi l’invecchiamento degli occupati in agricoltura e l’abbandono dei terreni sono le maggiori problematiche che preoccupano, nel breve periodo, il settore agricolo e, nel lungo periodo, l’intera economia e gli equilibri idrogeologici della Penisola Sorrentina.

 

4.2       La redditività decrescente del giardino di agrumi 

 

Durante la continua ricerca sul territorio di elementi chiari e tangibili che possano spiegarci i cambiamenti dell’agricoltura a Sorrento, ho ritenuto interessante, attraverso l’analisi di alcuni documenti rinvenuti in varie aziende agrumicole, proporre un’analisi dell’andamento dei prezzi di mercato e dei costi di produzione dal 1947 fino ad oggi.

 

 

Come è possibile dedurre dall’andamento del grafico, lo sbilanciamento fra costi di produzione e prezzi di mercato dei prodotti agricoli va sempre aumentando col passare degli anni, l’insostenibilità delle grosse spese è stata la causa principale del crescente abbandono delle campagne sorrentine da parte delle nuove generazioni.  

Nei due grafici seguenti è possibile notare che l’incidenza del costo del salario giornaliero, sul valore della quantità media di agrumi raccolti dal singolo operaio, è in crescita costante dal 1947.

 


 


 

In questi due grafici risulta chiaro che l’incidenza dei soli costi di raccolta sul valore del raccolto medio per operaio, irrisoria negli anni ’50, è diventata significativa negli anni seguenti e come oggi gravi notevolmente sulla produzione. Quest’esemplificazione grafica diventa ancora più significativa se teniamo conto della mancata meccanizzazione e la conseguente necessità di manodopera manuale in agrumeto; cinquant’anni fa per pagare una giornata di lavoro bastava un paniere di arance, mentre negli ultimi anni sono necessari anche tre quintali.

La manodopera prettamente manuale è molto richiesta nell’agrumeto della Penisola Sorrentina a coltivazione classica; si pensi che, oltre che per la raccolta (1 q.le/ora) e per la slupatura[5] (per una pianta sono necessarie dalle 3 alle 6 ore), per la “zappatura” a mano occorrono dalle 30 alle 35 giornate/ha/anno, per la concimazione ad anni alterni con stallatico e liquami 5 giornate/ha/anno, per la potatura 20 giornate/ha/anno, per la pulizia del terreno dalle erbe infestanti 8 giornate/ha/anno, per la difesa fitosanitaria 4 giornate/ha/anno,  per la protezione della coltura con pagliarelle 40 giornate/ha/anno e per la manutenzione ordinaria dei pergolati 7 giornate/ha/anno.

Calcoliamo, da questa sommaria analisi, che con la tecnica classica di conduzione siano necessarie approssimativamente ogni anno, per la sola manutenzione ordinaria escludendo la raccolta, circa 120 giornate lavorative[6], per un costo complessivo di 18000 Lire nel 1947 e poco inferiore agli 8000 Euro nel 2002. Diventa semplice capire che, con la tecnica classica, i soli costi d’esercizio hanno uno sbilanciamento notevole rispetto agli attuali prezzi di mercato, si pensi che, al prezzo odierno di 22 Euro/q.le e con una produzione media di arance non superiore a 200/q.li/ha/anno, il ricavo annuo raggiunge appena 4400 Euro.

In realtà oggi quasi nessun coltivatore di agrumi adotta al 100% la tecnica classica, almeno la zappatura e la pulizia dalle erbe infestanti è praticata con l’ausilio di mezzi meccanici e per le coperture vengono adottate reti di polivinile al posto delle “antiche pagliarelle”[7]. Tuttavia anche risparmiando 60, delle 120 giornate/ha/anno considerate, restano comunque determinanti i costi fissi e l’ammortamento dei pergolati. 

Negli ultimi anni i coltivatori di limoni che hanno aderito alla cooperativa Solagri, hanno beneficiato di un prezzo protetto (minimo Lire 1000/kg) e della libertà di scelta del periodo di raccolta, questi fattori oltre ha consentire un ricavo più alto hanno permesso in molte zone l’abolizione del costoso sistema di protezione, portando così la coltura a livelli competitivi.  L’albero del limone, al contrario di quanto si supponeva in passato, è più resistente al freddo rispetto all’arancio, esso necessita solo di frangiventi e di una buona concimazione naturale a cadenza biennale, inoltre l’unico trattamento anticrittogamico previsto, in assenza di malattie particolari, e quello effettuato nei mesi di novembre e febbraio, con poltiglia bordolese.

In conclusione e alla luce dei parametri economici esaminati, non esiste pratica agrumicola attuabile, nel paesaggio agricolo della Penisola Sorrentina, che permetta un reale beneficio economico[8]; infatti, possiamo liberamente affermare che il movente psicologico dell’agricoltore sorrentino non è solo di carattere lucrativo, ma è dettato da quella viscerale passione per la natura che lo accompagna da molti secoli.

 

 

4.3       Il problema dell’utilizzazione del suolo e la sostenibilità ambientale e paesaggistica

 

“Il suolo è lo strato che ospita la parte ipogea della vegetazione, la fauna ed i microrganismi ed in esso si svolgono i cicli della materia e dell’energia connessi a queste presenze.” (Prov. di Napoli, 2002).  Inoltre ha il compito di filtrare le acque e le sostanze tossiche immesse dall’uomo nell’ambiente a causa dell’espansione urbana ed ha un “effetto regimante sui deflussi idrici”[9] (Di Gennaro, 1999).  La funzione principale del suolo rimane, ormai da millenni, quella di substrato per la produzione di prodotti agricoli, per la produzione legnosa e per il pascolo del bestiame, potremmo anche considerarlo uno degli elementi misuratori dell’equilibrio ecologico del Pianeta. (Prov. di Napoli, 2002).

La pressione che lo sviluppo urbano, con l’aumentare degli insediamenti e delle attività produttive connesse, ha esercitato ed esercita sull’ambiente fisico della Penisola Sorrentina è il fattore che più di ogni altro ha guidato i cambiamenti del suolo verificatesi nell’ultimo trentennio.  Tutti questi cambiamenti, quasi sempre in assenza di adeguata programmazione, si sono risolti in una erosione indiscriminata dei suoli agricoli.  L’espansione urbana, legata anche al turismo, ha come impatto diretto la distruzione o l’irreversibile alterazione dei suoli dovuti alla edificazione, apertura di cave e copertura ed impermeabilizzazione del territorio.

Inoltre cresce la difficoltà nella conduzione delle aziende agricole, quali l’introduzione di vincoli per alcune pratiche agricole e l’inquinamento causato da fonti non agricole.

L’incremento speculativo del valore del suolo legato ad un eventuale destinazione edificatoria ha disincentivato gli interventi di miglioramento e di ordinaria manutenzione, determinando al tempo stesso uno scadimento qualitativo ed estetico del paesaggio della campagna periurbana dei vari centri della Penisola Sorrentina. (Provincia di Napoli, 2001)

 

 

La superficie agricola totale della Penisola Sorrentina, che nel 1963 era di 6403 ha e rappresentava l’87,8% della superficie territoriale, si è ridotta nel 1990 a 4134 ha, pari al 56,7% e nel 2000 è scesa ancora a 3600 ha, pari al 49,3% della superficie totale.   Contemporaneamente la superficie non agricola è aumentata notevolmente: questo incremento, in un’area caratterizzata da una forte pressione sulla risorsa suolo, è certamente dovuto all’espansione delle aree urbanizzate.

Complessivamente la S.A.T. è diminuita del 38,5% e la S.A.U. del 37,1% (vedi grafico 4).   L’evoluzione è dello stesso segno di quella registrata sull’intero territorio provinciale e nazionale, ma, e questo vale per l’intera provincia, d’intensità molto maggiore.

 

 

I dati disaggregati per comune rendono più chiara la distribuzione del territorio:

 

 

Tabella  n.  4.1 – Valori delle superfici territoriali e densità agricola.

 

 

Comune

Sup.tot.   (in ha)

S.A.T. (in ha)

   S.A.U

(in ha)

S.A.T. x Ab.     (in mq.)

S.A.U. x Ab. ( in mq.)

Vico Equense

2930

1611

962

790

454

Meta

219

107

76

138

99

Piano di S.

773

394

278

305

216

S. Agnello

409

250

193

295

228

Sorrento

993

324

281

185

161

Massa Lubr.

1971

916

767

699

586

 

Fonte: Castaldi1968; Prov. Di Napoli, 2001; Istat, 2000

 

 

 

 

 

Tabella  n.  4.2 – Variazione dello spazio agricolo per abitante dal 1961 al 2000

 

Comuni

Variazione %

S.A.T. x Ab.

1961 – 2000

Variazione % 

S.A.U. x Ab.

1961 – 2000

Vico Equense

– 57

– 68

Meta

– 45

– 51

Piano di Sorrento

– 59

– 68

S. Agnello

– 51

– 56

Sorrento

– 75

– 74

Massa Lubrense

– 62

– 62

 

Fonte: Provincia di Napoli, 2001.

 

 

Il fenomeno della desertificazione agricola in Penisola Sorrentina è quindi cresciuto negli ultimi anni, i terreni abbandonati sono causa di una maggiore instabilità del territorio, infatti l’area riveste un elevato valore per il mantenimento degli equilibri idrogeologici e svolge un ruolo di cuscinetto ecologico nei confronti delle aree limitrofe a più elevata naturalità.

Il paesaggio, prodotto dall’opera dell’uomo, costituisce un sistema metastabile, la cui conservazione è legata alla conduzione nel tempo di interventi assidui e di manutenzione attiva dell’uomo.  È un paesaggio agricolo la cui conservazione richiede una risposta eco-compatibile con un monitoraggio vigile e intelligente, nonostante esso sia divenuto marginale rispetto ai circuiti vitali del mercato a causa degli svantaggi operativi e gli alti costi di produzione.

Molti paesi europei hanno avviato politiche di sostegno a questo tipo di agricoltura compensando economicamente e finanziariamente gli agricoltori rispettosi del paesaggio (Touring Club, 1998); solo recentemente la Provincia di Napoli, accogliendo in pieno il concetto di sviluppo sostenibile e condividendo in larga misura all’Agenda 21 e agli orientamenti della politica comunitaria dettati dalla Dichiarazione di Cork ( Touring Club, 1998), con il progetto ECOPOLIS[10] intende avviare un percorso di sensibilizzazione e di partecipazione sui temi dello sviluppo sostenibile nonché la sperimentazione di Agenda 21[11]. Restano i problemi di natura economica legati alla scarsa sensibilizzazione e di informazione da parte delle amministrazioni preposte, anche perché il progetto risponde al momento solo per le attività di reporting e di forum. (Provincia di Napoli, 2001, pp. 567-571).



[1] Il problema del Mezzogiorno si trascina fin dall’unità d’Italia e solo negli anni ’50 diventa questione centrale della politica italiana. 

[2] Inoltre i salari erano molto bassi e anche i “piccoli proprietari e affittuari contadini vedevano assorbiti quasi interamente dagli alimenti i loro bilanci annui”.

[3] Sullo sviluppo del turismo si veda il VII capitolo di questo lavoro. N.d.A.

[4] L’aumento delle iscrizioni, nelle sezioni capitani e macchinisti dell’Istituto Tecnico Nautico “Nino Bixio”, fu ininterrotto fino alla fine degli anni ’70.

 

[5] La slupatura è una particolare tecnica per la cura delle piante. Si veda il III capitolo di questo lavoro, p. 76.

[6] Il prof. Cupo afferma che il 70% della superficie agricola è coltivata ad agrumi e per il mantenimento medio complessivo occorrono 300 giornate/ha/anno. Appunti dell’autore in occasione della presentazione ufficiale del PATTO TERRITORIALE della Penisola Sorrentina, Sorrento, 14/05/1999.

[7] Per i prezzi dettagliati riguardo i costi di copertura dal dopoguerra ad oggi, si veda l’appendice di questo lavoro. N.d.A.

[8] In alcuni casi, tuttavia, le aziende agricole della Penisola Sorrentina riescono a chiudere i bilanci in attivo, questo è dovuto esclusivamente ad una conduzione familiare al di fuori di qualsiasi logica contrattuale. N.d.A.

 

[9] Il suolo della Penisola Sorrentina consente di fare agricoltura in condizioni estreme prevenendo processi erosivi regimando le acque con un sofisticato sistema idraulico basato sul rapporto tra suolo e funzione drenante dei muri, smaltimento e deflusso delle acque con percorsi e linee di impluvio.

[10] Progetto denominato “Tra Terra e Mare per lo Sviluppo Sostenibile della Provincia di Napoli” presentato dall’Assessorato all’Agricoltura e allo Sviluppo Sostenibile della Provincia di Napoli.

[11] Documento d’indirizzo per lo Sviluppo Sostenibile approvato nel 1992 da 173 Governi alla Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo di Rio del Janeiro.

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