L’agrumicoltura Sorrentina dal 1850 al 1950 “il secolo d’oro”

 

 

L’AGRUMICOLTURA SORRENTINA 1850-1950:

IL SECOLO D’ORO

 

 

3.1       Alcuni cenni introduttivi

 

Questo capitolo è dedicato al periodo storico più significativo per l’agricoltura in Penisola Sorrentina.   All’inizio dell’Ottocento si cominciò a praticare la coltivazione intensiva degli agrumi; in pochi anni tale tecnica si diffuse su tutto il territorio della Piana, sulle colline di Sorrento e di Massa nonché sul versante di Positano.   Il fenomeno “agrumi” fu, per la penisola, la chiave di volta della crescita economica generale che la rivoluzione industriale apportò in tutta Europa; i cambiamenti socio-culturali radicali, dovuti a quel periodo, sono ancora oggi  facilmente riconoscibili, tanto che a molti piace definire quest’arco di tempo “periodo d’oro” o “secolo d’oro”.   

In questo capitolo saranno analizzate sia le variabili economiche, nei loro dettagli più analitici, sia quelle sociali.   Spesso cercheremo di dare attenzione alle vicende della gente comune, non sempre riportate dai libri di storia. 

Contadini, marinai e artigiani furono la spina dorsale di un peculiare sistema produttivo basato principalmente sul lavoro manuale; essi “camparono” nel secolo d’oro in maniera semplice, lavorando per tutta la vita con la passione di chi ama la natura perché si sente parte integrante di essa.

Il forte richiamo per la natura e il carattere forte di una generazione intraprendente, coraggiosa e determinata,  è rimasto così impresso per sempre nella nostra cultura.

Se il sistema fu reso efficiente dalle braccia e dall’inventiva dei più umili, è pur vero che molto si deve alla più acculturata classe borghese, che seppe ben organizzare le varie fasi di una “efficace strategia economica”.

Sulle orme di questi uomini forti, grazie ai racconti dei “nonni” o agli sbiaditi ricordi di bambino, molti uomini e donne hanno coltivato una passione “eccezionale”, e spesso illogica, per la natura e per l’agricoltura tradizionale.   Ancora oggi, chi percorre le strade della Penisola Sorrentina, può ammirare scorci di paesaggio agricolo, tipico del secolo d’oro; le viti a spalliera, i nespoli sul confine delle proprietà, i noci, gli olivi e i ciliegi, la cui chioma domina i “pergolati”, e altri ancora, sono immagini uniche al mondo e rappresentano un patrimonio culturale da preservare.   

Tuttavia, se sopravvive ancora questa particolarità agricola – nonostante scarsi risultati qualitativi e quantitativi e una remunerazione alquanto illusoria – lo dobbiamo solo alla forte “passione” che l’abitante peninsulare nutre per la sua terra.

 

 

3.2       L’agricoltura agli inizi dell’Ottocento

 

Nei quattro centri principali – Vico, il Piano, Sorrento e Massa – la percentuale di addetti all’agricoltura sulla popolazione attiva si attestava su una media del 28%, con un valore massimo del 31% a Massa e minimo di 25% a Sorrento. “Il termine comunemente usato nel catasto era quello di “bracciale”, ma esso nasconde una gamma infinita di situazioni (Assante, 1985).   Infatti, con questo termine il catasto indicava il bracciante tout court (colui che possiede unicamente la forza delle braccia e che vende al miglior offerente) o anche, il proprietario di una o più masserie e/o di più vacche o anche, chi possedeva un centinaio di pecore e capre. Quindi, nel complesso il bracciale non è emarginato dal possesso fondiario come avveniva altrove, ed è quasi sempre proprietario; nella peggiore delle ipotesi prendeva dei territori in affitto.  “Nel catasto di Piano ricorrono sporadiche espressioni come agricoltore, terrazzano, massaro.  Non mancano casi di bracciali che, oltre a possedere un patrimonio fondiario cospicuo, sono anche esattori dei censi” della città di Sorrento (Assante, 1985).  

Gli elementi offerti dal documento catastale consentono un quadro d’insieme all’interno del quale si possono cogliere le connotazioni più importanti del paesaggio agrario.   Pur essendo difficile una misurazione esatta, perché ricorrenti le espressioni territorio o masseria arbustata, vitata, olivetata, fruttata senza altra indicazione, è tuttavia possibile individuare chiaramente tre aree distinte: una, a coltura promiscua vite-olivo, comune a tutti e quattro i comuni; un’area destinata a colture altamente commercializzate quale l’agrumeto; ed infine un’area silvo-pastorale.   Nei catasti di Vico e Massa si fa sporadicamente riferimento a terreni seminativi, a orti ed a castagneti; in quelli di Sorrento e Piano al giardino di agrumi.

Gli eccellenti pascoli, a Massa e a Vico in particolare, tenevano viva la tradizione dell’allevamento di vitelli, universalmente noto come all’uso di Sorrento.   Si trattava di vitelli allevati nel pagliaio e nutriti di latte materno per due mesi” (Di Candida, 1974).

“I vitelli di Sorrento – scriveva il Galanti – sono un cibo delicato.   Questa contrada offre un’industria di tale animale che manca in tutte le altre.  La maggior quantità di quella produzione era arrivata al mercato napoletano, mentre il residuo era venduto in loco” (Assante, 1985).

 Ricordiamo che la produzione dell’ottimo latte, già citata nel primo capitolo, portò lo sviluppo del settore caseario, divenuto oggi, segmento fondamentale dell’industria di trasformazione in Penisola Sorrentina.

Nel corso del Settecento gli agricoltori sorrentini risposero con prontezza alle nuove domande e sfide poste dall’Europa e dal mercato internazionale; dal XVI secolo in poi, i nuovi orizzonti geografici si espansero sempre più e le nuove rotte del commercio consentirono l’ingresso sul mercato di prodotti concorrenziali; la  Rivoluzione Industriale, in corso in Europa, creò poi mezzi di trasporto più rapidi ed economici che resero ancora più convenienti questi “traffici marittimi”; inoltre il progresso dell’industria richiedeva spesso nuovi prodotti e, nelle città, la forte urbanizzazione creò bisogni indotti, accrescendo la domanda di prodotti agricoli.   Fu così che, in quel periodo, i “manufatti domestici” della Penisola Sorrentina persero valore, mentre i prodotti agricoli ne guadagnarono (Deane, 1990).

Nella piccola area urbana dei casali del Piano e nel centro di Sorrento si articolava un’industria domestica volta a soddisfare soprattutto le esigenze degli abitanti del luogo, la produzione era organizzata all’interno delle case o in appositi locali, gli uomini si dedicavano alle attività artigianali legate all’agricoltura mentre le donne erano quotidianamente impegnate in lavori di filatura, tanto che la seta di Sorrento fu conosciuta per la sua alta qualità anche nella capitale (Jalongo, 1993).

“L’industria della bachicoltura fu un tempo una delle nostre produzioni agricole più floride; tutti ne traevano i più grandi vantaggi, costituendo per molti l’unico sollievo per riparare una grave necessità di vita. Venuta meno questa provvida risorsa, tutti ne risentirono le penose conseguenze” (Ferraro, 1990).   Come possiamo intuire, dalle parole del “pregio” professore in agraria Vincenzo Tutino, la coltivazione del baco da seta subì una grave battuta d’arresto, dovunque furono estirpati gli alberi di gelso, un tempo coltura principale praticata sul territorio.  La crisi del settore non durò per un lungo periodo, infatti, grazie all’importazione di nuovi bachi da seta allevati in Giappone, nelle botteghe fu possibile riavviare l’attività di filatura e in alcune zone della piana del Sarno furono reimpiantati gli stessi alberi di gelso; in penisola si preferirono, invece, colture diverse come gli agrumi, gli olivi, i noci e la vite.

L’agricoltura si andò rapidamente evolvendo grazie al crescere della domanda; infatti, non solo aumentò il fabbisogno alimentare delle città, ma alcuni prodotti, come per esempio l’olio d’oliva, venivano usati nei “nascenti” processi industriali; proprio questa richiesta notevole di olio riempì le regioni del Meridione di alberi d’olivo, caratterizzando fortemente il paesaggio (Bevilacqua, 1993)

Tale evoluzione coinvolse anche la nostra penisola, come si evince da un documento catastale d’inizio ottocento, portato alla nostra conoscenza dal centro studi Bartolomeo Capasso di Sorrento, dove la descrizione analitica del paesaggio agrario di fine secolo viene correttamente sintetizzata: “Nella misura in cui era consentito dalle condizioni del terreno e dalla disponibilità di acqua, nel corso del Settecento l’agricoltura si andò rapidamente evolvendo per cogliere tutte le occasioni favorevoli di mercato che la marina con i suoi intensi traffici, specialmente con la capitale, offriva quotidianamente” (Assante, 1985).  

Data la possibilità di esportare, ecco nascere le colture specializzate o, per meglio dire, cresce il livello di specializzazione dell’agricoltura in funzione dei grandi mercati di consumo.   Si pensi, che in quel periodo, le terre destinate ad agrumeto e ad agrumeto scelto, raggiungevano già il 10% dell’estensione a Piano e a Sorrento e poco meno a Meta.   Il vigneto, sia scelto che promiscuo era presente per circa il 46% dell’estensione totale a Piano, per il 28% e più a Sorrento, per il 21% a Massa Lubrense e per il 14% a Vico Equense.   Infine l’oliveto, il cui impianto si va intensificando nel corso del secolo, si attesta sul 22% a Massa, sul 19% a Sorrento, sull’11% a Vico e su poco più dell’8-9% a Meta e a Piano.   “Le colture tradizionali a seminativo erano massime a Massa e minime a Vico, dove per la specifica posizione naturale erano privilegiati il bosco e il pascolo che raggiungevano il 60% della estensione” (Assante, 1985)

In verità le colture scelte, ossia specializzate, erano praticate solo in zone limitate, spesso situate nelle zone montane e collinari concernevano per lo più in boschi, pascoli, seminativi e oliveti.   Infatti, dovunque fosse stato possibile, il contadino della penisola era propenso a sfruttare intensamente la superficie coltivabile, associando colture diverse, ottimizzando così il rendimento.

Il classico giardino di inizio secolo, in Penisola Sorrentina, si presentava quindi con vario aspetto, secondo la zona di localizzazione. 

Nella piana a Nord troviamo spesso gli agrumi, contornati dal gelso, dal noce e dalla vite; secondo documenti catastali dell’epoca, una vasta zona del Piano era considerata vigneto e gli alberi d’agrumi dovevano essere piantati “ad ornare i viali di accesso della casa padronale” (Guida, 1975).

Anche in determinate aree di Massa e Vico era possibile coltivare agrumi e in queste zone, è soprattutto il limone ad essere impiantato; ad esso veniva spesso associato l’olivo che, a sua volta, assumeva una funzione complementare di grande importanza per la coltivazione agrumicola, quella di frangivento; gli alberi di olivo, piantati a ranghi più stretti e intorno all’agrumeto, fungevano come riparo dai venti provenienti dal mare.

Ancora oggi, specialmente nella zona di Monticchio presso Massa, grandi distese di limoni sono ottimamente riparate da coperture in legno di castagno e fitte reti di polivinile.

Il paesaggio nelle zone collinari era caratterizzato, in prevalenza, dai vasti oliveti consociati alla vite, mentre quello montano dalla quasi totalità di pascoli e boschi.

Queste descrizioni sommarie ci indicano le colture prevalenti in determinate zone che, anche se così vicine tra di esse, assumono spesso caratteristiche agricole diverse; possiamo, pertanto, immaginare la visione dell’insieme non dimenticando che il contadino dell’epoca, in un’economia familiare di sussistenza, associava alla coltura prevalente ogni sorta di ortaggio e albero da frutto.

Dai primi anni dell’Ottocento le nuove condizioni di vita che si stavano sviluppando in tutta Europa indussero un cambiamento anche nel paesaggio agricolo della Penisola Sorrentina e i contadini furono indotti, dalle circostanze e dall’intuito, a fare delle scelte in merito. 

La maggiore richiesta di prodotti agricoli freschi proveniente dalle zone urbane, la creazione di una strada carrozzabile per il collegamento con Castellammare e la rinomata marineria a vela furono i fattori concomitanti che favorirono lo sviluppo dell’agrumicoltura.  Elemento nuovo e fondamentale fu la strada che raggiungeva Castellammare, infatti, grazie a questa nuova via di accesso, non si era più subordinati ai capricci del mare e si poteva quindi programmare anche l’esportazione giornaliera del prodotto fresco, quindi la produzione destinata all’esportazione non doveva essere concentrata più soltanto su prodotti a lunga conservazione come l’olio, il vino e le noci.

Questi prodotti, che per anni furono l’elemento trainante dell’economia agricola della Penisola Sorrentina, dall’Ottocento in poi furono in gran parte sostituiti dagli agrumi, più competitivi sul  mercato (Trombetta, 1986).

 


 

3.3       Il mare

 

Lo sviluppo della marineria è certamente più antico di quello degli agrumi. Come abbiamo visto nel capitolo precedente fin dal periodo Greco-Romano abbiamo menzione di navi ed equipaggi sorrentini che crebbero di fama col passare dei secoli.

“Tutto questo sviluppo marinaresco si spiega e si giustifica col fatto che la Penisola Sorrentina era completamente priva di strade di collegamento con Castellammare e con Napoli, i traffici per via terra erano limitatissimi e le comunicazioni si svolgevano esclusivamente per mare” (Trombetta, 1999).

Ogni centro urbano aveva il suo “sbocco” al mare, in pratica esisteva sempre almeno un piccolo approdo cui gli abitanti del rione potessero fare riferimento, sia in caso di bisogno sia semplicemente per i “bagni” estivi, ad esempio, escludendo Meta e Positano vicinissime alla spiaggia, ricordiamo che dalla zona del Piano, percorrendo il Rivo Lavinola ad Est o il vallone di Mortora più ad Ovest, si raggiungevano abbastanza agevolmente, rispettivamente la spiaggia di Meta e la Marina di Cassano; dalla cittadina di Sorrento e dalle colline adiacenti, attraversando il Vallone dei Mulini, si arrivava alle vicine Marina Grande e Marina Piccola, e così ancora troviamo non troppo lontano dal centro urbano: a Massa la Marina della Lobra, a Vico la Marina d’Aequa, a S.Agata e a Nerano la Marina del Cantone e la baia di Jeranto.  

Osservando la parte di territorio più montuoso della Penisola Sorrentina, da Punta del Capo a Sorrento fino, aggirando Punta della Campanella, a Capo Sottile nel comune di Praiano, notiamo che i sentieri per raggiungere il mare sono molto frequenti, specialmente a Massa ne esisteva una fitta serie che collegava la parte più alta con la rispettiva baia sottostante, oggi molti di questi sentieri sono stati privatizzati a causa della speculazione edilizia di tipo residenziale sviluppatasi negli anni settanta.

I centri abitati più grandi conservano ancora tutt’oggi il loro sbocco al mare, possiamo trovare il porticciolo di pescatori, quello turistico oppure qualche discreta spiaggetta. Volendo ricordare che i centri in alta collina avevano anch’essi uno sbocco al mare, nonostante le difficoltà per il traffico delle merci e delle persone  a causa delle lunghe distanze da percorrere, vogliamo menzionare la frazione del comune di Vico denominata Arola a 350 metri s.l.m; i suoi abitanti ancora oggi frequentano la Spiaggia di Tordigliano e vi si “accampano” per alcune notti, la stessa spiaggia offre inoltre riparo ad alcuni pescatori della zona dei Colli di S.Pietro[1].

Sui lidi principali sorsero cantieri navali grandi e piccoli, “una statistica del 1938 riportata negli annali civili afferma che in quell’anno si era arrivati a varare 216 bastimenti a Piano, 198 a Meta, 82 a Vico, 27 a Massa e 13 a Sorrento” (Starita, 1979).

È da notare che tutto il lavoro andava fatto a braccia, poiché le macchine non erano state ancora inventate.  A forza di muscoli si modellavano le ossature, il fasciame, gli alberi, i pennoni e tutti i pezzi più piccoli.  Si creavano così degli scafi sempre più eccellenti che riuscivano a soddisfare, com’è documentato, le richieste dei committenti francesi, americani, russi, argentini, maltesi, egiziani, greci (Starita, 1979, p.16)

Di tutto ciò ora non resta che il ricordo, in quanto questo lavoro dovette necessariamente cessare a causa dell’evoluzione e del progresso della scienza delle costruzioni navali, a causa della mancanza di una linea ferroviaria, che potesse consentire il regolare afflusso dei materiali occorrenti per la complessa attività dei cantieri.

Inoltre la navigazione a vapore e la conseguente profonda evoluzione dell’arte della navigazione, segnarono la decadenza della vela e con essa la scomparsa della marineria della Penisola Sorrentina.

Il veloce evolversi dei traffici rese necessaria la costruzione e l’acquisto di velieri in ferro successivamente di piroscafi e ci furono anche in Penisola Sorrentina armatori dalle “spalle solide” che riuscirono a sopravvivere alla navigazione a vela.  La grave crisi dei noli per i velieri ne aveva rese onerosamente insopportabile la gestione.

Così la vela, dopo aver dato ricchezza, dopo aver conteso a lungo il primato al vapore in una lotta serrata, ricevette il colpo di grazia dalla “prima guerra mondiale”.  S’aggiunga la pressione fiscale intesa a colpire sovrapprofitti che mai gli armatori di velieri avevano potuto realizzare e fu così che la marineria sorrentina cadde di schianto per mai più riaversi.

Un patrimonio enorme di esperienza e capacità venne in gran parte perduto.

Ancora oggi esiste il rapporto fondamentale che il sorrentino sente per il mare, anche realtà economiche di rilievo hanno negli ultimi anni interessato la marineria della Penisola Sorrentina, l’economia di nicchia del piccolo cantiere, reminiscenza dell’antico splendore, ha ripreso vigore sviluppandosi nel settore delle imbarcazione da diporto, la ditta Aprea, grazie al progetto dell’evoluzione tecnica del classico “gozzo sorrentino” è riuscita ad avere nuovamente grande rilievo internazionale.

Anche in altri settori il mare resta comunque e sempre fondamentale per l’abitante della Penisola Sorrentina che ha sempre racchiuso dentro di sé, quell’istinto atavico dettato dal dualismo terra-mare, che da sempre ha caratterizzato il lavoro degli uomini nella nostra zona.         

 

 

3.4       Origine e diffusione degli agrumi

 

La coltura degli agrumi in Penisola Sorrentina, di cui Gian Battista della Porta (De Angelis, 1996) parla fin dai secoli XVI e XVII, costituisce tuttora una delle principali colture dell’area.

L’esportazione agrumaria, invece, pare fosse iniziata in Sorrento nel 1833 per opera di mons. Onorato Wetel, che ingrandì un piccolo commercio esportativo di un protoesportatore di cui non risulta il nome.

Da quell’epoca, il frutto accuratamente scelto ed elegantemente imballato in leggerissime casse, attraversò in lungo e in largo gli oceani, portando a conoscenza di altre popolazioni la bontà dei nostri frutti.

Il prezzo remunerativo delle arance, che dalle statistiche risulta si mantenesse su una media di 30 – 35 lire al q.le, nella seconda metà del XIX secolo rese la coltivazione dell’arancio fiorentissimo e ne favorì lo sviluppo nel campo colturale e in quello commerciale, si che ovunque vi fosse in ogni spazio libero, si piantò un arancio e ovunque sorsero esportatori del profumato e ricercato frutto (Jalongo, 1993).

Questo fenomeno, del resto, si ripeteva in quasi tutte le più importanti province meridionali, prima fra tutte Messina ed altre della Sicilia (Bevilacqua, 1993, p. 25).   Vi fu quasi febbre di piantare quante più piante fu possibile, senza seguire alcuna norma colturale, sia negli ordinamenti sia nelle concimazioni.

Si accoppiò allo sfruttamento di una coltura troppo empiricamente intensiva di aranci consociati a ulivi, noci ed altri alberi, quella non meno esauriente per la nutrizione del suolo, della coltivazione di ortaggi come patate e pomodoro.

Il prolungato sfruttamento ebbe ragione della fertilità del suolo e delle favorevoli condizioni di ambiente; l’agrumicoltore avrebbe dovuto accorgersi che non bastavano le coperture con le “pagliarelle”, né i frangivento per salvare il frutto dalle avverse vicende atmosferiche (De Angelis, 1996), avrebbe dovuto accorgersi che ben altri mezzi preventivi e curativi occorreva impiegare per difendere la sua ricchezza; ma non si curò di tali problemi e continuò il suo lavoro, tanto più quando vide durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, “convertirsi in biglietti da mille persino le bucce delle arance di scarto” (Elpino, 1933).

L’abbandono del suolo, la promiscuità delle piantagioni, il continuo fruttamento del terreno, il non adeguato ripristino della fertilità e soprattutto una potatura che portava troppo in alto la ramificazione fruttifera, provocò una diminuzione della produzione media; inoltre le coperture degli agrumeti, spesso eseguite irrazionalmente in modo da soffocare le piante costringendole a vivere in un ambiente artificiale, ed altre cause legate anche all’elevato tasso di umidità di questa terra, concorsero ad indebolire le piantagioni e crearono un ambiente favorevolissimo allo sviluppo parassitario di molti funghi e, quel che fu peggio, di moltissimi insetti nocivi agli agrumi, più terribile di tutti la cocciniglia, nota col nome volgare di pidocchio rosso, nel mondo scientifico col nome di Chjsomphalus Dictjosermi L. , oltre ad acari e  altri parassiti animali e vegetali (Ferraro, 1990).

I primi a moltiplicare l’arancio ed il genere citrus furono i genovesi, che probabilmente importarono tali piante dalla Cina o dal mondo arabo, tuttavia, l’introduzione della coltura dell’arancio nella Penisola Sorrentina potrebbe essere attribuibile ai Francescani.   Padre Bonaventura da Sorrento (Antonino Gargiulo) cappuccino, missionario e vescovo di S.Severo, morto a Sant’Agnello, sua patria nativa, il 9 maggio 1904, nelle sue “note e piccoli appunti sull’arancio”, rivendica ai frati il merito di aver introdotto questo frutto nel paese.   Egli avverte che prova la sua opinione non con la leggenda, ma con la storia, né teme che altri possa smentire, appoggiando la sua opinione sulla fede altrui o e sull’esperienza che ciascuno può procurarsi (Gargiulo, 1888, p. 6).

Molti agronomi condivisero l’opinione del P. Bonaventura, nel riconoscere ai frati cappuccini il merito di aver arricchito la Penisola Sorrentina di un albero dalle molteplici qualità.   A  loro, infatti, va la gratitudine non solo perché l’industria agrumaria è stata fonte di ricchezza, ma anche perché si deve alla presenza degli aranceti l’effetto estetico e cromatico che ancora colpisce il turista.

Dal 1850 al 1950 gli alti prezzi degli agrumi contribuirono alla diffusione di questa coltura.  Vigneti, carrubeti, gelseti, oliveti e boschi cedui, furono sistematicamente sostituiti da piantagioni di agrumi.

Colline intere nella costiera Amalfitana e Sorrentina, così come in altre parti del meridione d’Italia, subirono una grande trasformazione di terrazzamento basata sull’ingegno e l’abilità dell’uomo e la partecipazione di grandi capitali[2] (Castaldi, 1968, p. 60).

Esistono lavori di sistemazione nelle due aree costiere veramente ciclopiche per la grandiosità della trasformazione ottenuta; infatti, furono formate vaste superfici pianeggianti colmando torrenti, burroni e pendii con lunghi muri di sostegno alti talvolta anche più di 20 metri (De Angelis, 1996, pp. 39 s.).

 


3.5       Tecniche di impianto e di coltura

 

Fino al 1850 la coltivazione degli agrumi nel territorio assumeva l’aspetto a “macchia di leopardo” con caratteristica di coltivazione di sussistenza complementare ad altre colture o di abbellimento in prossimità delle case (Assante, 1985, pp. 14 s.).

Con la crescita del consumo degli agrumi nella parte settentrionale dell’Europa cominciò una rapida diffusione di agrumeti nelle aree meridionali.  Poiché il bisogno copriva un arco temporale abbastanza ampio, e le tecniche di conservazione del prodotto erano ancora inadeguate, si rendeva necessario impiantare tale coltura in ambienti che permettessero una maturazione scalare.  Per tali ragioni gli agrumi sorrentini rispondevano a queste esigenze di mercato succedendo temporalmente agli agrumi siciliani e calabresi, ne derivò una diffusione generalizzata che trasformò le colture sparse in agrumeti di vaste dimensioni.

Da quel momento in poi si creò un sistema che si perfezionò  di anno in anno, prima seguendo gli indirizzi dell’arboricoltura francese, poi creandone uno più rispondente alle condizioni della Penisola Sorrentina.

Il sistema adottato rappresenta un modello per le altre colture di agrumi, così come afferma il professore di arboricoltura Savastano Luigi, direttore della cattedra di agraria della Penisola Sorrentina (Savastano, 1900, p. 81).

Non disponendo di acqua sufficiente furono attuati lavori di “scasso” affinché le nuove piante potessero affondare le radici nell’umidità degli strati inferiori, sopperendo alla mancanza d’irrigazione durante la siccità estiva.  Tale tecnica era possibile anche perché il terreno di media consistenza non mancava di aria sufficiente, inoltre aumentata dal ribaltamento del terreno durante lo scasso, favorendo così l’affondamento delle radici (Ferraro, 1990).

I primi impianti, privi di riparo, erano soggetti ai venti e alle gelate invernali, perciò si scelse una distanza tra gli alberi di 10- 12 palmi (2,70-3,24 mt.); questa soluzione aveva lo svantaggio dell’infittimento del frascame e una fruttificazione povera, di scarsa qualità e poco resistente dovuta allo scarso soleggiamento e alla ventilazione insufficiente.  Con l’introduzione degli agrumeti veri e propri si adottarono distanze maggiori di 15-16-18 palmi (4,05-4,32-4,86 mt.), fino a raddoppiare le distanze previste per i primi impianti, intorno ai 20-24 palmi (Savastano, 1900, p. 84).

Negli agrumeti fitti della Penisola Sorrentina non si ottenevano risultati perfetti con la potatura fino a quando non fu introdotto il lavoro preventivo di “sfollo” delle piante, questa tecnica agricola fu praticata dopo che la cattedra ambulante di agrumicoltura, sorrentina prima e di Castellammare poi, attraverso un lavoro d’informazione capillare, riuscì ad introdurre la pratica dello “sfollo” in numerosi fondi e furono applicate (Elpino, 1933) inoltre, norme di potatura dai risultati migliori che non mancarono di destare stupore e scetticismo nella popolazione[3].

Gli agrumi hanno due periodi distinti di potatura: uno riguarda la potatura di formazione della pianta e l’altra quella di produzione, in generale e per entrambi, il periodo corrisponde all’inverno e all’estate, periodi in cui la pianta ha una forza vegetativa minore.  In Penisola Sorrentina non si riteneva conveniente il periodo invernale poiché gli alberi  erano esposti ancora alle brinate nonché in fase di maturazione dei frutti, quindi si è sempre optato per il periodo estivo, cioè da giugno a settembre.  La potatura di produzione è alquanto leggera, tuttavia da effettuarsi ogni anno per evitare l’infittimento della chioma, eliminando i rami avvizziti ed ingombranti, tenuto conto che i rami sono fruttiferi al secondo anno.

Tra le varietà coltivate nella Penisola Sorrentina, quella di più antica presenza, e di conseguenza la più diffusa è il Biondo Comune di media pezzatura, dal colore giallo dorato e da un’alta resa per ettaro.  Il valore del biondo comune viene pregiudicato dalle numerose varietà di esso.  

Oltre a questa varietà ve ne sono altre, in quantità minori come: Ovale o Calabrese, Maltese o Dolce/Vainiglia, Mortellina, Palermo/Palermitano, Belladonna, Washington Navel, introdotta per ultima per soddisfare le richieste del mercato soprattutto Nord Americano.  Un’altra diffusa varietà di arance, a maturazione tardiva, è la Valencia Late, dalla buccia granulare ma molto sottile.  Sporadiche presenze sono quelle delle varietà come il Moro, il Sanguinello Comune, e il Portoghese Sanguigno.

Tra le varietà di limoni più diffuse, poiché meglio si adattarono alle condizioni geomorfologiche del terreno, troviamo nell’area di Massa e della Piana di Sorrento il Femminello Comune dalla pezzatura medio-piccola, colore giallo chiaro, profumato e succo abbondante, mentre nell’area amalfitana lo Sfusato di Amalfi, molto simile al Cultivar siciliano.   In realtà, come per il Biondo Comune, non esiste una classificazione netta per il limone sorrentino a causa dell’imbarbarimento avvenuto nel tempo, anche se i risultati delle varietà presenti sono sempre ottimi (De Angelis, 1996, pp. 46-47).

Tra le tecniche di coltura che si affinarono nel tempo dobbiamo dare spazio a quella delle coperture e dei ripari che furono eseguite in modo ingegnoso, talvolta dispendioso, tuttavia ancora oggi praticate ed affidabili.

La tecnica consisteva in un sistema di copertura temporanea, successivamente fissa, basata sulla costruzione di una struttura portante anch’essa fissa, “il pergolato”, e sui lati esterni esposti ai venti predominanti un sistema di frangiventi utilizzando in modo anche fantasioso quanto messo a disposizione dall’ambiente circostante (canne, asticelle di castagno, ecc.).  Lo stesso pergolato aveva quale elemento costitutivo fusti di castagno selvatico (chiamati volgarmente ‘leune), per i quali si sviluppò una florida economia nelle aree montane limitrofe ed in simbiosi con quella della “pianura”. 

La struttura consiste in un numero variabile di dritti (allirti)[4] , posti a squadro in modo da creare una serie di superfici quadrate, ad un’altezza variabile, sulla base delle piante sottostanti, i dritti venivano collegati tra loro, prima in senso trasversale con pali di dimensioni medie chiamati “cavalli“, e successivamente in senso longitudinale con i cosiddetti “quadrati“.  In tal modo si ricrea realmente e in altezza un quadrato sul quale è possibile operare la copertura.  Tutta la struttura viene fermata con filo di ferro zincato e l’unione di parte dei pali avviene mediante una preparazione delle facce da abbinare chiamata spalettatura, inoltre una serie di scontri in diagonale (poze’), dall’alto verso il basso, contrastano l’energia eolica che si scarica sulla struttura. La copertura effettuata in primo momento con le “pagliarelle” esigeva l’esistenza sulla struttura di altri pali in senso longitudinali chiamati “correnti” su i quali poggiavano, legate, 6 pagliarelle per ogni quadrato, successivamente con l’introduzione della copertura fissa delle reti, il pergolato si è alleggerito dei correnti utilizzando al loro posto corde di ferro zincato. Sui lati del pergolato esposti ai venti si applicavano i frangiventi. Sul versante meridionale della Penisola Sorrentina  dove si sviluppava soprattutto la coltivazione del limone i pergolati erano e sono bassi ed invece delle costose pagliarelle venivano utilizzati rami di arbusti della macchia mediterranea (Ruocco, 1960, p. 48).

La funzione della copertura naturalmente è quella della difesa contro i venti e la grandine ma anche una riduzione della luce nel periodo primaverile così da ritardare la maturazione dei frutti e sperare in prezzi di mercato più alti.

 

squadro N.d.A

 

Gli agrumeti in Penisola Sorrentina per il lavoro già descritto, consistente in terrazzamenti, costruzione di pergolati, cataste di “pagliarelle” da riporre dopo lo smonto, e frangiventi portati ad altezza d’uomo, richiedevano cure annuali e prettamente manuali e, solo negli ultimi anni, con mezzi meccanici di più limitate dimensioni, parte del lavoro si è alleggerito.

Da aprile a giugno avveniva la concimazione con stallatico e zappatura profonda sino a 40 cm per il sotterramento dello stesso, a luglio – agosto un’erpicatura ed una successiva concimazione ad ottobre.  

Disponendo di una grande quantità di letame e di pozzi neri, in Penisola Sorrentina si è ecceduto talvolta nella concimazione, superando i 50/60 kg di stallatico per  arancio ed i 60/70kg annui per limone, contribuendo si ad un aumento produttivo, ma anche ad un abbassamento della qualità del prodotto, nonché, nei casi di concimazione scorretta, come la mancata pratica di fossette circolari distanti dal pedale o la somministrazione alle piante di letame troppo fresco, provocando lesioni all’albero, marciume e gommosi.

Nella normalità gli agricoltori sorrentini escogitarono la tecnica per ridimensionare la forza vegetativa delle pianti agendo sulla risalita linfatica attraverso il tronco ed i rami maggiori: la scafotatura, tecnica utilizzata anche per l’eliminazione del marciume e gommosi.

La scafotatura consisteva in una slupatura, mediante una serie di sgorbie di adeguate dimensioni, della pianta colpita dalla malattia, fino a raggiungere il legno vivo avendo cura levigare la sua superficie onde evitare ristagni.  Successivamente la parte scafotata si disinfettava con calce spenta e verderame (es. poltiglia bordolese), dopo qualche tempo, eliminata la poltiglia si provvedeva alla spalmatura del catrame (De Angelis, 1996).

 

 

 

3.6       Le nuove attività correlate alla coltura degli agrumi.

 

In questo paragrafo intendiamo parlare brevemente di quelle trasformazioni sociali causate dalla introduzione e successiva diffusione massiva degli agrumi in Penisola Sorrentina. 

Come già accennato, il sistema di impianto e coltivazione era peculiare rispetto agli altri praticati in Francia e in altre regioni d’Italia; inoltre, si è assistito ad un sistematico miglioramento delle tecniche che ha determinava la creazione di maestranze altamente specializzate.   Molto spesso queste maestranze hanno mutuato tecniche e mezzi da altre attività preesistenti ed adattate allo scopo.

Così nascono le figure degli spalettatori con l’uso dell’ascia, tipico attrezzo della cantieristica navale[5], i coltivatori di “selve” per l’approvvigionamento degli elementi base per la costruzione dei pergolati, “pagliarelle” e frangiventi, piccoli artigiani che producevano “fescine” e “connole” foderati[6], per la raccolta ed il trasporto degli agrumi.   Inoltre la già citata figura dello scafotatore che si affiancava a quella del potatore-innestatore e ad una schiera di braccianti per la raccolta dei frutti e per le altre attività descritte.  Questi ultimi, nella simbiosi terra-mare, erano prestati alternativamente sia alle attività marinare sia a quelle agricole. 

Altre figure peculiari erano gli artigiani “scalari”, essi adoperando le stesse pertiche di castagno utilizzate per i pergolati, introdussero un tipo di scala a pioli di dimensioni adatte alla particolare attività agricola sorrentina[7], e i maestri di pergole (mast’ ‘e prevole), progettisti e a capo di un esiguo gruppo di operai, esecutori dei pergolati.

 

 

3.7       Il commercio

 

I sorrentini, commercianti per secolare tradizione, impressero all’agrumicoltura i concetti positivi del commercio; infatti, nel secolo d’oro la redditività del giardino di agrumi diventò parecchie volte superiore a quella di altri circondari della provincia di Napoli.

L’agricoltore della penisola, un poco marinaio, un poco commerciante, fu il rappresentante di una nuova figura di “contadino moderno”, che fece apprezzare le proprie molteplici virtù anche in campo internazionale.

È molto diffusa nell’Ottocento la figura del coltivatore-esportatore diretto (De Angelis, 1996, p. 49), egli spesso diventò anche armatore, in modo di evitare passaggi intermedi e conseguire guadagni maggiori sul ricavo finale.  Col passare degli anni è però l’esportatore “professionista” ad affermarsi con successo, infatti egli si circondava di collaboratori, sia nella zona di raccolta (sensali), sia sui mercati di destinazione (rappresentanti e commissionari), aveva quindi a disposizione una repentina ed efficace informazione sulla consistenza dei traffici e sull’andamento temporale dei prezzi all’ingrosso.

Il commercio via terra dei prodotti agricoli della piana sorrentina fu pressoché inesistente fino all’apertura della strada carrozzabile voluta da Ferdinando II di Borbone, da quel momento in poi i carretti carichi di generi di prima necessità transitarono nell’una e nell’altra direzione, dalla penisola uscivano maggiormente generi alimentari, come latte fresco ed agrumi, e venivano importati per lo più materie prime o manufatti industriali, come catrame e trafilati in ferro (Trombetta op. cit. p. 89).

I luoghi di destinazione preferiti furono ovviamente i tre centri urbani di maggiore consistenza, Napoli, Castellammare e Salerno e i carretti carichi di agrumi, per vendere tutto il prodotto, spesso nell’arco di ventiquattr’ore toccavano i mercati di tutte e tre le città[8].

Molto più consistente fu il commercio marittimo che, già florido nell’epoca borbonica, si incrementò notevolmente dopo l’unità d’Italia grazie all’abbattimento delle barriere doganali e allo sviluppo della rete delle comunicazioni, in quegli anni l’Italia esportava all’estero “il 24% del prodotto agrumario, dopo pochi anni, nel 1878, passa ad oltre il 40% fino ad esportare nell’ultimo lustro del secolo il 53% delle sue arance e limoni […]. I velieri e, col nuovo secolo, i vapori che salpano dalla marina di Cassano e da Marina Piccola raggiungono i porti dell’Europa e del Nord America”[9] (De Angelis, 1996, pp.51 s.).

Anche il trasporto su rotaia fece la sua parte; infatti, al sorgere dell’esercizio privato delle ferrovie (1885) venivano introdotte, a partire dal 1° luglio 1886, tariffe speciali per l’esportazione.  Questo sistema a prezzi agevolati consentì lo sviluppo dei consorzi di spedizione e delle grandi case specializzate nei servizi di esportazione; nuovi mercati dell’Europa continentale furono così raggiunti dai commercianti di agrumi che, sfruttando al meglio tale opportunità, cercarono di difendersi dalla crescente concorrenza internazionale (Spinelli, 1933).

Oltre alla concorrenza  siciliana, calabrese e spagnola, i sorrentini dovettero cominciare a fronteggiare anche e quella della California.

Il prodotto americano cominciò ad affermarsi definitivamente verso la fine del secolo, vi furono alcuni coltivatori della Penisola Sorrentina, emigrati in Nord America, che prestarono la loro conoscenza alla nascente attività consentendo quindi un sviluppo rapido del settore.  I nuovi “piantati” di Washington Navel della California entrarono a regime di produzione; i frutti ottenuti, pur essendo qualitativamente modesti, ricevettero ugualmente grande approvazione dal mercato americano; il consumatore d’oltreoceano lo preferì a quello italiano, in quanto, il confezionamento industriale rendeva il prodotto californiano più bello alla vista e la vicinanza della piantagioni ai luoghi di consumo ne garantiva la maggiore freschezza.

I commercianti della Penisola Sorrentina videro diminuire le richieste di arance ma non quelle per i limoni, che restavano di qualità nettamente superiore, ma anche le stesse arance, grazie alla tardiva maturazione dovuta all’ombreggiamento artificiale dovuto alle “pagliarelle”, e alla preventiva conservazione invernale tramite “aggrottamento”, riuscirono ancora per molti anni a trovare una buona collocazione sul mercato[10] (De Angelis, op. cit.).

Una delle cause  penalizzanti il commercio delle arance in penisola, dipendeva dal fatto che esse, provenienti da impianti non irrigui, erano caratterizzate spesso da una buccia grossa e rugosa e ciò determinava una inferiorità rispetto alle varietà a buccia liscia e fine di altre località di produzione.  Gran parte del successo mantenuto sul mercato dal “Biondo Comune” derivava, come già sottolineato, dal trascinamento effettuato dal limone di ottima qualità, aspetto e profumo[11] (Castaldi, 1968).

Negli anni migliori si costituirono un numero consistente di vere e proprie società di stoccaggio e commercializzazione degli agrumi (anche con creazione di compagnie di navigazione) che crebbero fino al periodo 1901-1950 per poi ridursi notevolmente nel secondo dopoguerra.

 

Già col primo conflitto mondiale si assistette ad una frenata del commercio sorrentino, dovuta alla fine della marineria a vela sopravvissuta all’avvento del vapore, poi la concorrenza effettuata dalla Palestina e da altri paesi del Nord Africa, obbligarono gli esportatori ad escogitare nuove strategie di mercato.

Maggiore attenzione fu riservata ai mercati interni dell’Europa mediante l’uso del vettore ferroviario che, al tempo stesso, permetteva di far giungere in minor tempo un prodotto “più fresco” anche sul tradizionale mercato inglese, battendo la nuova concorrenza.

In tal modo le arance di Sorrento riescono, seppure con difficoltà, ad essere piazzate sui mercati europei fino agli anni ’50, questi ultimi segnano la fine del cosiddetto periodo d’oro dell’agrumicoltura a favore della crescente industria turistica; solo per il limone rimane un commercio limitato nella quantità e nel tempo.  Una ripresa parziale e recente della limonicoltura è legata alla diffusione e commercializzazione del derivato alcolico noto come “limoncello”.  Questo caso ci fa notare quale influenza possa avere la pubblicità per mettere in moto e mantenere un sistema produttivo, cosa che raramente è avvenuta durante tutto l’arco di tempo della commercializzazione delle arance.

Gli ultimi dati relativi agli anni 1995-1999 evidenziano nel complesso un andamento positivo con un tasso medio annuo del 36% di cui gli incrementi maggiori, nella provincia di Napoli, sono stati a carico delle arance con un aumento, nei cinque anni, del 45% (Provincia di Napoli, 2001, p.532).



[1] È storicamente accertato che la zona collinare di Piano di Sorrento, alle pendici del monte Vico Alvano, era abitata da pescatori che preferivano il più pescoso mare del golfo di Salerno e, fruttando gli impervi sentieri e sobbarcandosi gravosi fardelli, raggiungevano dopo poco più di un’ora il centro commerciale di Carotto, che essendo più sviluppato offriva loro l’opportunità di maggiori guadagni. 

[2] “[…] si venne così a costruire, per opera dell’uomo, il terrazzamento della costiera che costò, nei tempi della maggiore diffusione del prodotto (1890-1900), prezzi molto alti, variabili fra le 20.000 e 40.000 lire oro per il semplice terrazzamento, oltre la spesa della piantagione.”

[3] Da un’intervista dell’autore col “Potatore” in pensione Coppola Salvatore (detto “Tredicivienti” classe 1911), il quale sottolinea, nei suoi racconti, l’atteggiamento miscredente dei contadini, quando videro gli alberi di agrumi potati con la nuova tecnica (i primi esperimenti della nuova potatura furono opera del Prof. Di Pinto) e la sorpresa degli stessi, quando, due anni più tardi, videro quelle stesse piante cariche di frutti meravigliosi, “che mai se ne erano visti di così belli”.

[4]                         formula aritmetica per determinare il numero dei dritti escluso fuori squadro. N.d.A.

[5] I manovali dei cantieri navali apportarono la conoscenza dell’uso dell’ascia anche nei giardini, infatti alcuni di essi, che alternavano secondo le stagioni il lavoro al mare e quello in campagna divennero “mastri spalettatori”, generando così una nuova leva di specializzati fra i costruttori di pergolati.  N.d.A.

[6] Le “fescine” sono una sorta di contenitori a forma conica muniti di manico e di uncino girevole,  furono sostituiti dai più ampi panieri foderati nella raccolta degli agrumi ed il loro uso rimase circoscritto alla raccolta dei frutti più delicati, infatti la particolare forma allungata consente una più uniforme distribuzione della pressione causata dal peso stesso dei frutti raccolti; le “connole” sono delle sporte che venivano usate per il trasporto degli agrumi, anche queste ultime erano spesso foderate con tela di juta. N.d.A.  

[7] Il classico “scalillo” ha un’altezza variabile tra i tre e gli otto metri, la sua larghezza massima è di venticinque centimetri e la distanza tra i “gradini” è di circa cinquanta centimetri. Questo tipo di scala è molto maneggevole, grazie al suo profilo snello, è adatta alla raccolta degli agrumi, inoltre la distanza inconsueta tra i pioli permette un ancoraggio “di gamba” al raccoglitore che ha così la possibilità di sporgersi a suo piacimento potendo utilizzare comunque entrambe le mani per la raccolta o per altro. N.d.A.   

[8] Da un’intervista dell’autore con il commerciante Russo Aniello (detto ‘o Re, classe 1917).

[9] I porti più frequentati: New York, Boston e Montreal, London; Hull, Anversa, Hamburg; Copenaghen, Marsiglia, Odessa.

[10] L’aggrottamento si praticava nei mesi invernali e consisteva nello stoccaggio delle arance in grotte di tufo (le ex cave di pietre molto diffuse sul territorio). La raccolta accurata delle arance, non ancora completamente mature, avveniva con panieri foderati in maniera che il frutto rimanesse integro, successivamente le donne provvedevano all’eliminazione del peduncolo, con piccole cesoie, e all’imballaggio in apposite cassette, anch’esse foderate di juta e col fondo imbottito di paglia.

[11] In alcuni periodi (intorno al 1910) i limoni furono pagati 60 lire oro per cassa di 420 unità.oooooo

Lascia un commento