Lineamenti generali del turismo in Penisola Sorrentina

 

7.1       La nascita e lo sviluppo del movimento turistico

 

Le attrattive che la regione sorrentina può vantare sono di ordine umano nonché fisico  e scaturiscono dalla solida cultura millenaria di un territorio morfologicamente impervio e difficilmente raggiungibile.

Se sui Greci dovette farsi sentire il fascino delle eccezionali qualità paesistico climatiche della fascia sorrentina, essi probabilmente non abitarono stabilmente sul territorio, furono invece principalmente i Romani a saper godere al meglio tali qualità, solo qualche secolo più tardi.[1]

Gli inizi della moderna storia turistica dei centri della Penisola Sorrentina sono da collocarsi nell’atmosfera di progresso portata dal governo di Don Carlos di Borbone: un governo che alla riforma sociale e all’incremento edilizio, unì l’impulso a facili, rinnovati contatti col mondo esterno.   Infatti già negli ultimi anni del secolo XVIII, erano molti gli aristocratici stranieri che avevano soggiornato o che si erano spinti lungo la penisola, che aveva perciò già acquistato grande fama turistica per l’estrema salubrità del clima e l’accentuato profilo pittoresco accompagnato dalla tranquilla floridezza degli abitanti (Jalongo, 1993).

Nel 1758 Sorrento apriva il suo primo albergo e dopo l’unità d’Italia erano nove i vecchi palazzi, talvolta conventi senza più ordini religiosi, che si trasformarono in luoghi di accoglienza per turisti.   Negli anni seguenti le presenze straniere furono sempre più numerose e gli abitanti di Sorrento e S. Agnello si adoperarono molto al fine di rendere più piacevole il soggiorno degli ospiti, sia ammodernando gli alloggi, sia migliorando le infrastrutture cittadine (Guida, 1979).   

La nascita di particolari forme artigiane  ( tarsìa, merletti, ceramica), legate alle esigenze dei turisti, modificò sensibilmente la fisionomia antropica dei luoghi, caratterizzando i centri storici degli insediamenti urbani della Piana sorrentina (Trombetta, 1999).

Il “turismo italiano” diventa consistente a cominciare dagli ultimi anni del XIX secolo e nel 1904, con l’inaugurazione della tramvia elettrica Sorrento-Castellammare, si incrementò notevolmente un diverso tipo di movimento escursionistico, quello che oggi definiremmo “pendolare”,  tale movimento andò crescendo ogni anno fino al primo conflitto mondiale.  

L’attività prettamente alberghiera della Penisola Sorrentina fu, fino al secondo dopoguerra,  esclusiva e di lusso, tant’è che soltanto pochi aristocratici ebbero i mezzi necessari per usufruire di questo servizio;  tuttavia, si sviluppò su tutto il territorio l’ospitalità in case private volta a soddisfare le esigenze di famiglie benestanti che,  pur non potendo permettersi l’albergo, intendevano trascorrere comunque una lunga vacanza.  Questo tipo di ospitalità rappresentò una risorsa importante nella precaria situazione economica dell’epoca; infatti chiunque in penisola possedeva una casa poteva dare in fitto una stanza o l’intero immobile,  ricevendo subito un buon introito; ancora oggi questo tipo di attività è molto redditizia per i piccoli proprietari di case e inoltre, grazie alla nascita di agenzie specializzate che utilizzano Internet, si sta notevolmente espandendo.

Nel periodo che intercorre tra le due guerre, un ulteriore processo di incremento turistico fu favorito dal miglioramento della rete stradale e dalla creazione dei primi servizi di traghetti per il collegamento diretto con Napoli e con le isole del Golfo, soddisfacendo così, le esigenze dei turisti intenzionati a soggiornare per breve tempo e a spostarsi nel giro di poche ore da una località all’altra.

Inoltre rileviamo nello stesso arco di tempo la nascita delle prime “sagre” ed uno sviluppo delle manifestazioni folcloristiche[2].

Negli anni ’30 a Sorrento si contavano quattordici alberghi con un numero di presenze medio di ottocento turisti per stagione, i frequentatori più assidui risultarono gli inglesi, i tedeschi, i francesi e gli svedesi, durante questi anni cominciano ad affacciarsi in penisola anche gli americani che, nel secondo dopoguerra, faranno registrare un crescente numero di presenze.

A partire dal ’38, per le stesse ragioni del primo anteguerra, si assiste ad una fase decrescente, l’imminente conflitto bloccò i flussi turistici e molti alberghi furono costretti alla chiusura.[3]

 

 

 

7.2       L’incremento del turismo di massa

 

Dopo la seconda guerra mondiale la situazione nei vari centri della Penisola Sorrentina appariva preoccupante, la ripresa del turismo era ostacolata sia dalle disastrose conseguenze della guerra, sia dall’insufficiente rete stradale e ferroviaria.

Determinante per la ripresa fu la costruzione delle strade ferrate secondarie meridionali, che crearono un traffico di soli passeggeri tra i comuni del Golfo e la città di Napoli; sarebbe stata invece, auspicabile per la penisola, la possibilità di essere raggiunta dalle Ferrovie dello Stato, in quanto, potendo caricare direttamente i prodotti agricoli sui vagoni merci, si sarebbe aiutato anche questo settore, un tempo di primaria importanza per l’economia locale e oggi sempre più in crisi.[4]

Nel dopoguerra, anche la viabilità segna importanti realizzazioni: il “nastro azzurro” aperto nel 1954 fra la SS. 145 in località Colli di S. Pietro e S. Agata sui due Golfi, la “strada del sole”, che di lì scende fino a Meta, il “nastro verde” fra Sorrento e S. Agata, il “nastro d’oro” che collega Massa Lubrense alla località Termini e offre scorci paesaggistici con l’isola di Capri sullo sfondo, e infine la statale che da Moiano va alle pendici boscose del Faito.  A questo miglioramento stradale si aggiunse l’incremento demografico di tutti i comuni (vedi appendice) e una crescita economica generale di tutta la l’area.

Nel 1950 la presenza straniera comincia ad essere predominante rispetto a quella italiana, questa caratteristica è ancora oggi facilmente riscontrabile, nonostante anche il turismo interno sia notevolmente cresciuto.

La varietà e il fascino del paesaggio rappresentavano e rappresentano tuttora il più importante fattore dello sviluppo turistico; infatti, la morfologia, la struttura orografica, il clima e il particolare paesaggio agricolo della Penisola Sorrentina rappresentano un complesso di elementi che influenzano e determinano la caratterizzazione turistica.

A differenza di aree turistiche simili, prosperanti per effetto del flusso turistico che le attraversa, la Penisola Sorrentina tende ad essere esclusa dai flussi di circolazione turistica, tuttavia la lunga tradizione di Sorrento e delle zone limitrofe e la sua rinomanza internazionale costituiscono l’elemento trainante del turismo, che dal suo inizio è caratterizzato da un flusso straniero più che interno (Parente, 1982).

I fattori di sviluppo del turismo della penisola si basano sulla “tradizione” e sulla “rinomanza” internazionale di cui ancora gode il nome Sorrento.

La notorietà internazionale delle località della Penisola Sorrentina fu dovuta in gran parte a stranieri, in prevalenza inglesi e tedeschi, e in minor misura, francesi e svedesi, che vi soggiornarono a lungo e talvolta vi si fermarono.   La presenza degli ospiti stranieri sia pure limitata ed elitaria, si protraeva anche nei mesi invernali, al contrario della tendenza venuta a delinearsi nel periodo post bellico, con un aumento progressivo del turismo balneare e che oggi ha assunto carattere stagionale.

 

 

 

Di conseguenza la domanda turistica è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni poiché il fenomeno ha interessato strati sociali sempre più larghi (Guida, 1979). Questo ha permesso ad altri centri di inserirsi, accanto a Sorrento, Amalfi, Ravello e Positano, in questa nuova attività economica a discapito delle economie tradizionali come è testimoniato dalla crescita delle capacità ricettive. 

 

 

 

La domanda turistica è cresciuta negli ultimi decenni poiché, come già affermato, il fenomeno ha interessato strati sociali ampi, di conseguenza anche la struttura ricettiva ha subito delle modificazioni sostanziali sia nella composizione degli esercizi alberghieri ed extra alberghieri, sia nella distribuzione spaziale.

Su di un totale di 191 alberghi e di 8609 camere più la metà appartengono all’area Sorrento-S.Agnello, tale dato è rappresentativo della crescita e degli investimenti fatti nell’area anche per accrescere la funzionalità ed il comfort delle strutture ricettive preesistenti.   Anche prendendo in esame la categoria degli esercizi alberghieri, ritroviamo l’assoluta predominanza di Sorrento-S.Agnello che possiedono il 76% degli esercizi di prima e seconda categoria (Provincia di Napoli, 2001)

La politica turistica adottata dagli albergatori e dagli operatori turistici e quella  di dilatare la stagione, sul modello ligure, proponendo un prodotto godibile per quasi

tutto l’anno.   In quest’ottica assumono grande importanza i turisti italiani che coprono dei periodi ben precisi oltre ai fine settimana e ponti festivi, così come la pressante richiesta di poter fruire di un casinò.

La conferma del successo dell’azione intrapresa  risalta dall’analisi sia delle permanenze medie[5] degli italiani pari al 3,4 che degli stranieri pari al 4,5, nonché  dall’utilizzazione lorda delle strutture alberghiere.

 
 

 

L’analisi di questi dati mostra, quindi, che il settore turistico sorrentino è stato in grado di ripartire gli arrivi e le presenze nell’intero arco dell’anno, indice chiaro di un turismo permanente ed in grado di soddisfare la richiesta tanto italiana che straniera.   Se vengono poi analizzati i singoli dati annuali notiamo che per 4/12 annui l’utilizzazione lorda supera il 90%, per 2/12 supera l’80%, per 1/12 supera il 70%, per 3/12 tra il 10-50% e solo per 1/12 resta inferiore al 10%.

Come già accennato lo sviluppo turistico ha interessato altre aree limitrofe a quelle tradizionali le quali, pure non possedendo per numero e qualità strutture ricettive, hanno indirizzato la propria offerta su strutture pararicettive e ricettive di tipo residenziale.  

Analizzando i dati delle case non occupate vediamo che il numero di esse destinate ad uso turistico, per un periodo medio superiore a gg.15, cresce in simbiosi con lo sviluppo edilizio di queste (46%).   Possiamo affermare che lo sviluppo edilizio ha messo a disposizione dei locali una notevole fonte di reddito e conseguentemente un afflusso turistico stagionale con l’utilizzo di abitazioni classificate come “non occupate” (Biondi, Palombino, Parente, 1978).

 

 

Dai dati aggiornati al 2001 sappiamo che l’industria del mattone selvaggio produce ogni anno 6000 nuove abitazioni illegali nella regione Campania; da questi dati abbiamo estrapolato quelli che interessano l’area della Penisola Sorrentina, in maniera da definire un quadro urbanistico più completo.

 

Tabella n. 7.1 – Dati ufficiali sullo stato dell’ edilizia abusiva in Penisola Sorrentina.

Comune

Ordinanze di demolizione

Ordinanze eseguite

Condono (L.47/85)

Condono (L.724/94)

Vico Equense

0

0

1942

1674

Meta

206

0

415

415

Piano

n.p.

n.p.

n.p.

n.p.

S. Agnello

n.p

n.p.

n.p.

n.p.

Sorrento

422

8

1382

1477

Massa Lubrense

916

55

2206

2435

 

Fonte: Provincia di Napoli, 2001.

Questi dati, nella loro incompletezza, mostrano le difficoltà di tracciare un quadro preciso degli indicatori di pressione urbana rispetto alla superficie totale, i quali, dai dati sugli usi urbani del suolo, risultano essere, per i comuni della Penisola Sorrentina inferiori al 50% ( Vico Equense 10,06%, Meta 47,4%, Piano di Sorrento 21,96%. S. Agnello 29,58%, Sorrento 15,81%, Massa Lubrense 11,61).

Questo dimostra che il benessere economico legato al turismo e il conseguente aumento del valore degli immobili, ha spinto i cittadini a scegliere la strada dell’illegalità e del depauperamento dell’ambiente (Provincia di Napoli, 2001); anche l’assenza di strumenti urbanistici, come i piani regolatori, ha favorito questo tipo di scelte.

Ritornando allo sviluppo delle attività ricettive e pararicettive legate al turismo, ricordiamo la nascita e l’incremento, nell’ultimo lustro e su tutto il territorio peninsulare, dei settori dell’agriturismo e del bed & breakfast, contattabili direttamente tramite Internet.

Il turismo diventa così il primo settore della Penisola Sorrentina sia come fatturato, sia come impiego di risorse umane e assume definitivamente il ruolo di forza trainante per l’economia peninsulare; al turismo vanno affidate tutte le speranze di ripresa per gli altri settori, specialmente di quello agricolo, che dovrà sempre più guardare verso nuove prospettive di mercato, dettate dalle mutanti esigenze dell’indotto turistico.



[1] Si veda il secondo capitolo di questo lavoro. N.d.A.

[2] Ancora oggi le sagre e le mostre contadine riescono ad attirare migliaia di visitatori ogni anno. Ricordiamo tra le principali: “Fontanelle”, “Sagra della Castagna del Faito”, “Sagra del Diavulillo”.

[3] Nel 1942, a S. Agnello e Sorrento, si contavano soltanto sei alberghi efficienti.

[4] L’avvocato Francesco De Angelis, all’epoca sindaco del comune di Sorrento, si oppose alla costruzione della “Circumvesuviana” fino a Sorrento, temendo un grave impatto paesaggistico, e chiese alle autorità governative che la linea ferroviaria si fermasse sul territorio comunale di Meta con una stazione terminale di smistamento per il traffico locale; N.d.A. 

[5] Tale dato si ottiene dividendo il numero delle presenze con quello degli arrivi.

Prospettive di sviluppo per l’azienda agricola

 

 

6.1       Prodotti tipici e rilancio dell’attività di trasformazione

 

Il sistema agroalimentare della Campania si è notevolmente evoluto negli ultimi dieci anni; infatti, la risposta delle aziende, ai complessi cambiamenti del mercato, si sta razionalizzando attraverso un’evoluzione culturale, tecnica e operativa.

Attualmente una maggiore domanda di prodotti e servizi di qualità e un mercato sempre più dinamico, condizionano i nuovi assetti organizzativi delle grandi imprese e, inoltre, favoriscono lo sviluppo delle piccole imprese artigiane ad alto livello di specializzazione (Regione Campania, 1999).

Molte aziende del settore agroalimentare hanno modificato le vecchie metodologie di produzione sulla base di questi presupposti e, anche in Penisola Sorrentina, alcune di esse hanno adeguato i livelli produttivi ai nuovi standard qualitativi richiesti dal mercato; in alcuni casi si è ottenuto un buon risultato con l’integrazione delle tecniche moderne ai “procedimenti” tradizionali.  Inoltre, molte imprese agroalimentari, diversificando l’offerta, hanno razionalizzato, sia la produzione, sia il processo di marketing, adattandoli ai vari ambiti. 

Oggi la zona agricola sorrentina è potenzialmente in grado di offrire un paniere di prodotti agroalimentari di specifica tipicità e qualità; però, tranne che per quei prodotti protetti da marchi, o comunque riconosciuti a livello regionale, non sussistono agevoli canali di accesso al mercato.   Conseguentemente, molti prodotti tradizionali, purtroppo non ancora contraddistinti da marchi che ne attestino la qualità e la tipicità, rischiano di essere dimenticati per sempre; la perdita di queste “conoscenze” potrebbe essere la causa di un grave impoverimento biologico e culturale e potrebbe provocare, inoltre, un’ulteriore fuga dalle campagne.

Le gravi conseguenze, cui si potrebbe giungere anche in pochi anni, necessitano di una cura immediata ed efficace.

Fra le proposte della Comunità Europea, per l’implementazione del turismo rurale e delle attività tradizionali, rivestono notevole interesse per la penisola quelle appartenenti al programma europeo LEADER-II.  

Questo piano comunitario propone lo sviluppo eco-sostenibile della piccola impresa agricola e mira, fondamentalmente, alla conservazione della biodiversità e alla tutela del paesaggio.  Secondo le direttive europee, l’incremento della produzione dei prodotti tipici deve essere sostenuta dallo stesso turismo rurale e, secondo tale logica, dovrebbero essere direttamente gli “ospiti” i principali acquirenti della produzione aziendale.  

In alcuni casi, tuttavia, la piccola azienda agrituristica non è organizzata per la produzione di un assortimento abbastanza diversificato, e quindi, essendo costretta ad acquistare i prodotti tipici necessari presso altre aziende, va incontro ad ulteriori difficoltà di carattere organizzativo.

Per la commercializzazione, anche all’esterno delle aziende, il processo d’implementazione deve prevedere la pianificazione di visibilità e di marketing, attraverso un’analisi della domanda e la creazione di un’agenzia ad hoc, il cui compito sia la promozione commerciale.   A questo punto per l’imprenditore è gioco facile trovare i giusti segmenti di mercato (Provincia di Napoli, 2001).  

A tal proposito, aprendo una parentesi, ci si può riferire a quanto già avvenuto in tal senso con il Patto Territoriale dei Comuni Vesuviani, in cui sono state giudicate ammissibili 21 iniziative agricole per uno stanziamento di sei milioni di Euro; i progetti riguardavano: l’agricoltura, l’agroindustria, la pubblicità dei prodotti agricoli e i servizi connessi.   L’intero patto partiva dalle potenzialità presenti sul territorio – ambiente, agricoltura, turismo, – delineando l’obiettivo principale nel potenziamento del sistema di produzione di piccoli e piccolissimi soggetti economici che operano nel settore agricolo, con progetti compatibili con l’ambiente e attraverso la valorizzazione delle risorse umane, storiche, culturali e naturali (Santoro, 2001).

L’agricoltura sorrentina, per la sua varietà ed originalità dei prodotti, per l’ambiente particolare e grazie alla presenza dei servizi turistici, ha gli stessi presupposti favorevoli all’applicazione di iniziative simili. 

Un recente tentativo, non andato però a buon fine, è stato intrapreso nel 1998 dai soggetti promotori[1] del “Patto territoriale della Penisola Sorrentina”, infatti, molti dei progetti presentati, attirati soprattutto dai finanziamenti, erano slegati dalla realtà economica e sociale del territorio e comportavano spreco di risorse; altre critiche ai progetti presentati si sono avute a causa dei tempi di attuazione eccessivamente lunghi, di interventi disorganici e addirittura in contrasto con l’ambiente e di attività industriali inefficaci destinate a vita breve (Santoro 2001).

Chiudiamo questa breve parentesi ricordando che anche i finanziamenti regionali al settore agricoltura, i così detti “P.O.R. Campania 2000-2006”, non offrono opportunità concrete in Penisola Sorrentina, né per la piccola impresa agricola, né per le piccole attività turistiche, artigianali e commerciali connesse all’agricoltura.

Diventa sempre più difficile, per il piccolo imprenditore della Penisola Sorrentina, individuare il giusto canale di mercato dove sviluppare un’attività connessa a quella tradizionale.    Per la commercializzazione dei prodotti tipici si possono utilizzare i canali già esistenti – ad esempio il canale diretto alla grande distribuzione, che la “Coop. Solagri”, sta sfruttando con successo per il limone I.G.P. – oppure cercarne di nuovi, sia attraverso Internet, sia direttamente sul territorio, fruttando le numerose manifestazioni eno-gastronomiche (Fiere), che ogni anno, hanno luogo su tutto il territorio nazionale.

Oltre alle difficoltà di carattere strategico, altri ostacoli tecnico-legislativi, gravano sulla piccola azienda.

La legislazione alimentare è sicuramente complessa ed articolata. I provvedimenti riguardano sia la cura delle materie prime impiegate e la salubrità dei prodotti finiti, sia le informazioni che devono essere riportate nella presentazione del prodotto stesso. E’ opportuno, quindi, ricordare ai produttori agricoli, che intendano incrementare l’attività di trasformazione in azienda, di attenersi agli onerosi obblighi di natura sanitaria.

Il mercato della trasformazione alimentare, sul territorio della Penisola Sorrentina, è per l’80% concentrato nelle mani di 4/5 aziende, che in gran parte producono limoncello e confetture, adottando esclusivamente metodi industriali.   Alcune imprese artigiane, però, diversificando l’offerta e migliorando la qualità e la genuinità dei prodotti, si sono inserite in una prosperosa nicchia di mercato e stanno riscontrando, tutt’oggi, notevoli successi[2].

 

 

6.2       L’agriturismo

 

Il successo delle attività legate al turismo rurale, all’agriturismo ed alla produzione e vendita dei prodotti tipici, dipende dalla capacità dell’azienda che le svolge e dalla possibilità di sviluppo dei flussi turistici nella zona.   Per tale motivo da un lato è necessario porre in essere una serie di processi di riorganizzazione del territorio, per accogliere in maniera efficiente queste nuove o più ampie presenze, dall’altro le aziende agricole dovranno riconvertire un’attività basata esclusivamente sulla produzione verso una vera e propria pluriattività, che include la produzione di prodotti finiti (ad. esempio prodotti alimentari confezionati), la commercializzazione di prodotti o di servizi di ospitalità, la somministrazione di prodotti alimentari nella ristorazione e l’organizzazione di attività ricreative.     Lo svolgimento di queste nuove attività di carattere commerciale richiede all’azienda nuove professionalità, un riorientamento della manodopera familiare, il miglioramento delle strutture e delle attrezzature presenti in azienda. In generale il livello delle presenze, in Penisola Sorrentina, è in aumento progressivo e costante; si stima che questo si attesti attorno al 3% annuo.              C’è una generale tendenza verso un turismo più evoluto, dai contenuti più specifici, e soprattutto con un maggiore significato culturale. Di fronte a tale evoluzione si constata una forte elasticità dei pacchetti offerti in funzione delle esigenze personalizzate dei visitatori.   Questo si traduce anche in un aumento dei prodotti tematici.     L’uso del tempo libero e la vacanza si ispirano sempre più ad interessi ricreativi che consentano un rapporto diretto con l’ambiente portando come conseguenza immediata, da un lato, la valorizzazione delle risorse naturali e, dall’altro, l’incremento nei consumi di prodotti biologici.  Anche il confezionamento dei prodotti alimentari è soggetto ad una normativa piuttosto complessa. Esistono delle sostanze, espressamente autorizzate, utilizzabili per l’imballaggio.  I materiali destinati a venire in contratto con le sostanze alimentari, quindi, oltre a non cedere odori, sapori e componenti nocivi, devono recare l’indicazione “per alimenti” o, un simbolo equivalente.  Occorre quindi prestare grande attenzione all’impiego di contenitori di fabbricazione artigianale, sicuramente più tipici e tradizionali, ma spesso non in regola con la legge.  Questi vincoli di ordine tecnico-sanitario, spesso comportano cospicui investimenti materiali, gravando notevolmente sul budget della piccola azienda che intenda intraprendere attività ricettiva, ma, come previsto dalle norme vigenti, tali precauzioni sono necessarie per la garanzia della qualità del servizio.         Nella costruzione dei locali, infatti, si devono garantire molte condizioni igienico sanitarie, accompagnate dall’indicazione, in un manuale di produzione, di chi all’interno dell’azienda sarà responsabile della messa in atto di una buona pratica produttiva.    La valutazione dei punti critici del processo produttivo, individuati con una metodologia denominata HACCP, deve includere la previsione della probabilità di eventuali incidenti, l’indicazione degli interventi correttivi, e dei parametri che si intende adottare per minimizzare i rischi. Proprio in un’azienda agrituristica, dove i prodotti alimentari sono realizzati in tutto il loro ciclo produttivo, sotto il controllo di uno stesso operatore, possono ottenersi i prodotti più genuini, tipici e sicuri, purché siano attentamente rispettate le più elementari norme di igiene e sicurezza degli alimenti. Ogni operatore agrituristico qualificato deve in sostanza convincersi del fatto che, la presenza, nell’ambito dell’offerta agrituristica del suo territorio, di aziende inefficienti o non conformi ai principi organizzativi dell’agriturismo, costituisce un danno per il complesso dell’offerta medesima e quindi anche per la propria azienda.…………………………………………………………………… In Penisola Sorrentina già si sono verificati casi nel campo della ristorazione, in cui alcune aziende, anche se iscritte nell’elenco degli operatori agrituristici, si sono adeguate agli standard qualitativi delle peggiori trattorie, pregiudicando il nome dell’agriturismo sorrentino.  Una buona precauzione, che gli operatori onesti potrebbero adottare, è rappresentata dal “codice di comportamento”, sottoscritto volontariamente dalle aziende in cambio di un riconoscimento esplicito rilasciato dalle proprie Associazioni (targa, marchio, ecc.).   Questo mezzo rappresenta dunque un complemento essenziale della classificazione, in quanto tende a suscitare la corresponsabilizzazione degli operatori nello sviluppo del progetto-qualità.   In questo quadro la classificazione non deve rappresentare semplicemente un procedimento di tipo burocratico volto a “fotografare” passivamente l’esistente; essa deve piuttosto attivare un processo di costante crescita qualitativa, al quale daranno decisivo contributo i responsabili dei sopralluoghi di verifica, nella duplice veste di ispettori e di assistenti tecnici. Inoltre attraverso questo strumento è possibile coinvolgere gli ospiti, ai quali il codice deve essere fatto conoscere tramite le guide di settore e presso ogni azienda sottoscrivente. In questo modo l’ospite potrà prendere atto della buona intenzione dell’azienda di soddisfare nel migliore dei modi le sue esigenze, sarà incoraggiato a segnalare costruttivamente eventuali deficienze e, nei casi più gravi, a denunciare alle Associazioni, responsabili della gestione del codice, ladisattenzione delle aziende nei riguardi di quanto sottoscritto. Aldilà delle inevitabili incomprensioni fra ospiti e ospitanti che episodicamente potranno ancora verificarsi (come peraltro accade in ogni settore del turismo), si avrà così un costante termometro del rapporto fra domanda e offerta e ulteriori riferimenti obiettivi per la selezione qualitativa delle aziende. Questa approccio, rivolto alla qualità, deve essere l’unico auspicabile per la Penisola Sorrentina, in quanto una massificazione anche dell’agriturismo sarebbe fatale ai delicati equilibri del territorio.

 

 

 

6.3       Diversificazione dell’approccio al mercato: sinergie tra agricoltura e turismo

 

Il mercato di sbocco tradizionale dei prodotti agricoli della Penisola Sorrentina, come già precisato nei capitoli precedenti, non è in grado di offrire un prezzo realmente remunerativo alla piccola azienda.

Soltanto, grazie alla rivalutazione del limone di Sorrento e all’incremento dell’attività agrituristica, alcune imprese agricole continuano ad investire ingenti capitali nella “terra”.

Molte altre aziende, invece, non hanno la possibilità di svilupparsi in tal senso e, non disponendo di capacità soggettive che possano garantire il rilancio concreto nel settore agricolo, hanno bisogno di un efficace sostegno esterno.

Il settore, che meglio può dare sostegno all’agricoltura, è sicuramente il turismo.  

Lo sviluppo del turismo nell’area sorrentina, come sarà accennato nel capitolo successivo, è dovuto principalmente alla natura dei luoghi.  I grandi vantaggi economici, di cui godono gli albergatori sorrentini, sono legati principalmente al particolare fascino del paesaggio e alla salubrità dell’aria.

L’agricoltura del secolo d’oro apportò un affascinante trasformazione del territorio, rendendolo unico al mondo; oggi, la speculazione e l’abusivismo edilizio, il conseguente aumento del traffico automobilistico e, non ultimo, l’inquinamento delle acque, stanno creando preoccupanti presupposti per il turismo del terzo millennio. 

Un grosso aiuto all’ambiente potrebbe arrivare direttamente dagli albergatori che, acquistando direttamente i prodotti agricoli nell’azienda o semplicemente coltivando in proprio un terreno abbandonato, sosterrebbero lo sviluppo eco-sostenibile di tutta l’area, anche perché limiterebbero l’espandersi della, così detta, desertificazione agraria.

Un altro efficace sostegno all’azienda agricola, potrebbe essere quello apportato da un’agenzia ad hoc;  infatti per ottenere una maggiore efficienza operativa di carattere generale, sarebbe auspicabile disporre un sistema organizzativo (anche indipendente dall’azienda agricola), che sappia interagire tra le varie realtà aziendali e sia in grado di ottimizzare lo spazio agricolo.

Attraverso delle “piccole specializzazioni” territoriali, realizzate semplicemente sulla base di documentazioni storiche[3], si otterrebbe una classificazione dei terreni più idonei a determinate colture.   Successivamente andrebbero individuate e raggruppate delle specifiche micro-zone dove si ha la possibilità di ottenere un prodotto di migliore qualità e una coltivazione tecnicamente più conveniente.  

Inoltre, con la presenza di un’agenzia, capace d’implementare lo scambio d’informazioni all’interno di questo sistema, si potrebbero creare interessanti sinergie fra agricoltura e turismo, con il coinvolgimento di operatori diversi.

A questo punto, anche per la piccolissima azienda che non ospita turisti, si aprirebbero nuove prospettive di crescita; l’assortimento del piccolo agriturismo potrebbe essere integrato dai prodotti delle altre aziende e queste ultime, a loro volta, sarebbero garantite da un prezzo più equo.     

Alla stessa maniera, anche l’albergatore avrebbe a disposizione più facilmente un valido assortimento di prodotti tipici e genuini da offrire, ogni giorno, ai propri clienti.

 



[1] I soggetti che hanno promosso l’iniziativa sono i comuni di: Massa Lubrense, Meta, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento, Vico Equense; altri ancora: Banco di Napoli – Ufficio Studi – SIB/FIPE – Confcommercio – CGIL – CISL – UIL.

[2] Si è riscontrato il buon successo di alcune aziende artigianali per la produzione di liquori a freddo; esse migliorando la qualità e, allo stesso tempo, aumentando il prezzo del limoncello, hanno visto un incremento delle vendite.

[3] La particolare vocazione di alcuni terreni rispetto ad altri può essere facilmente determinata grazie alla tipicità che, nel corso dei secoli e in base ai luoghi di produzione, è stata attribuita ad alcuni prodotti. (Es. pomodori di Montechiaro, insalata e carciofi dei Colli, amarene della Malecoccola, origano di S. Agata)

Nuova agricoltura e sviluppo sostenibile

 

 

5.1       La superficie agricola: cause e conseguenze della diminuzione

 

A fronte di una forte riduzione della S.A.T. e della S.A.U.[1], descritta nel capitolo precedente, e confrontando i dati con quelli riguardanti le aziende agricole, dal 1961 al 2000, appare evidente un andamento non sempre concordante; in alcuni casi, addirittura, ci troviamo di fronte ad un sensibile aumento come per i comuni di Massa Lubrense (25%) e Piano di Sorrento (10%).

 

 

 

 Se osserviamo i dati riguardanti le aziende negli anni ’61 – ’71 ci rendiamo conto che la superficie media aziendale, nei comuni di Massa e Piano, era leggermente superiore a quella degli altri (Castaldi, 1968, p. 59), a causa della presenza di aziende con uno sviluppo spaziale maggiore; successivamente anche in questi comuni, sotto la spinta della speculazione edilizia, ha avuto luogo una forte parcellizzazione del territorio.   D’altro canto, la diminuzione del numero di aziende negli altri comuni, non mostra variazioni concordanti con quelle riscontrate per la S.A.T. e per la S.A.U., proprio perché, anche qui i fenomeni di lottizzazione sono stati considerevoli.

Questo fenomeno di parcellizzazione, che trova le sue origini anche nell’ultima riforma agraria ha determinato la creazione di mini fondi, talvolta gestiti part-time, ma che a tutti gli effetti risultano censiti quali vere e proprie aziende agricole; solo negli ultimi periodi e nelle aree collinari si assiste ad un lento riassorbimento di esse in fondi più ampi e produttivi.

Possiamo affermare che la situazione agricola della Penisola Sorrentina è rappresentata da una forte riduzione dello spazio agricolo, da una riduzione sensibile della aziende e da una forte riduzione degli addetti; a quest’ultima non corrisponde, per una serie di evidenti motivi, un aumento tecnologico per mantenere la competitività di mercato; inoltre parte degli addetti concilia il lavoro agricolo con un’altra attività primaria.  Se a questa situazione aggiungiamo, che le aree agricole periurbane sono per la gran parte incolte in attesa di un ulteriore allargamento dell’area urbana, è facile immaginare come ci si assista ad un forte degrado ambientale, a discapito della sicurezza del suolo e dell’attrattiva turistica.  Nasce spontanea l’idea di un organizzazione diversa del territorio della Penisola Sorrentina, dove diventa necessario trovare un nuovo equilibrio tra le differenti esigenze dei vari settori dell’economia.  

In questa ottica si indirizzano le ricette proposte in senso generale dal Governo italiano (legge 431/85), dalle direttive Europee, ed in particolare dalla Provincia di Napoli con i progetti Agenda 21 locale (Prov. di Napoli, 2001).

Il piano non è di semplice attuazione poiché i motivi del degrado ed abbandono agricolo non risalgono ad una unica causa, ma appaiono il risultato di fattori concomitanti: storici, economici, sociali e logistici, dei quali si è ampiamente già trattato.

 

 

5.2       Le risposte possibili

 

A livello generale diventa necessario la redazione ed approvazione di piani rispettosi della risorsa – paesaggio – ai quali uniformare successivamente, attraverso un’attenta lettura del territorio, i piani regolatori dei comuni.

Naturalmente ciò implica un impiego di capitali e risorse, anche umane, in modo mirato ed a tutti i livelli per incrementare l’efficienza nei servizi di prevenzione, controllo e coordinamento: ambientale, geologico e idrografico.

Nella fattispecie, per la Penisola Sorrentina e per la prima volta, attraverso una considerazione dello spazio rurale come risorsa chiave, sono state definite delle linee di sviluppo sostenibile e di riqualificazione ambientale.   Secondo questo approccio il sistema rurale della Penisola Sorrentina, cioè il complesso e articolato sistema delle aree agricole e di vegetazione naturale o semi-naturale, non è più inteso come un insieme di spazi aperti, liberi e disponibili per le attività legate al soddisfacimento delle esigenze residenziali, produttive ed infrastrutturali.  Esso è considerato invece, un patrimonio comune, un capitale naturale non riproducibile, portatore di valori specifici e di funzioni autonome, la cui corretta gestione e tutela, è in grado di assicurare soddisfacenti condizioni di funzionamento dell’ecosistema urbano ed una migliore qualità della vita (Di Gennaro, 2001).

La Penisola Sorrentina è stata individuata come uno dei sette sistemi agro-ambientali della Provincia di Napoli, al quale è possibile attribuire, con il ricorso agli strumenti finanziari previsti in Agenda 2000, un valore strategico per definire le linee guida di valorizzazione e tutela dello spazio rurale.

La metodologia che è stata adottata è nota come “Analisi dei sistemi di terre”, cioè un approccio olistico in cui il paesaggio è studiato con riferimento a un insieme articolato di caratteristiche ambientali e, attraverso l’identificazione di ambiti omogenei, riconoscibili, in foto-interpretazione e sul campo, da osservatori differenti, afferenti discipline diverse, secondo un criterio di convergenza interpretativa.

Il paesaggio non è solo studiato negli aspetti estetico-percettivi, ma come un mosaico ecologico complesso, definibile nelle sue caratteristiche strutturali (distribuzione spaziale dei diversi ecosistemi), funzionali (relazioni tra gli ecosistemi) e dinamiche (mutamenti nella struttura e nella funzione).

Questo studio del territorio non consente la contrapposizione tra spazi naturali, antropizzati e costruiti, ma tutti sono definiti ed interpretati con le stesse modalità analitiche, come tessere di uno stesso mosaico.

L’aggregazione delle unità pedo-geografiche e ambientali, con ben definite potenzialità ed esigenze conservative per la Penisola Sorrentina, si definisce nella carta dei sistemi agroambietali come sistema agro-ambientale C: aree caratterizzate dalla prevalente presenza di sistemazioni agrarie di elevato valore storico-culturale, paesaggistico ed ambientale.(Prov. di Napoli, 2001)

Dalla descrizione del sistema appare evidente che esso si caratterizza sotto il profilo delle prestazioni, in base alla tipologia dei servizi e funzioni specificamente erogate, legate al mantenimento degli habitat e della biodiversità, alla produzione agro-forestale, alla conservazione dei paesaggi agrari storici di elevato valore culturale, ambientale ed estetico-percettivo (Di Gennaro, 2001).

 

 

5.3       Agricoltura biologica e biodiversità

 

La scelta di un’agricoltura sostenibile, con tecniche tali da ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente e allo stesso tempo di fornire prodotti salubri, risponde alle esigenze di rispettare la salute degli agricoltori, dei consumatori e di salvaguardare l’ambiente.

La promozione di tale agricoltura, già da tempo uno degli obiettivi della P.A.C. (politica agricola comunitaria), ha trovato applicazione nella Provincia di Napoli con il Reg. CEE 2078 del 1992, che promuove i metodi di produzione a minore impatto ambientale con contributi alle aziende e il Reg. CEE 2092 del 1992, che regolamenta le produzioni stesse.   Questi regolamenti sono stati ampliati nelle Agende 21 con EASW (European Awareness Scenario Workshop), dalla D.G. ambiente (Città Europea Sostenibile) e la S.C.C.E. (Sustainable cities campaign) ed Eurocities. (Filotico, 2001)

Il Regolamento 2078/92 ha previsto una serie di misure per incentivare la riduzione dei prodotti chimici, la diffusione di tecniche colturali estensive, la promozione dell’agricoltura biologica e di tutti i metodi di produzione compatibili con l’ambiente, la salvaguardia di specie animali locali, la cura dei suoli abbandonati e il ritiro di terreno dalla produzione.

L’applicazione nella Penisola Sorrentina di questo regolamento, mediante il programma regionale di agricoltura compatibile con l’ambiente, ha avuto inizio negli anni ’96 e ’97 con poche adesioni, aumentate successivamente. 

Alcuni degli elementi frenanti, causa della modesta richiesta di adesione, derivano dalla forte pressione antropica sul territorio, dalla ridotta dimensione aziendale e dal carattere intensivo della produzione.

Attualmente sul territorio risultano destinati alla produzione biologica appena 45 ha di superficie agricola totale ( 1,25% della S.A.T.) e 39,7 ha di superficie agricola utilizzata (1,55% della S.A.U.). 

Analizzando i dati per l’intera provincia (0,5% della S.A.U.) risulta evidente che nella Penisola Sorrentina si riscontra una maggiore presenza, in percentuale, di aziende biologiche.   Le politiche comunitarie e le scelte dei consumatori stanno dando ragione a chi ha investito nel settore “bio”, altri produttori della nostra area potrebbero inserirsi in questo segmento di mercato ancora in forte espansione.

 

Tabella n. 5.1 – Aziende biologiche e tipologia delle produzioni

 

Comune

Azienda

Attività

Superf. Ha

 

Tot

Prod

Trasf

Colture

Trasform.

SAT

SAU

Vico Eq.

3

2

1

Olivo, orto.

Farine

8.19

6.74

Meta

2

2

 

Limone, olivo.

 

6.55

5.06

Piano di Sorrento

5

2

3

Limone, olivo, frutta.

Limoncello, confettura

2.09

1.99

S. Agnello

5

3

2

Limone, olivo, vite.

Olio, distribuzione

4.03

3.71

Sorrento

7

6

1

Olivo, limone,  vite.

 

9.53

8.33

Massa Lubrense

7

6

1

Olivo, limone, vite.

 

14.80

13.91

Totali

29

21

8

 

 

45.19

39.74

 

Fonte: Provincia di Napoli, 2001.

 

Nella stessa linea di tendenza si inseriscono le iniziative rivolte a garantire la qualità e la tracciabilità delle produzioni agro-alimentari, mediante disciplinari di produzione, sistemi di certificazione e marchi ( D.O.C, D.O.P., I.G.P.).

La creazione dei marchi collettivi mira a conferire un maggior valore aggiunto alla produzione con la diversificazione del prodotto ed il miglioramento del livello qualitativo.  Inoltre, con questo innovativo strumento, l’agricoltura si orienta verso la tutela dell’ambiente, garantendo la conservazione dei patrimoni di biodiversità e di cultura tramandati, trasferendoli anche alle generazioni successive.

La certificazione dei prodotti è anche particolarmente utile per orientare le pratiche agricole verso una riduzione dell’impatto sull’ambiente, in quanto si basano su disciplinari di produzione che pongono limitazioni di resa e sistemi di controllo che garantiscono la salubrità del prodotto e la tracciabilità della produzione.

I marchi sono D.O.P. (Denominazione di origine protetta) e I.G.P. (denominazione geografica protetta); il Reg. CEE 2081/92 con essi intende indicare il nome di una regione o di un luogo determinato che sia identificativo per un determinato prodotto alimentare.  Il marchio A.S. (attestazione di specificità), secondo il Reg. CEE 2082/92, richiede che vengano utilizzate materie prime tradizionali o metodi di produzione e trasformazione tradizionali.

I prodotti tipici riconosciuti che interessano la Penisola Sorrentina, sulla base del Reg. CEE 2081/92 sono: l’olio extra-vergine d’oliva Penisola Sorrentina D.O.P. (Reg. CE 1065/97), limone di Sorrento-I.G.P. (Reg.CE 2446/2000).  

Il “limone” individuato fa parte dell’ecotipo “Ovale di Sorrento”, la zona di produzione è circoscritta alle aree comunali di Vico Equense, Meta, Piano di Sorrento, S. Agnello, Sorrento, Massa Lubrense, Capri e Anacapri, il sistema di coltivazione deve ricalcare sommariamente e il più possibile quello tradizionale con una densità d’impianto non superiore ad 850 piante per ettaro. Il frutto ottenuto con le particolari tecniche descritte, si presenta solitamente con la buccia di spessore medio e con la sua parte esterna, il flavedo, ricca di olio essenziale, dotato anche di un’aroma ed un profumo particolarmente intensi; sono queste  le caratteristiche fondamentali che rendono unico il limone di Sorrento, infatti, tali proprietà organolettiche, donano quel sapore inimitabile al suo derivato per eccellenza, ovvero il “limoncello”. (Vinaccia, 1998)

Alcuni prodotti sono in corso di registrazione, comunque già protetti mediante protezione transitoria nazionale ai sensi del Reg. CE 535/97, e sono: noce di Sorrento I.G.P. e Fior di Latte della Penisola Sorrentina.

Tra i prodotti registrati sulla base del Reg. CEE 2082/92: Mozzarella-A.S.; inoltre, fra i prodotti D.O.C. abbiamo la presenza del vino.

La produzione italiana di vino è diminuita notevolmente, a fronte delle produzioni degli anni ottanta superiori ai 75 milioni di ettolitri di vino, negli ultimi anni (1990, 1994, 1999 e 2001) si sono raggiunti appena i 55 milioni di ettolitri.  Questa notevole diminuzione è frutto della politica comunitaria che, per risolvere il problema delle eccedenze di produzione, ha incentivato il taglio e la distruzione di molti vigneti[2].  Tale atteggiamento politico-economico ha favorito il miglioramento qualitativo della produzione italiana, soprattutto meridionale, ma ha costituito un “duro colpo per la collina, il paesaggio, l’ambiente, l’azienda coltivatrice, l’associazionismo, le stesse tradizioni storico-culturali” (Di Lena, 1994).

Altri prodotti alimentari provenienti dalla forte tradizione alimentare della Penisola Sorrentina meriterebbero maggiore tutela e considerazione. Fra i latticini, oltre al Fior di Latte, abbiamo il cosiddetto Provolone del Monaco è che prodotto esclusivamente con latte proveniente dalle pendici del Faito e necessita di 1/2 anni di stagionatura in “grotta”; fra i prodotti agricoli spiccano alcune varietà di pomodori da insalata denominati genericamente “di Sorrento”: il Cuore di Bue rappresenta la varietà più diffusa nel commercio all’ingrosso, ma, nonostante la buona resa per pianta, non consente guadagni soddisfacenti agli operatori locali, in quanto, le produzioni intensive in serra della zona vesuviana provocano una costante pressione inflazionistica sul prezzo medio di mercato.  Altri prodotti, anche se non classificati, presentano pregevoli qualità, fra essi ricordiamo: i carciofi e le patate delle zone collinari, i gelsi e l’origano di S. Agata, i fichi di Massa Lubrense e non ultime le arance della piana sorrentina.

Anche l’arancia prodotta a Sorrento gode dello stesso tipo di proprietà organolettiche già viste per il limone I.G.P., quindi è conseguentemente lecito  affermare che anch’essa, avendo un sapore ed un profumo particolare, che la rendono unica, meriterebbe maggiore attenzione.

 

 



[1] S.A.T: superficie agricola totale; S.A.U.: superficie agricola utilizzata.

[2] Dal 1° settembre 1994 entra in vigore il disciplinare di produzione per i vini di origine controllata della Penisola Sorrentina. I vitigni principali, che almeno al 40% devono essere presenti nei vini Penisola Sorrentina Bianco e Penisola Sorrentina rosso, sono rispettivamente: Falanghina e Pedirosso.

L’esodo dalle campagne e la desertificazione dello spazio

 

4.1       La nuova struttura sociale e territoriale, l’agricoltore figura marginale

 

A partire dal 1950, in uno scenario di rinascita economica generale, si ricominciava a porre attenzione sul problema del Mezzogiorno.   

Nel Nord del paese la proprietà agricola era di media grandezza ed equamente  distribuita fra molti “contadini” imprenditori i quali, grazie alle condizioni favorevoli dell’ambiente esterno e alla capacità di organizzare il lavoro, favorirono un rapido sviluppo del settore primario.    Tale sviluppo fu determinante per la ripresa di tutta l’economia del Settentrione e, in tutti i settori, le imprese riuscirono a cogliere le nuove opportunità di sviluppo dettate dai crescenti bisogni indotti della nuova economia, la famiglia italiana media, superate le ristrettezze del fascismo, si stava ormai “occidentalizzando” a tutti gli effetti. (Spesso, 1987).

In pochi anni la dinamica produttiva delle regioni settentrionali portò una grossa crescita e trainò tutto il Paese verso il boom economico degli anni ’60.

Nel Meridione d’Italia il reddito pro capite era appena il 40% rispetto a quello settentrionale, la mancanza di medie e grandi imprese di tipo capitalistico e, soprattutto la diversa struttura sociale e territoriale, non determinarono condizioni favorevoli allo sviluppo industriale e agricolo[1] (Formica, 1979, p. 7).   

La maggior parte della proprietà terriera era in mano a pochi latifondisti e la restante parte era mal ripartita fra piccole aziende con poche possibilità d’investimento; “disoccupazione e sottoccupazione costituivano un problema di particolare gravità per la grande massa dei braccianti, che in larghe plaghe del Mezzogiorno fornivano aliquote comprese tra il 25% e il 50% del lavoro e, nonostante si sottoponessero a migrazioni stagionali, difficilmente riuscivano a cumulare più di 100 giornate lavorative all’anno”[2] (Ibidem)  

Come per tutti i meridionali, anche per gli abitanti della Penisola Sorrentina, i primi anni del dopoguerra non offrirono grandi opportunità di sviluppo agricolo e industriale, però, grazie alla buona organizzazione commerciale, nonché “all’inerzia” del secolo d’oro e all’incremento del movimento turistico, non si raggiunsero le condizioni di povertà estrema.[3] 

Anzi molte altre attività economiche nacquero e si svilupparono intorno al turismo, provocando una rapida crescita generale di tutta l’area, anche l’agricoltura trasse beneficio dalla crescita del settore turistico, infatti, l’incremento della “capacità” alberghiera provocò un aumento della domanda di prodotti agricoli,  ma tale opportunità fu colta solo in piccola parte.   Agricoltori più attenti, e disposti al cambiamento dell’ordinamento e delle tecniche colturali, avrebbero potuto meglio sfruttare questa nuova combinazione di opportunità, ma l’imprenditore agricolo della penisola, accontentandosi della rendita delle arance, non effettuò né investimenti né trasformazioni, salvo cedere successivamente alle lusinghe dei costruttori edili, poiché travolto dalla crisi dell’agrumicoltura sorrentina.

Fino alla metà degli anni ’70 l’agricoltore “colono” della penisola, pur conducendo una vita semplice e quasi non toccata dal progresso, riesce a gestire l’azienda in maniera dignitosa e, grazie a qualche “buona annata”,  è in grado di accantonare le risorse finanziarie necessarie per gli investimenti di tipo durevole che, specialmente negli agrumeti, erano e sono ancora necessari per una gestione ottimale di uno spazio agricolo “particolare”.   

Anche chi è proprietario e coltivatore del fondo è comunque consapevole di non avere prospettive di crescita per il futuro, infatti è sempre più propenso ad indirizzare i propri figli verso gli studi, anche universitari, o comunque verso un altro lavoro; oltre al lavoro in “albergo”, i figli di molti contadini, sia proprietari, sia affittuari, scelsero il “mare” e molti di essi, iscrivendosi all’antico Istituto Nautico “Nino Bixio” di Piano di Sorrento e con molti sacrifici, alternando lo studio al lavoro nei campi, riuscirono a conseguire il diploma, che consentì loro di navigare come ufficiali sulle navi mercantili[4] (Bixio News, 1988). 

Le rimesse dei “marittimi” e le risorse economiche del turismo rappresentarono, quindi, gli elementi fondamentali dello straordinario processo di crescita della Penisola Sorrentina; tutta l’area non subì, pertanto, quel forte movimento migratorio verso i paesi esteri (Nord Europa, Australia e Nord America), caratteristico di tutto il Meridione post-bellico, bensì un micro-movimento interno, sia da zone agricole più impervie ad altre migliori, sia da entrambe verso l’area urbana, conseguentemente l’esodo rurale fu limitato solo a piccole zone montane. 

In questi anni Sorrento e S. Agnello consolidano la loro vocazione turistica, mentre Piano, grazie alla costruzione del nuovo mercato ortofrutticolo e ad altre strutture adiacenti ad esso, ritrova invece la sua antica caratteristica di paese commerciale e vede fiorire in pochi anni molte nuove imprese di servizi, collegate all’edilizia e al commercio marittimo; ancora oggi Piano di Sorrento è un importante centro commerciale e logistico dell’area sorrentina. 

Se l’esodo rurale fu limitato, così non fu per l’esodo agrario; nel breve periodo 1951-1971 gli occupati in agricoltura diminuirono del 50% e vi fu un notevole aumento della loro età media (Parente 1982); la famiglia contadina, grazie all’impiego dei più giovani in altre occupazioni estranee al mondo agricolo, beneficiò di nuove entrate finanziarie che contribuirono a sostenerla.

Questo nuovo meccanismo svolse un ruolo fondamentale per la vita di tanti vecchi contadini che, in molti casi, ricevettero l’aiuto dei figli nel lavoro della terra, infatti, il lavoro stagionale lasciava loro del tempo libero da dedicare al lavoro agricolo e ciò permise loro di apprendere, e quindi di tramandare, molte delle conoscenze del mestiere di “contadino sorrentino”;  ancora oggi la sussistenza di tante realtà agricole si deve a questo particolare meccanismo uomo/terra/turismo.

Oggi l’invecchiamento degli occupati in agricoltura e l’abbandono dei terreni sono le maggiori problematiche che preoccupano, nel breve periodo, il settore agricolo e, nel lungo periodo, l’intera economia e gli equilibri idrogeologici della Penisola Sorrentina.

 

4.2       La redditività decrescente del giardino di agrumi 

 

Durante la continua ricerca sul territorio di elementi chiari e tangibili che possano spiegarci i cambiamenti dell’agricoltura a Sorrento, ho ritenuto interessante, attraverso l’analisi di alcuni documenti rinvenuti in varie aziende agrumicole, proporre un’analisi dell’andamento dei prezzi di mercato e dei costi di produzione dal 1947 fino ad oggi.

 

 

Come è possibile dedurre dall’andamento del grafico, lo sbilanciamento fra costi di produzione e prezzi di mercato dei prodotti agricoli va sempre aumentando col passare degli anni, l’insostenibilità delle grosse spese è stata la causa principale del crescente abbandono delle campagne sorrentine da parte delle nuove generazioni.  

Nei due grafici seguenti è possibile notare che l’incidenza del costo del salario giornaliero, sul valore della quantità media di agrumi raccolti dal singolo operaio, è in crescita costante dal 1947.

 


 


 

In questi due grafici risulta chiaro che l’incidenza dei soli costi di raccolta sul valore del raccolto medio per operaio, irrisoria negli anni ’50, è diventata significativa negli anni seguenti e come oggi gravi notevolmente sulla produzione. Quest’esemplificazione grafica diventa ancora più significativa se teniamo conto della mancata meccanizzazione e la conseguente necessità di manodopera manuale in agrumeto; cinquant’anni fa per pagare una giornata di lavoro bastava un paniere di arance, mentre negli ultimi anni sono necessari anche tre quintali.

La manodopera prettamente manuale è molto richiesta nell’agrumeto della Penisola Sorrentina a coltivazione classica; si pensi che, oltre che per la raccolta (1 q.le/ora) e per la slupatura[5] (per una pianta sono necessarie dalle 3 alle 6 ore), per la “zappatura” a mano occorrono dalle 30 alle 35 giornate/ha/anno, per la concimazione ad anni alterni con stallatico e liquami 5 giornate/ha/anno, per la potatura 20 giornate/ha/anno, per la pulizia del terreno dalle erbe infestanti 8 giornate/ha/anno, per la difesa fitosanitaria 4 giornate/ha/anno,  per la protezione della coltura con pagliarelle 40 giornate/ha/anno e per la manutenzione ordinaria dei pergolati 7 giornate/ha/anno.

Calcoliamo, da questa sommaria analisi, che con la tecnica classica di conduzione siano necessarie approssimativamente ogni anno, per la sola manutenzione ordinaria escludendo la raccolta, circa 120 giornate lavorative[6], per un costo complessivo di 18000 Lire nel 1947 e poco inferiore agli 8000 Euro nel 2002. Diventa semplice capire che, con la tecnica classica, i soli costi d’esercizio hanno uno sbilanciamento notevole rispetto agli attuali prezzi di mercato, si pensi che, al prezzo odierno di 22 Euro/q.le e con una produzione media di arance non superiore a 200/q.li/ha/anno, il ricavo annuo raggiunge appena 4400 Euro.

In realtà oggi quasi nessun coltivatore di agrumi adotta al 100% la tecnica classica, almeno la zappatura e la pulizia dalle erbe infestanti è praticata con l’ausilio di mezzi meccanici e per le coperture vengono adottate reti di polivinile al posto delle “antiche pagliarelle”[7]. Tuttavia anche risparmiando 60, delle 120 giornate/ha/anno considerate, restano comunque determinanti i costi fissi e l’ammortamento dei pergolati. 

Negli ultimi anni i coltivatori di limoni che hanno aderito alla cooperativa Solagri, hanno beneficiato di un prezzo protetto (minimo Lire 1000/kg) e della libertà di scelta del periodo di raccolta, questi fattori oltre ha consentire un ricavo più alto hanno permesso in molte zone l’abolizione del costoso sistema di protezione, portando così la coltura a livelli competitivi.  L’albero del limone, al contrario di quanto si supponeva in passato, è più resistente al freddo rispetto all’arancio, esso necessita solo di frangiventi e di una buona concimazione naturale a cadenza biennale, inoltre l’unico trattamento anticrittogamico previsto, in assenza di malattie particolari, e quello effettuato nei mesi di novembre e febbraio, con poltiglia bordolese.

In conclusione e alla luce dei parametri economici esaminati, non esiste pratica agrumicola attuabile, nel paesaggio agricolo della Penisola Sorrentina, che permetta un reale beneficio economico[8]; infatti, possiamo liberamente affermare che il movente psicologico dell’agricoltore sorrentino non è solo di carattere lucrativo, ma è dettato da quella viscerale passione per la natura che lo accompagna da molti secoli.

 

 

4.3       Il problema dell’utilizzazione del suolo e la sostenibilità ambientale e paesaggistica

 

“Il suolo è lo strato che ospita la parte ipogea della vegetazione, la fauna ed i microrganismi ed in esso si svolgono i cicli della materia e dell’energia connessi a queste presenze.” (Prov. di Napoli, 2002).  Inoltre ha il compito di filtrare le acque e le sostanze tossiche immesse dall’uomo nell’ambiente a causa dell’espansione urbana ed ha un “effetto regimante sui deflussi idrici”[9] (Di Gennaro, 1999).  La funzione principale del suolo rimane, ormai da millenni, quella di substrato per la produzione di prodotti agricoli, per la produzione legnosa e per il pascolo del bestiame, potremmo anche considerarlo uno degli elementi misuratori dell’equilibrio ecologico del Pianeta. (Prov. di Napoli, 2002).

La pressione che lo sviluppo urbano, con l’aumentare degli insediamenti e delle attività produttive connesse, ha esercitato ed esercita sull’ambiente fisico della Penisola Sorrentina è il fattore che più di ogni altro ha guidato i cambiamenti del suolo verificatesi nell’ultimo trentennio.  Tutti questi cambiamenti, quasi sempre in assenza di adeguata programmazione, si sono risolti in una erosione indiscriminata dei suoli agricoli.  L’espansione urbana, legata anche al turismo, ha come impatto diretto la distruzione o l’irreversibile alterazione dei suoli dovuti alla edificazione, apertura di cave e copertura ed impermeabilizzazione del territorio.

Inoltre cresce la difficoltà nella conduzione delle aziende agricole, quali l’introduzione di vincoli per alcune pratiche agricole e l’inquinamento causato da fonti non agricole.

L’incremento speculativo del valore del suolo legato ad un eventuale destinazione edificatoria ha disincentivato gli interventi di miglioramento e di ordinaria manutenzione, determinando al tempo stesso uno scadimento qualitativo ed estetico del paesaggio della campagna periurbana dei vari centri della Penisola Sorrentina. (Provincia di Napoli, 2001)

 

 

La superficie agricola totale della Penisola Sorrentina, che nel 1963 era di 6403 ha e rappresentava l’87,8% della superficie territoriale, si è ridotta nel 1990 a 4134 ha, pari al 56,7% e nel 2000 è scesa ancora a 3600 ha, pari al 49,3% della superficie totale.   Contemporaneamente la superficie non agricola è aumentata notevolmente: questo incremento, in un’area caratterizzata da una forte pressione sulla risorsa suolo, è certamente dovuto all’espansione delle aree urbanizzate.

Complessivamente la S.A.T. è diminuita del 38,5% e la S.A.U. del 37,1% (vedi grafico 4).   L’evoluzione è dello stesso segno di quella registrata sull’intero territorio provinciale e nazionale, ma, e questo vale per l’intera provincia, d’intensità molto maggiore.

 

 

I dati disaggregati per comune rendono più chiara la distribuzione del territorio:

 

 

Tabella  n.  4.1 – Valori delle superfici territoriali e densità agricola.

 

 

Comune

Sup.tot.   (in ha)

S.A.T. (in ha)

   S.A.U

(in ha)

S.A.T. x Ab.     (in mq.)

S.A.U. x Ab. ( in mq.)

Vico Equense

2930

1611

962

790

454

Meta

219

107

76

138

99

Piano di S.

773

394

278

305

216

S. Agnello

409

250

193

295

228

Sorrento

993

324

281

185

161

Massa Lubr.

1971

916

767

699

586

 

Fonte: Castaldi1968; Prov. Di Napoli, 2001; Istat, 2000

 

 

 

 

 

Tabella  n.  4.2 – Variazione dello spazio agricolo per abitante dal 1961 al 2000

 

Comuni

Variazione %

S.A.T. x Ab.

1961 – 2000

Variazione % 

S.A.U. x Ab.

1961 – 2000

Vico Equense

– 57

– 68

Meta

– 45

– 51

Piano di Sorrento

– 59

– 68

S. Agnello

– 51

– 56

Sorrento

– 75

– 74

Massa Lubrense

– 62

– 62

 

Fonte: Provincia di Napoli, 2001.

 

 

Il fenomeno della desertificazione agricola in Penisola Sorrentina è quindi cresciuto negli ultimi anni, i terreni abbandonati sono causa di una maggiore instabilità del territorio, infatti l’area riveste un elevato valore per il mantenimento degli equilibri idrogeologici e svolge un ruolo di cuscinetto ecologico nei confronti delle aree limitrofe a più elevata naturalità.

Il paesaggio, prodotto dall’opera dell’uomo, costituisce un sistema metastabile, la cui conservazione è legata alla conduzione nel tempo di interventi assidui e di manutenzione attiva dell’uomo.  È un paesaggio agricolo la cui conservazione richiede una risposta eco-compatibile con un monitoraggio vigile e intelligente, nonostante esso sia divenuto marginale rispetto ai circuiti vitali del mercato a causa degli svantaggi operativi e gli alti costi di produzione.

Molti paesi europei hanno avviato politiche di sostegno a questo tipo di agricoltura compensando economicamente e finanziariamente gli agricoltori rispettosi del paesaggio (Touring Club, 1998); solo recentemente la Provincia di Napoli, accogliendo in pieno il concetto di sviluppo sostenibile e condividendo in larga misura all’Agenda 21 e agli orientamenti della politica comunitaria dettati dalla Dichiarazione di Cork ( Touring Club, 1998), con il progetto ECOPOLIS[10] intende avviare un percorso di sensibilizzazione e di partecipazione sui temi dello sviluppo sostenibile nonché la sperimentazione di Agenda 21[11]. Restano i problemi di natura economica legati alla scarsa sensibilizzazione e di informazione da parte delle amministrazioni preposte, anche perché il progetto risponde al momento solo per le attività di reporting e di forum. (Provincia di Napoli, 2001, pp. 567-571).



[1] Il problema del Mezzogiorno si trascina fin dall’unità d’Italia e solo negli anni ’50 diventa questione centrale della politica italiana. 

[2] Inoltre i salari erano molto bassi e anche i “piccoli proprietari e affittuari contadini vedevano assorbiti quasi interamente dagli alimenti i loro bilanci annui”.

[3] Sullo sviluppo del turismo si veda il VII capitolo di questo lavoro. N.d.A.

[4] L’aumento delle iscrizioni, nelle sezioni capitani e macchinisti dell’Istituto Tecnico Nautico “Nino Bixio”, fu ininterrotto fino alla fine degli anni ’70.

 

[5] La slupatura è una particolare tecnica per la cura delle piante. Si veda il III capitolo di questo lavoro, p. 76.

[6] Il prof. Cupo afferma che il 70% della superficie agricola è coltivata ad agrumi e per il mantenimento medio complessivo occorrono 300 giornate/ha/anno. Appunti dell’autore in occasione della presentazione ufficiale del PATTO TERRITORIALE della Penisola Sorrentina, Sorrento, 14/05/1999.

[7] Per i prezzi dettagliati riguardo i costi di copertura dal dopoguerra ad oggi, si veda l’appendice di questo lavoro. N.d.A.

[8] In alcuni casi, tuttavia, le aziende agricole della Penisola Sorrentina riescono a chiudere i bilanci in attivo, questo è dovuto esclusivamente ad una conduzione familiare al di fuori di qualsiasi logica contrattuale. N.d.A.

 

[9] Il suolo della Penisola Sorrentina consente di fare agricoltura in condizioni estreme prevenendo processi erosivi regimando le acque con un sofisticato sistema idraulico basato sul rapporto tra suolo e funzione drenante dei muri, smaltimento e deflusso delle acque con percorsi e linee di impluvio.

[10] Progetto denominato “Tra Terra e Mare per lo Sviluppo Sostenibile della Provincia di Napoli” presentato dall’Assessorato all’Agricoltura e allo Sviluppo Sostenibile della Provincia di Napoli.

[11] Documento d’indirizzo per lo Sviluppo Sostenibile approvato nel 1992 da 173 Governi alla Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo di Rio del Janeiro.

L’agrumicoltura Sorrentina dal 1850 al 1950 “il secolo d’oro”

 

 

L’AGRUMICOLTURA SORRENTINA 1850-1950:

IL SECOLO D’ORO

 

 

3.1       Alcuni cenni introduttivi

 

Questo capitolo è dedicato al periodo storico più significativo per l’agricoltura in Penisola Sorrentina.   All’inizio dell’Ottocento si cominciò a praticare la coltivazione intensiva degli agrumi; in pochi anni tale tecnica si diffuse su tutto il territorio della Piana, sulle colline di Sorrento e di Massa nonché sul versante di Positano.   Il fenomeno “agrumi” fu, per la penisola, la chiave di volta della crescita economica generale che la rivoluzione industriale apportò in tutta Europa; i cambiamenti socio-culturali radicali, dovuti a quel periodo, sono ancora oggi  facilmente riconoscibili, tanto che a molti piace definire quest’arco di tempo “periodo d’oro” o “secolo d’oro”.   

In questo capitolo saranno analizzate sia le variabili economiche, nei loro dettagli più analitici, sia quelle sociali.   Spesso cercheremo di dare attenzione alle vicende della gente comune, non sempre riportate dai libri di storia. 

Contadini, marinai e artigiani furono la spina dorsale di un peculiare sistema produttivo basato principalmente sul lavoro manuale; essi “camparono” nel secolo d’oro in maniera semplice, lavorando per tutta la vita con la passione di chi ama la natura perché si sente parte integrante di essa.

Il forte richiamo per la natura e il carattere forte di una generazione intraprendente, coraggiosa e determinata,  è rimasto così impresso per sempre nella nostra cultura.

Se il sistema fu reso efficiente dalle braccia e dall’inventiva dei più umili, è pur vero che molto si deve alla più acculturata classe borghese, che seppe ben organizzare le varie fasi di una “efficace strategia economica”.

Sulle orme di questi uomini forti, grazie ai racconti dei “nonni” o agli sbiaditi ricordi di bambino, molti uomini e donne hanno coltivato una passione “eccezionale”, e spesso illogica, per la natura e per l’agricoltura tradizionale.   Ancora oggi, chi percorre le strade della Penisola Sorrentina, può ammirare scorci di paesaggio agricolo, tipico del secolo d’oro; le viti a spalliera, i nespoli sul confine delle proprietà, i noci, gli olivi e i ciliegi, la cui chioma domina i “pergolati”, e altri ancora, sono immagini uniche al mondo e rappresentano un patrimonio culturale da preservare.   

Tuttavia, se sopravvive ancora questa particolarità agricola – nonostante scarsi risultati qualitativi e quantitativi e una remunerazione alquanto illusoria – lo dobbiamo solo alla forte “passione” che l’abitante peninsulare nutre per la sua terra.

 

 

3.2       L’agricoltura agli inizi dell’Ottocento

 

Nei quattro centri principali – Vico, il Piano, Sorrento e Massa – la percentuale di addetti all’agricoltura sulla popolazione attiva si attestava su una media del 28%, con un valore massimo del 31% a Massa e minimo di 25% a Sorrento. “Il termine comunemente usato nel catasto era quello di “bracciale”, ma esso nasconde una gamma infinita di situazioni (Assante, 1985).   Infatti, con questo termine il catasto indicava il bracciante tout court (colui che possiede unicamente la forza delle braccia e che vende al miglior offerente) o anche, il proprietario di una o più masserie e/o di più vacche o anche, chi possedeva un centinaio di pecore e capre. Quindi, nel complesso il bracciale non è emarginato dal possesso fondiario come avveniva altrove, ed è quasi sempre proprietario; nella peggiore delle ipotesi prendeva dei territori in affitto.  “Nel catasto di Piano ricorrono sporadiche espressioni come agricoltore, terrazzano, massaro.  Non mancano casi di bracciali che, oltre a possedere un patrimonio fondiario cospicuo, sono anche esattori dei censi” della città di Sorrento (Assante, 1985).  

Gli elementi offerti dal documento catastale consentono un quadro d’insieme all’interno del quale si possono cogliere le connotazioni più importanti del paesaggio agrario.   Pur essendo difficile una misurazione esatta, perché ricorrenti le espressioni territorio o masseria arbustata, vitata, olivetata, fruttata senza altra indicazione, è tuttavia possibile individuare chiaramente tre aree distinte: una, a coltura promiscua vite-olivo, comune a tutti e quattro i comuni; un’area destinata a colture altamente commercializzate quale l’agrumeto; ed infine un’area silvo-pastorale.   Nei catasti di Vico e Massa si fa sporadicamente riferimento a terreni seminativi, a orti ed a castagneti; in quelli di Sorrento e Piano al giardino di agrumi.

Gli eccellenti pascoli, a Massa e a Vico in particolare, tenevano viva la tradizione dell’allevamento di vitelli, universalmente noto come all’uso di Sorrento.   Si trattava di vitelli allevati nel pagliaio e nutriti di latte materno per due mesi” (Di Candida, 1974).

“I vitelli di Sorrento – scriveva il Galanti – sono un cibo delicato.   Questa contrada offre un’industria di tale animale che manca in tutte le altre.  La maggior quantità di quella produzione era arrivata al mercato napoletano, mentre il residuo era venduto in loco” (Assante, 1985).

 Ricordiamo che la produzione dell’ottimo latte, già citata nel primo capitolo, portò lo sviluppo del settore caseario, divenuto oggi, segmento fondamentale dell’industria di trasformazione in Penisola Sorrentina.

Nel corso del Settecento gli agricoltori sorrentini risposero con prontezza alle nuove domande e sfide poste dall’Europa e dal mercato internazionale; dal XVI secolo in poi, i nuovi orizzonti geografici si espansero sempre più e le nuove rotte del commercio consentirono l’ingresso sul mercato di prodotti concorrenziali; la  Rivoluzione Industriale, in corso in Europa, creò poi mezzi di trasporto più rapidi ed economici che resero ancora più convenienti questi “traffici marittimi”; inoltre il progresso dell’industria richiedeva spesso nuovi prodotti e, nelle città, la forte urbanizzazione creò bisogni indotti, accrescendo la domanda di prodotti agricoli.   Fu così che, in quel periodo, i “manufatti domestici” della Penisola Sorrentina persero valore, mentre i prodotti agricoli ne guadagnarono (Deane, 1990).

Nella piccola area urbana dei casali del Piano e nel centro di Sorrento si articolava un’industria domestica volta a soddisfare soprattutto le esigenze degli abitanti del luogo, la produzione era organizzata all’interno delle case o in appositi locali, gli uomini si dedicavano alle attività artigianali legate all’agricoltura mentre le donne erano quotidianamente impegnate in lavori di filatura, tanto che la seta di Sorrento fu conosciuta per la sua alta qualità anche nella capitale (Jalongo, 1993).

“L’industria della bachicoltura fu un tempo una delle nostre produzioni agricole più floride; tutti ne traevano i più grandi vantaggi, costituendo per molti l’unico sollievo per riparare una grave necessità di vita. Venuta meno questa provvida risorsa, tutti ne risentirono le penose conseguenze” (Ferraro, 1990).   Come possiamo intuire, dalle parole del “pregio” professore in agraria Vincenzo Tutino, la coltivazione del baco da seta subì una grave battuta d’arresto, dovunque furono estirpati gli alberi di gelso, un tempo coltura principale praticata sul territorio.  La crisi del settore non durò per un lungo periodo, infatti, grazie all’importazione di nuovi bachi da seta allevati in Giappone, nelle botteghe fu possibile riavviare l’attività di filatura e in alcune zone della piana del Sarno furono reimpiantati gli stessi alberi di gelso; in penisola si preferirono, invece, colture diverse come gli agrumi, gli olivi, i noci e la vite.

L’agricoltura si andò rapidamente evolvendo grazie al crescere della domanda; infatti, non solo aumentò il fabbisogno alimentare delle città, ma alcuni prodotti, come per esempio l’olio d’oliva, venivano usati nei “nascenti” processi industriali; proprio questa richiesta notevole di olio riempì le regioni del Meridione di alberi d’olivo, caratterizzando fortemente il paesaggio (Bevilacqua, 1993)

Tale evoluzione coinvolse anche la nostra penisola, come si evince da un documento catastale d’inizio ottocento, portato alla nostra conoscenza dal centro studi Bartolomeo Capasso di Sorrento, dove la descrizione analitica del paesaggio agrario di fine secolo viene correttamente sintetizzata: “Nella misura in cui era consentito dalle condizioni del terreno e dalla disponibilità di acqua, nel corso del Settecento l’agricoltura si andò rapidamente evolvendo per cogliere tutte le occasioni favorevoli di mercato che la marina con i suoi intensi traffici, specialmente con la capitale, offriva quotidianamente” (Assante, 1985).  

Data la possibilità di esportare, ecco nascere le colture specializzate o, per meglio dire, cresce il livello di specializzazione dell’agricoltura in funzione dei grandi mercati di consumo.   Si pensi, che in quel periodo, le terre destinate ad agrumeto e ad agrumeto scelto, raggiungevano già il 10% dell’estensione a Piano e a Sorrento e poco meno a Meta.   Il vigneto, sia scelto che promiscuo era presente per circa il 46% dell’estensione totale a Piano, per il 28% e più a Sorrento, per il 21% a Massa Lubrense e per il 14% a Vico Equense.   Infine l’oliveto, il cui impianto si va intensificando nel corso del secolo, si attesta sul 22% a Massa, sul 19% a Sorrento, sull’11% a Vico e su poco più dell’8-9% a Meta e a Piano.   “Le colture tradizionali a seminativo erano massime a Massa e minime a Vico, dove per la specifica posizione naturale erano privilegiati il bosco e il pascolo che raggiungevano il 60% della estensione” (Assante, 1985)

In verità le colture scelte, ossia specializzate, erano praticate solo in zone limitate, spesso situate nelle zone montane e collinari concernevano per lo più in boschi, pascoli, seminativi e oliveti.   Infatti, dovunque fosse stato possibile, il contadino della penisola era propenso a sfruttare intensamente la superficie coltivabile, associando colture diverse, ottimizzando così il rendimento.

Il classico giardino di inizio secolo, in Penisola Sorrentina, si presentava quindi con vario aspetto, secondo la zona di localizzazione. 

Nella piana a Nord troviamo spesso gli agrumi, contornati dal gelso, dal noce e dalla vite; secondo documenti catastali dell’epoca, una vasta zona del Piano era considerata vigneto e gli alberi d’agrumi dovevano essere piantati “ad ornare i viali di accesso della casa padronale” (Guida, 1975).

Anche in determinate aree di Massa e Vico era possibile coltivare agrumi e in queste zone, è soprattutto il limone ad essere impiantato; ad esso veniva spesso associato l’olivo che, a sua volta, assumeva una funzione complementare di grande importanza per la coltivazione agrumicola, quella di frangivento; gli alberi di olivo, piantati a ranghi più stretti e intorno all’agrumeto, fungevano come riparo dai venti provenienti dal mare.

Ancora oggi, specialmente nella zona di Monticchio presso Massa, grandi distese di limoni sono ottimamente riparate da coperture in legno di castagno e fitte reti di polivinile.

Il paesaggio nelle zone collinari era caratterizzato, in prevalenza, dai vasti oliveti consociati alla vite, mentre quello montano dalla quasi totalità di pascoli e boschi.

Queste descrizioni sommarie ci indicano le colture prevalenti in determinate zone che, anche se così vicine tra di esse, assumono spesso caratteristiche agricole diverse; possiamo, pertanto, immaginare la visione dell’insieme non dimenticando che il contadino dell’epoca, in un’economia familiare di sussistenza, associava alla coltura prevalente ogni sorta di ortaggio e albero da frutto.

Dai primi anni dell’Ottocento le nuove condizioni di vita che si stavano sviluppando in tutta Europa indussero un cambiamento anche nel paesaggio agricolo della Penisola Sorrentina e i contadini furono indotti, dalle circostanze e dall’intuito, a fare delle scelte in merito. 

La maggiore richiesta di prodotti agricoli freschi proveniente dalle zone urbane, la creazione di una strada carrozzabile per il collegamento con Castellammare e la rinomata marineria a vela furono i fattori concomitanti che favorirono lo sviluppo dell’agrumicoltura.  Elemento nuovo e fondamentale fu la strada che raggiungeva Castellammare, infatti, grazie a questa nuova via di accesso, non si era più subordinati ai capricci del mare e si poteva quindi programmare anche l’esportazione giornaliera del prodotto fresco, quindi la produzione destinata all’esportazione non doveva essere concentrata più soltanto su prodotti a lunga conservazione come l’olio, il vino e le noci.

Questi prodotti, che per anni furono l’elemento trainante dell’economia agricola della Penisola Sorrentina, dall’Ottocento in poi furono in gran parte sostituiti dagli agrumi, più competitivi sul  mercato (Trombetta, 1986).

 


 

3.3       Il mare

 

Lo sviluppo della marineria è certamente più antico di quello degli agrumi. Come abbiamo visto nel capitolo precedente fin dal periodo Greco-Romano abbiamo menzione di navi ed equipaggi sorrentini che crebbero di fama col passare dei secoli.

“Tutto questo sviluppo marinaresco si spiega e si giustifica col fatto che la Penisola Sorrentina era completamente priva di strade di collegamento con Castellammare e con Napoli, i traffici per via terra erano limitatissimi e le comunicazioni si svolgevano esclusivamente per mare” (Trombetta, 1999).

Ogni centro urbano aveva il suo “sbocco” al mare, in pratica esisteva sempre almeno un piccolo approdo cui gli abitanti del rione potessero fare riferimento, sia in caso di bisogno sia semplicemente per i “bagni” estivi, ad esempio, escludendo Meta e Positano vicinissime alla spiaggia, ricordiamo che dalla zona del Piano, percorrendo il Rivo Lavinola ad Est o il vallone di Mortora più ad Ovest, si raggiungevano abbastanza agevolmente, rispettivamente la spiaggia di Meta e la Marina di Cassano; dalla cittadina di Sorrento e dalle colline adiacenti, attraversando il Vallone dei Mulini, si arrivava alle vicine Marina Grande e Marina Piccola, e così ancora troviamo non troppo lontano dal centro urbano: a Massa la Marina della Lobra, a Vico la Marina d’Aequa, a S.Agata e a Nerano la Marina del Cantone e la baia di Jeranto.  

Osservando la parte di territorio più montuoso della Penisola Sorrentina, da Punta del Capo a Sorrento fino, aggirando Punta della Campanella, a Capo Sottile nel comune di Praiano, notiamo che i sentieri per raggiungere il mare sono molto frequenti, specialmente a Massa ne esisteva una fitta serie che collegava la parte più alta con la rispettiva baia sottostante, oggi molti di questi sentieri sono stati privatizzati a causa della speculazione edilizia di tipo residenziale sviluppatasi negli anni settanta.

I centri abitati più grandi conservano ancora tutt’oggi il loro sbocco al mare, possiamo trovare il porticciolo di pescatori, quello turistico oppure qualche discreta spiaggetta. Volendo ricordare che i centri in alta collina avevano anch’essi uno sbocco al mare, nonostante le difficoltà per il traffico delle merci e delle persone  a causa delle lunghe distanze da percorrere, vogliamo menzionare la frazione del comune di Vico denominata Arola a 350 metri s.l.m; i suoi abitanti ancora oggi frequentano la Spiaggia di Tordigliano e vi si “accampano” per alcune notti, la stessa spiaggia offre inoltre riparo ad alcuni pescatori della zona dei Colli di S.Pietro[1].

Sui lidi principali sorsero cantieri navali grandi e piccoli, “una statistica del 1938 riportata negli annali civili afferma che in quell’anno si era arrivati a varare 216 bastimenti a Piano, 198 a Meta, 82 a Vico, 27 a Massa e 13 a Sorrento” (Starita, 1979).

È da notare che tutto il lavoro andava fatto a braccia, poiché le macchine non erano state ancora inventate.  A forza di muscoli si modellavano le ossature, il fasciame, gli alberi, i pennoni e tutti i pezzi più piccoli.  Si creavano così degli scafi sempre più eccellenti che riuscivano a soddisfare, com’è documentato, le richieste dei committenti francesi, americani, russi, argentini, maltesi, egiziani, greci (Starita, 1979, p.16)

Di tutto ciò ora non resta che il ricordo, in quanto questo lavoro dovette necessariamente cessare a causa dell’evoluzione e del progresso della scienza delle costruzioni navali, a causa della mancanza di una linea ferroviaria, che potesse consentire il regolare afflusso dei materiali occorrenti per la complessa attività dei cantieri.

Inoltre la navigazione a vapore e la conseguente profonda evoluzione dell’arte della navigazione, segnarono la decadenza della vela e con essa la scomparsa della marineria della Penisola Sorrentina.

Il veloce evolversi dei traffici rese necessaria la costruzione e l’acquisto di velieri in ferro successivamente di piroscafi e ci furono anche in Penisola Sorrentina armatori dalle “spalle solide” che riuscirono a sopravvivere alla navigazione a vela.  La grave crisi dei noli per i velieri ne aveva rese onerosamente insopportabile la gestione.

Così la vela, dopo aver dato ricchezza, dopo aver conteso a lungo il primato al vapore in una lotta serrata, ricevette il colpo di grazia dalla “prima guerra mondiale”.  S’aggiunga la pressione fiscale intesa a colpire sovrapprofitti che mai gli armatori di velieri avevano potuto realizzare e fu così che la marineria sorrentina cadde di schianto per mai più riaversi.

Un patrimonio enorme di esperienza e capacità venne in gran parte perduto.

Ancora oggi esiste il rapporto fondamentale che il sorrentino sente per il mare, anche realtà economiche di rilievo hanno negli ultimi anni interessato la marineria della Penisola Sorrentina, l’economia di nicchia del piccolo cantiere, reminiscenza dell’antico splendore, ha ripreso vigore sviluppandosi nel settore delle imbarcazione da diporto, la ditta Aprea, grazie al progetto dell’evoluzione tecnica del classico “gozzo sorrentino” è riuscita ad avere nuovamente grande rilievo internazionale.

Anche in altri settori il mare resta comunque e sempre fondamentale per l’abitante della Penisola Sorrentina che ha sempre racchiuso dentro di sé, quell’istinto atavico dettato dal dualismo terra-mare, che da sempre ha caratterizzato il lavoro degli uomini nella nostra zona.         

 

 

3.4       Origine e diffusione degli agrumi

 

La coltura degli agrumi in Penisola Sorrentina, di cui Gian Battista della Porta (De Angelis, 1996) parla fin dai secoli XVI e XVII, costituisce tuttora una delle principali colture dell’area.

L’esportazione agrumaria, invece, pare fosse iniziata in Sorrento nel 1833 per opera di mons. Onorato Wetel, che ingrandì un piccolo commercio esportativo di un protoesportatore di cui non risulta il nome.

Da quell’epoca, il frutto accuratamente scelto ed elegantemente imballato in leggerissime casse, attraversò in lungo e in largo gli oceani, portando a conoscenza di altre popolazioni la bontà dei nostri frutti.

Il prezzo remunerativo delle arance, che dalle statistiche risulta si mantenesse su una media di 30 – 35 lire al q.le, nella seconda metà del XIX secolo rese la coltivazione dell’arancio fiorentissimo e ne favorì lo sviluppo nel campo colturale e in quello commerciale, si che ovunque vi fosse in ogni spazio libero, si piantò un arancio e ovunque sorsero esportatori del profumato e ricercato frutto (Jalongo, 1993).

Questo fenomeno, del resto, si ripeteva in quasi tutte le più importanti province meridionali, prima fra tutte Messina ed altre della Sicilia (Bevilacqua, 1993, p. 25).   Vi fu quasi febbre di piantare quante più piante fu possibile, senza seguire alcuna norma colturale, sia negli ordinamenti sia nelle concimazioni.

Si accoppiò allo sfruttamento di una coltura troppo empiricamente intensiva di aranci consociati a ulivi, noci ed altri alberi, quella non meno esauriente per la nutrizione del suolo, della coltivazione di ortaggi come patate e pomodoro.

Il prolungato sfruttamento ebbe ragione della fertilità del suolo e delle favorevoli condizioni di ambiente; l’agrumicoltore avrebbe dovuto accorgersi che non bastavano le coperture con le “pagliarelle”, né i frangivento per salvare il frutto dalle avverse vicende atmosferiche (De Angelis, 1996), avrebbe dovuto accorgersi che ben altri mezzi preventivi e curativi occorreva impiegare per difendere la sua ricchezza; ma non si curò di tali problemi e continuò il suo lavoro, tanto più quando vide durante la prima guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, “convertirsi in biglietti da mille persino le bucce delle arance di scarto” (Elpino, 1933).

L’abbandono del suolo, la promiscuità delle piantagioni, il continuo fruttamento del terreno, il non adeguato ripristino della fertilità e soprattutto una potatura che portava troppo in alto la ramificazione fruttifera, provocò una diminuzione della produzione media; inoltre le coperture degli agrumeti, spesso eseguite irrazionalmente in modo da soffocare le piante costringendole a vivere in un ambiente artificiale, ed altre cause legate anche all’elevato tasso di umidità di questa terra, concorsero ad indebolire le piantagioni e crearono un ambiente favorevolissimo allo sviluppo parassitario di molti funghi e, quel che fu peggio, di moltissimi insetti nocivi agli agrumi, più terribile di tutti la cocciniglia, nota col nome volgare di pidocchio rosso, nel mondo scientifico col nome di Chjsomphalus Dictjosermi L. , oltre ad acari e  altri parassiti animali e vegetali (Ferraro, 1990).

I primi a moltiplicare l’arancio ed il genere citrus furono i genovesi, che probabilmente importarono tali piante dalla Cina o dal mondo arabo, tuttavia, l’introduzione della coltura dell’arancio nella Penisola Sorrentina potrebbe essere attribuibile ai Francescani.   Padre Bonaventura da Sorrento (Antonino Gargiulo) cappuccino, missionario e vescovo di S.Severo, morto a Sant’Agnello, sua patria nativa, il 9 maggio 1904, nelle sue “note e piccoli appunti sull’arancio”, rivendica ai frati il merito di aver introdotto questo frutto nel paese.   Egli avverte che prova la sua opinione non con la leggenda, ma con la storia, né teme che altri possa smentire, appoggiando la sua opinione sulla fede altrui o e sull’esperienza che ciascuno può procurarsi (Gargiulo, 1888, p. 6).

Molti agronomi condivisero l’opinione del P. Bonaventura, nel riconoscere ai frati cappuccini il merito di aver arricchito la Penisola Sorrentina di un albero dalle molteplici qualità.   A  loro, infatti, va la gratitudine non solo perché l’industria agrumaria è stata fonte di ricchezza, ma anche perché si deve alla presenza degli aranceti l’effetto estetico e cromatico che ancora colpisce il turista.

Dal 1850 al 1950 gli alti prezzi degli agrumi contribuirono alla diffusione di questa coltura.  Vigneti, carrubeti, gelseti, oliveti e boschi cedui, furono sistematicamente sostituiti da piantagioni di agrumi.

Colline intere nella costiera Amalfitana e Sorrentina, così come in altre parti del meridione d’Italia, subirono una grande trasformazione di terrazzamento basata sull’ingegno e l’abilità dell’uomo e la partecipazione di grandi capitali[2] (Castaldi, 1968, p. 60).

Esistono lavori di sistemazione nelle due aree costiere veramente ciclopiche per la grandiosità della trasformazione ottenuta; infatti, furono formate vaste superfici pianeggianti colmando torrenti, burroni e pendii con lunghi muri di sostegno alti talvolta anche più di 20 metri (De Angelis, 1996, pp. 39 s.).

 


3.5       Tecniche di impianto e di coltura

 

Fino al 1850 la coltivazione degli agrumi nel territorio assumeva l’aspetto a “macchia di leopardo” con caratteristica di coltivazione di sussistenza complementare ad altre colture o di abbellimento in prossimità delle case (Assante, 1985, pp. 14 s.).

Con la crescita del consumo degli agrumi nella parte settentrionale dell’Europa cominciò una rapida diffusione di agrumeti nelle aree meridionali.  Poiché il bisogno copriva un arco temporale abbastanza ampio, e le tecniche di conservazione del prodotto erano ancora inadeguate, si rendeva necessario impiantare tale coltura in ambienti che permettessero una maturazione scalare.  Per tali ragioni gli agrumi sorrentini rispondevano a queste esigenze di mercato succedendo temporalmente agli agrumi siciliani e calabresi, ne derivò una diffusione generalizzata che trasformò le colture sparse in agrumeti di vaste dimensioni.

Da quel momento in poi si creò un sistema che si perfezionò  di anno in anno, prima seguendo gli indirizzi dell’arboricoltura francese, poi creandone uno più rispondente alle condizioni della Penisola Sorrentina.

Il sistema adottato rappresenta un modello per le altre colture di agrumi, così come afferma il professore di arboricoltura Savastano Luigi, direttore della cattedra di agraria della Penisola Sorrentina (Savastano, 1900, p. 81).

Non disponendo di acqua sufficiente furono attuati lavori di “scasso” affinché le nuove piante potessero affondare le radici nell’umidità degli strati inferiori, sopperendo alla mancanza d’irrigazione durante la siccità estiva.  Tale tecnica era possibile anche perché il terreno di media consistenza non mancava di aria sufficiente, inoltre aumentata dal ribaltamento del terreno durante lo scasso, favorendo così l’affondamento delle radici (Ferraro, 1990).

I primi impianti, privi di riparo, erano soggetti ai venti e alle gelate invernali, perciò si scelse una distanza tra gli alberi di 10- 12 palmi (2,70-3,24 mt.); questa soluzione aveva lo svantaggio dell’infittimento del frascame e una fruttificazione povera, di scarsa qualità e poco resistente dovuta allo scarso soleggiamento e alla ventilazione insufficiente.  Con l’introduzione degli agrumeti veri e propri si adottarono distanze maggiori di 15-16-18 palmi (4,05-4,32-4,86 mt.), fino a raddoppiare le distanze previste per i primi impianti, intorno ai 20-24 palmi (Savastano, 1900, p. 84).

Negli agrumeti fitti della Penisola Sorrentina non si ottenevano risultati perfetti con la potatura fino a quando non fu introdotto il lavoro preventivo di “sfollo” delle piante, questa tecnica agricola fu praticata dopo che la cattedra ambulante di agrumicoltura, sorrentina prima e di Castellammare poi, attraverso un lavoro d’informazione capillare, riuscì ad introdurre la pratica dello “sfollo” in numerosi fondi e furono applicate (Elpino, 1933) inoltre, norme di potatura dai risultati migliori che non mancarono di destare stupore e scetticismo nella popolazione[3].

Gli agrumi hanno due periodi distinti di potatura: uno riguarda la potatura di formazione della pianta e l’altra quella di produzione, in generale e per entrambi, il periodo corrisponde all’inverno e all’estate, periodi in cui la pianta ha una forza vegetativa minore.  In Penisola Sorrentina non si riteneva conveniente il periodo invernale poiché gli alberi  erano esposti ancora alle brinate nonché in fase di maturazione dei frutti, quindi si è sempre optato per il periodo estivo, cioè da giugno a settembre.  La potatura di produzione è alquanto leggera, tuttavia da effettuarsi ogni anno per evitare l’infittimento della chioma, eliminando i rami avvizziti ed ingombranti, tenuto conto che i rami sono fruttiferi al secondo anno.

Tra le varietà coltivate nella Penisola Sorrentina, quella di più antica presenza, e di conseguenza la più diffusa è il Biondo Comune di media pezzatura, dal colore giallo dorato e da un’alta resa per ettaro.  Il valore del biondo comune viene pregiudicato dalle numerose varietà di esso.  

Oltre a questa varietà ve ne sono altre, in quantità minori come: Ovale o Calabrese, Maltese o Dolce/Vainiglia, Mortellina, Palermo/Palermitano, Belladonna, Washington Navel, introdotta per ultima per soddisfare le richieste del mercato soprattutto Nord Americano.  Un’altra diffusa varietà di arance, a maturazione tardiva, è la Valencia Late, dalla buccia granulare ma molto sottile.  Sporadiche presenze sono quelle delle varietà come il Moro, il Sanguinello Comune, e il Portoghese Sanguigno.

Tra le varietà di limoni più diffuse, poiché meglio si adattarono alle condizioni geomorfologiche del terreno, troviamo nell’area di Massa e della Piana di Sorrento il Femminello Comune dalla pezzatura medio-piccola, colore giallo chiaro, profumato e succo abbondante, mentre nell’area amalfitana lo Sfusato di Amalfi, molto simile al Cultivar siciliano.   In realtà, come per il Biondo Comune, non esiste una classificazione netta per il limone sorrentino a causa dell’imbarbarimento avvenuto nel tempo, anche se i risultati delle varietà presenti sono sempre ottimi (De Angelis, 1996, pp. 46-47).

Tra le tecniche di coltura che si affinarono nel tempo dobbiamo dare spazio a quella delle coperture e dei ripari che furono eseguite in modo ingegnoso, talvolta dispendioso, tuttavia ancora oggi praticate ed affidabili.

La tecnica consisteva in un sistema di copertura temporanea, successivamente fissa, basata sulla costruzione di una struttura portante anch’essa fissa, “il pergolato”, e sui lati esterni esposti ai venti predominanti un sistema di frangiventi utilizzando in modo anche fantasioso quanto messo a disposizione dall’ambiente circostante (canne, asticelle di castagno, ecc.).  Lo stesso pergolato aveva quale elemento costitutivo fusti di castagno selvatico (chiamati volgarmente ‘leune), per i quali si sviluppò una florida economia nelle aree montane limitrofe ed in simbiosi con quella della “pianura”. 

La struttura consiste in un numero variabile di dritti (allirti)[4] , posti a squadro in modo da creare una serie di superfici quadrate, ad un’altezza variabile, sulla base delle piante sottostanti, i dritti venivano collegati tra loro, prima in senso trasversale con pali di dimensioni medie chiamati “cavalli“, e successivamente in senso longitudinale con i cosiddetti “quadrati“.  In tal modo si ricrea realmente e in altezza un quadrato sul quale è possibile operare la copertura.  Tutta la struttura viene fermata con filo di ferro zincato e l’unione di parte dei pali avviene mediante una preparazione delle facce da abbinare chiamata spalettatura, inoltre una serie di scontri in diagonale (poze’), dall’alto verso il basso, contrastano l’energia eolica che si scarica sulla struttura. La copertura effettuata in primo momento con le “pagliarelle” esigeva l’esistenza sulla struttura di altri pali in senso longitudinali chiamati “correnti” su i quali poggiavano, legate, 6 pagliarelle per ogni quadrato, successivamente con l’introduzione della copertura fissa delle reti, il pergolato si è alleggerito dei correnti utilizzando al loro posto corde di ferro zincato. Sui lati del pergolato esposti ai venti si applicavano i frangiventi. Sul versante meridionale della Penisola Sorrentina  dove si sviluppava soprattutto la coltivazione del limone i pergolati erano e sono bassi ed invece delle costose pagliarelle venivano utilizzati rami di arbusti della macchia mediterranea (Ruocco, 1960, p. 48).

La funzione della copertura naturalmente è quella della difesa contro i venti e la grandine ma anche una riduzione della luce nel periodo primaverile così da ritardare la maturazione dei frutti e sperare in prezzi di mercato più alti.

 

squadro N.d.A

 

Gli agrumeti in Penisola Sorrentina per il lavoro già descritto, consistente in terrazzamenti, costruzione di pergolati, cataste di “pagliarelle” da riporre dopo lo smonto, e frangiventi portati ad altezza d’uomo, richiedevano cure annuali e prettamente manuali e, solo negli ultimi anni, con mezzi meccanici di più limitate dimensioni, parte del lavoro si è alleggerito.

Da aprile a giugno avveniva la concimazione con stallatico e zappatura profonda sino a 40 cm per il sotterramento dello stesso, a luglio – agosto un’erpicatura ed una successiva concimazione ad ottobre.  

Disponendo di una grande quantità di letame e di pozzi neri, in Penisola Sorrentina si è ecceduto talvolta nella concimazione, superando i 50/60 kg di stallatico per  arancio ed i 60/70kg annui per limone, contribuendo si ad un aumento produttivo, ma anche ad un abbassamento della qualità del prodotto, nonché, nei casi di concimazione scorretta, come la mancata pratica di fossette circolari distanti dal pedale o la somministrazione alle piante di letame troppo fresco, provocando lesioni all’albero, marciume e gommosi.

Nella normalità gli agricoltori sorrentini escogitarono la tecnica per ridimensionare la forza vegetativa delle pianti agendo sulla risalita linfatica attraverso il tronco ed i rami maggiori: la scafotatura, tecnica utilizzata anche per l’eliminazione del marciume e gommosi.

La scafotatura consisteva in una slupatura, mediante una serie di sgorbie di adeguate dimensioni, della pianta colpita dalla malattia, fino a raggiungere il legno vivo avendo cura levigare la sua superficie onde evitare ristagni.  Successivamente la parte scafotata si disinfettava con calce spenta e verderame (es. poltiglia bordolese), dopo qualche tempo, eliminata la poltiglia si provvedeva alla spalmatura del catrame (De Angelis, 1996).

 

 

 

3.6       Le nuove attività correlate alla coltura degli agrumi.

 

In questo paragrafo intendiamo parlare brevemente di quelle trasformazioni sociali causate dalla introduzione e successiva diffusione massiva degli agrumi in Penisola Sorrentina. 

Come già accennato, il sistema di impianto e coltivazione era peculiare rispetto agli altri praticati in Francia e in altre regioni d’Italia; inoltre, si è assistito ad un sistematico miglioramento delle tecniche che ha determinava la creazione di maestranze altamente specializzate.   Molto spesso queste maestranze hanno mutuato tecniche e mezzi da altre attività preesistenti ed adattate allo scopo.

Così nascono le figure degli spalettatori con l’uso dell’ascia, tipico attrezzo della cantieristica navale[5], i coltivatori di “selve” per l’approvvigionamento degli elementi base per la costruzione dei pergolati, “pagliarelle” e frangiventi, piccoli artigiani che producevano “fescine” e “connole” foderati[6], per la raccolta ed il trasporto degli agrumi.   Inoltre la già citata figura dello scafotatore che si affiancava a quella del potatore-innestatore e ad una schiera di braccianti per la raccolta dei frutti e per le altre attività descritte.  Questi ultimi, nella simbiosi terra-mare, erano prestati alternativamente sia alle attività marinare sia a quelle agricole. 

Altre figure peculiari erano gli artigiani “scalari”, essi adoperando le stesse pertiche di castagno utilizzate per i pergolati, introdussero un tipo di scala a pioli di dimensioni adatte alla particolare attività agricola sorrentina[7], e i maestri di pergole (mast’ ‘e prevole), progettisti e a capo di un esiguo gruppo di operai, esecutori dei pergolati.

 

 

3.7       Il commercio

 

I sorrentini, commercianti per secolare tradizione, impressero all’agrumicoltura i concetti positivi del commercio; infatti, nel secolo d’oro la redditività del giardino di agrumi diventò parecchie volte superiore a quella di altri circondari della provincia di Napoli.

L’agricoltore della penisola, un poco marinaio, un poco commerciante, fu il rappresentante di una nuova figura di “contadino moderno”, che fece apprezzare le proprie molteplici virtù anche in campo internazionale.

È molto diffusa nell’Ottocento la figura del coltivatore-esportatore diretto (De Angelis, 1996, p. 49), egli spesso diventò anche armatore, in modo di evitare passaggi intermedi e conseguire guadagni maggiori sul ricavo finale.  Col passare degli anni è però l’esportatore “professionista” ad affermarsi con successo, infatti egli si circondava di collaboratori, sia nella zona di raccolta (sensali), sia sui mercati di destinazione (rappresentanti e commissionari), aveva quindi a disposizione una repentina ed efficace informazione sulla consistenza dei traffici e sull’andamento temporale dei prezzi all’ingrosso.

Il commercio via terra dei prodotti agricoli della piana sorrentina fu pressoché inesistente fino all’apertura della strada carrozzabile voluta da Ferdinando II di Borbone, da quel momento in poi i carretti carichi di generi di prima necessità transitarono nell’una e nell’altra direzione, dalla penisola uscivano maggiormente generi alimentari, come latte fresco ed agrumi, e venivano importati per lo più materie prime o manufatti industriali, come catrame e trafilati in ferro (Trombetta op. cit. p. 89).

I luoghi di destinazione preferiti furono ovviamente i tre centri urbani di maggiore consistenza, Napoli, Castellammare e Salerno e i carretti carichi di agrumi, per vendere tutto il prodotto, spesso nell’arco di ventiquattr’ore toccavano i mercati di tutte e tre le città[8].

Molto più consistente fu il commercio marittimo che, già florido nell’epoca borbonica, si incrementò notevolmente dopo l’unità d’Italia grazie all’abbattimento delle barriere doganali e allo sviluppo della rete delle comunicazioni, in quegli anni l’Italia esportava all’estero “il 24% del prodotto agrumario, dopo pochi anni, nel 1878, passa ad oltre il 40% fino ad esportare nell’ultimo lustro del secolo il 53% delle sue arance e limoni […]. I velieri e, col nuovo secolo, i vapori che salpano dalla marina di Cassano e da Marina Piccola raggiungono i porti dell’Europa e del Nord America”[9] (De Angelis, 1996, pp.51 s.).

Anche il trasporto su rotaia fece la sua parte; infatti, al sorgere dell’esercizio privato delle ferrovie (1885) venivano introdotte, a partire dal 1° luglio 1886, tariffe speciali per l’esportazione.  Questo sistema a prezzi agevolati consentì lo sviluppo dei consorzi di spedizione e delle grandi case specializzate nei servizi di esportazione; nuovi mercati dell’Europa continentale furono così raggiunti dai commercianti di agrumi che, sfruttando al meglio tale opportunità, cercarono di difendersi dalla crescente concorrenza internazionale (Spinelli, 1933).

Oltre alla concorrenza  siciliana, calabrese e spagnola, i sorrentini dovettero cominciare a fronteggiare anche e quella della California.

Il prodotto americano cominciò ad affermarsi definitivamente verso la fine del secolo, vi furono alcuni coltivatori della Penisola Sorrentina, emigrati in Nord America, che prestarono la loro conoscenza alla nascente attività consentendo quindi un sviluppo rapido del settore.  I nuovi “piantati” di Washington Navel della California entrarono a regime di produzione; i frutti ottenuti, pur essendo qualitativamente modesti, ricevettero ugualmente grande approvazione dal mercato americano; il consumatore d’oltreoceano lo preferì a quello italiano, in quanto, il confezionamento industriale rendeva il prodotto californiano più bello alla vista e la vicinanza della piantagioni ai luoghi di consumo ne garantiva la maggiore freschezza.

I commercianti della Penisola Sorrentina videro diminuire le richieste di arance ma non quelle per i limoni, che restavano di qualità nettamente superiore, ma anche le stesse arance, grazie alla tardiva maturazione dovuta all’ombreggiamento artificiale dovuto alle “pagliarelle”, e alla preventiva conservazione invernale tramite “aggrottamento”, riuscirono ancora per molti anni a trovare una buona collocazione sul mercato[10] (De Angelis, op. cit.).

Una delle cause  penalizzanti il commercio delle arance in penisola, dipendeva dal fatto che esse, provenienti da impianti non irrigui, erano caratterizzate spesso da una buccia grossa e rugosa e ciò determinava una inferiorità rispetto alle varietà a buccia liscia e fine di altre località di produzione.  Gran parte del successo mantenuto sul mercato dal “Biondo Comune” derivava, come già sottolineato, dal trascinamento effettuato dal limone di ottima qualità, aspetto e profumo[11] (Castaldi, 1968).

Negli anni migliori si costituirono un numero consistente di vere e proprie società di stoccaggio e commercializzazione degli agrumi (anche con creazione di compagnie di navigazione) che crebbero fino al periodo 1901-1950 per poi ridursi notevolmente nel secondo dopoguerra.

 

Già col primo conflitto mondiale si assistette ad una frenata del commercio sorrentino, dovuta alla fine della marineria a vela sopravvissuta all’avvento del vapore, poi la concorrenza effettuata dalla Palestina e da altri paesi del Nord Africa, obbligarono gli esportatori ad escogitare nuove strategie di mercato.

Maggiore attenzione fu riservata ai mercati interni dell’Europa mediante l’uso del vettore ferroviario che, al tempo stesso, permetteva di far giungere in minor tempo un prodotto “più fresco” anche sul tradizionale mercato inglese, battendo la nuova concorrenza.

In tal modo le arance di Sorrento riescono, seppure con difficoltà, ad essere piazzate sui mercati europei fino agli anni ’50, questi ultimi segnano la fine del cosiddetto periodo d’oro dell’agrumicoltura a favore della crescente industria turistica; solo per il limone rimane un commercio limitato nella quantità e nel tempo.  Una ripresa parziale e recente della limonicoltura è legata alla diffusione e commercializzazione del derivato alcolico noto come “limoncello”.  Questo caso ci fa notare quale influenza possa avere la pubblicità per mettere in moto e mantenere un sistema produttivo, cosa che raramente è avvenuta durante tutto l’arco di tempo della commercializzazione delle arance.

Gli ultimi dati relativi agli anni 1995-1999 evidenziano nel complesso un andamento positivo con un tasso medio annuo del 36% di cui gli incrementi maggiori, nella provincia di Napoli, sono stati a carico delle arance con un aumento, nei cinque anni, del 45% (Provincia di Napoli, 2001, p.532).



[1] È storicamente accertato che la zona collinare di Piano di Sorrento, alle pendici del monte Vico Alvano, era abitata da pescatori che preferivano il più pescoso mare del golfo di Salerno e, fruttando gli impervi sentieri e sobbarcandosi gravosi fardelli, raggiungevano dopo poco più di un’ora il centro commerciale di Carotto, che essendo più sviluppato offriva loro l’opportunità di maggiori guadagni. 

[2] “[…] si venne così a costruire, per opera dell’uomo, il terrazzamento della costiera che costò, nei tempi della maggiore diffusione del prodotto (1890-1900), prezzi molto alti, variabili fra le 20.000 e 40.000 lire oro per il semplice terrazzamento, oltre la spesa della piantagione.”

[3] Da un’intervista dell’autore col “Potatore” in pensione Coppola Salvatore (detto “Tredicivienti” classe 1911), il quale sottolinea, nei suoi racconti, l’atteggiamento miscredente dei contadini, quando videro gli alberi di agrumi potati con la nuova tecnica (i primi esperimenti della nuova potatura furono opera del Prof. Di Pinto) e la sorpresa degli stessi, quando, due anni più tardi, videro quelle stesse piante cariche di frutti meravigliosi, “che mai se ne erano visti di così belli”.

[4]                         formula aritmetica per determinare il numero dei dritti escluso fuori squadro. N.d.A.

[5] I manovali dei cantieri navali apportarono la conoscenza dell’uso dell’ascia anche nei giardini, infatti alcuni di essi, che alternavano secondo le stagioni il lavoro al mare e quello in campagna divennero “mastri spalettatori”, generando così una nuova leva di specializzati fra i costruttori di pergolati.  N.d.A.

[6] Le “fescine” sono una sorta di contenitori a forma conica muniti di manico e di uncino girevole,  furono sostituiti dai più ampi panieri foderati nella raccolta degli agrumi ed il loro uso rimase circoscritto alla raccolta dei frutti più delicati, infatti la particolare forma allungata consente una più uniforme distribuzione della pressione causata dal peso stesso dei frutti raccolti; le “connole” sono delle sporte che venivano usate per il trasporto degli agrumi, anche queste ultime erano spesso foderate con tela di juta. N.d.A.  

[7] Il classico “scalillo” ha un’altezza variabile tra i tre e gli otto metri, la sua larghezza massima è di venticinque centimetri e la distanza tra i “gradini” è di circa cinquanta centimetri. Questo tipo di scala è molto maneggevole, grazie al suo profilo snello, è adatta alla raccolta degli agrumi, inoltre la distanza inconsueta tra i pioli permette un ancoraggio “di gamba” al raccoglitore che ha così la possibilità di sporgersi a suo piacimento potendo utilizzare comunque entrambe le mani per la raccolta o per altro. N.d.A.   

[8] Da un’intervista dell’autore con il commerciante Russo Aniello (detto ‘o Re, classe 1917).

[9] I porti più frequentati: New York, Boston e Montreal, London; Hull, Anversa, Hamburg; Copenaghen, Marsiglia, Odessa.

[10] L’aggrottamento si praticava nei mesi invernali e consisteva nello stoccaggio delle arance in grotte di tufo (le ex cave di pietre molto diffuse sul territorio). La raccolta accurata delle arance, non ancora completamente mature, avveniva con panieri foderati in maniera che il frutto rimanesse integro, successivamente le donne provvedevano all’eliminazione del peduncolo, con piccole cesoie, e all’imballaggio in apposite cassette, anch’esse foderate di juta e col fondo imbottito di paglia.

[11] In alcuni periodi (intorno al 1910) i limoni furono pagati 60 lire oro per cassa di 420 unità.oooooo

Personaggi e vicende dalla preistoria al Regno delle due Sicilie

 

2.1       I primi insediamenti

 

Tracce di insediamenti preistorici, venute alla luce nel secolo scorso, danno prova che la Penisola Sorrentina fu abitata fin dal Paleolitico. Infatti, piccoli gruppi di uomini di origine musteriana (Castaldi, 1968), appartenuti al misterioso popolo mediterraneo, riuscirono a vivere in un ambiente selvaggio ma rigoglioso, cacciando, raccogliendo frutti, e accampandosi in grotte naturali[1].  

Si suppone che l’agricoltura e l’allevamento, fossero praticati in penisola già nel Quarto-Terzo millennio a.C., anche se non possiamo sapere con certezza se furono gli indigeni stessi a praticarla o se altri popoli portarono dall’esterno questa nuova conoscenza[2].  Tra il 3000 e il 1000 a.C. gli studiosi ipotizzano l’arrivo nella nostra regione, così come in tutta l’area meridionale, degli Ausoni o Opici, popolo di stirpe indoeuropea[3] capace di allevare bestiame; anche di loro abbiamo poche tracce, per lo più oggetti di rame e vasellame di rozza fattura(Trombetta, 1986).

Successivamente, dall’ottavo al sesto secolo a.C., durante il periodo di colonizzazione greca, il territorio peninsulare alquanto impervio, non facilitò un insediamento stabile come si verificò nei più pianeggianti spazi di Cuma, Ischia e Partenope, anche se alcuni sostengano il contrario[4].  

Allo stesso modo gli Etruschi, che avevano esteso il loro dominio sino alla piana del Sele, tralasciarono la penisola a favore di località sulla costa del golfo di Salerno, presso Fratte e Pontecagnano.   La posizione geografica della penisola, protesa nel Basso Tirreno, era comunque all’epoca strategicamente importante, in quanto si interponeva fra le rotte commerciali più frequentate da questi due popoli.  Le imbarcazioni che navigavano in questa zona di mare, per svariati motivi sfruttavano le numerose insenature naturali presenti lungo la costa e, insediandosi stabilmente nei pressi di quell’approdo, creavano un punto di riferimento fisso.   È chiaro che anche non essendoci stata una colonizzazione sistematica dell’intero territorio, l’influenza culturale greca prima, ed etrusca poi, fu certamente assimilata dalla popolazione sorrentina; tutto ciò favorì la formazione di una cultura peculiare a carattere “misto” (Jalongo, 1993)[5].  

I recenti ritrovamenti archeologici, e anche altri più antichi ma non documentati in modo specifico, se non da racconti di contadini, relativamente all’oggettistica funeraria, confermano questa ipotesi.  Allo stesso modo toponimi di origine greca legati al mondo dell’agricoltura depongono a favore di una presenza stabile se pur limitata di questo popolo (Trombetta, 1983).

Nel quinto secolo a.C. l’espansione dei Sanniti in Campania coinvolse anche la Penisola Sorrentina e durante la dominazione osca, Sorrento acquista una ben definita entità politico-amministrativa (Pugliese Caratelli, 1990)[6]; è in quel periodo, infatti, che l’antico insediamento prende la forma di città vera, con la civitas, cioè il centro degli “affari”, e le mura fortificate.   Il resto del territorio peninsulare lo si può immaginare con insediamenti agricoli sparsi, come dimostrano i numerosi ritrovamenti di necropoli; probabilmente risale a quell’epoca anche un primo tipo di terrazzamento di piccole dimensioni per l’impianto della vite e dell’olivo, colture importate dalla Grecia. 

 Nonostante alcuni agrumi fossero già conosciuti nell’antica Grecia, come riportato in racconti mitologici e scritti scientifici, gli “aurei pomi”[7], pur rivestendo una collocazione marginale nella catena alimentare venivano coltivati per ornamento e per le proprietà terapeutiche[8] (De Angelis, 1996, p.19). 

Tali frutti, però, in epoca storica non fanno ancora parte della vera e propria flora peninsulare, ed essi non vengono coltivati in modo sistematico come la vite e l’olivo.   Alcune testimonianze palesi della conoscenza che si aveva di questi frutti, anche intorno all’anno zero, le troviamo osservando semplicemente qualche mosaico e qualche pittura di Ercolano e Pompei.[9]

 

 

2.2       La penisola al tempo dei Romani

 

La dominazione osca non fu assolutamente opprimente verso “l’antico popolo sorrentino”, anzi essa fu tale da permettere una facile integrazione con i più pacifici Ausoni, e i rapporti interni pare non abbiano subito mai incrinazioni degne di nota.

L’interesse di Roma verso i territori della Penisola Sorrentina inizia nel IV sec a.C., e nel III sec. a.C., dopo la sconfitta inflitta ai Sanniti, si concretizza in una vera e propria egemonia di carattere coloniale, poco gradita dai locali.  Risale, infatti, al 219 a.C. la partecipazione di Sorrento alla guerra sociale contro il potere centrale di Roma che, non avendo interessi per un guerra, non oppose grossa resistenza e riscattò Sorrento dalla sua condizione di colonia.  

Ottenuta la qualità di municipium (Jalongo, 1993, p. 169), Sorrento diventa cittadina romana ed aggregata alla tribù Menenia, infatti tutto “il territorio, già proprietà del tempio di Minerva, fu incamerato dalle autorità romane e, diviso in quote, fu assegnato a dei coloni” (Trombetta, 1986)[10].  

Il fenomeno della spartizione dei territori avvenne probabilmente due volte (Jalongo, 1993), la prima sembra attribuibile a Silla, la seconda ad Augusto.   L’insediamento dei coloni, che continuarono a coltivare con tecniche greco-fenice, contribuì sicuramente a determinare la condizione ancora attuale della frammentata proprietà fondiaria della penisola e, come vedremo in seguito, tale aspetto si rivelerà fra le cause della crisi dell’agricoltura sorrentina, fin dagli anni ’50 del secolo XX.

Durante la pax augustea tutta la penisola divenne preferita località residenziale e, come dimostrano i numerosi ritrovamenti di ville patrizie sul territorio (Jalongo, 1993, p. 170)[11], inizia un periodo florido per la villeggiatura di lusso che si protrarrà fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.).

 

 

2.3       Il ducato di Sorrento, i normanni e Ferdinando d’Aragona

 

Nel IV secolo Sorrento, nonostante passi sotto il controllo dell’impero bizantino, rimane un importante centro politico e amministrativo, è infatti “capoluogo” di un vasto territorio che si estende dal “Capo Minerva” al fiume Sarno; la città fa parte del ducato di Napoli, ciò nonostante riesce a conservare un assetto abbastanza indipendente rispetto all’autorità centrale. Nei rapporti con le aree limitrofe – Piana Sorrentina e Massa publica – essa rappresenta l’epicentro degli interessi economici e delle attività commerciali.

Al declino e alla caduta dell’Impero consegue un generale impoverimento della Penisola Sorrentina: le lussuose ville vengono abbandonate e saccheggiate, decade lentamente la ricchezza economica e culturale che si era creata e, in particolare, si riduce il florido commercio di prodotti agricoli che si era istaurato con Pompei e con l’antica Napoli. (Trombetta, 1986)[12]

Restano scarse le notizie storiche relative al periodo dell’alto Medioevo, tuttavia una ricostruzione è possibile anche grazie alle leggende tramandate oralmente nei secoli.

Nonostante la barriera naturale costituita dal monte Faito, varie furono le incursioni barbariche via terra da parte dei Goti e dei Longobardi, che comunque non riuscirono ad influenzare con la loro cultura la forte tradizione greco-romana. Intorno alla metà del IX secolo risalgono i documenti che provano l’esistenza di rapporti giuridici fra la città di Sorrento e il duca longobardo Sicardo, infatti l’invasione militare capeggiata da quest’ultimo, si concluse con la ritirata dello stesso e con la stipula del trattato “Chronicon Cavense”. 

Vari dubbi sono sorti in merito l’autenticità di tale documento – opera pubblicata dal conclamato falsario Pratilli – che comunque non pregiudicano l’autenticità dell’avvenimento, infatti la stessa vicenda, traslata solo di pochi anni, è narrata dall’anonimo autore della “Vita S. Antonini abbatis” che scriveva dell’avvenimento verso la fine di quel secolo, attribuendo l’inaspettata resa del duca Sicardo all’intercessione del Santo (Trombetta, 1986, p.57).   Finisce, con la morte di Sicardo la breve apparizione dei Longobardi in Penisola Sorrentina; ancora una volta l’impervio territorio, la sagacia dei suoi abitanti e le mura fortificate della civitas scoraggiarono invasori poco organizzati.

In questo stesso periodo cominciano, sulle coste meridionali, le incursioni piratesche ad opera dei Saraceni e i saccheggi delle “marine sorrentine”, molto spesso, costringono la popolazione a spostarsi in collina, determinando di conseguenza l’accrescimento della superficie destinata all’agricoltura.

  Sul versante Sud, infatti, possiamo notare ancora oggi che molti comuni o frazioni sono posizionati in alto e proprio in corrispondenza, degli antichi borghi marinari.

Il Ducato di Sorrento,  tranne la breve dominazione dei Longobardi, resta pressoché autonomo fino al 1135, anno intorno al quale, a causa dell’invasione dei Normanni, avviene la caduta dell’Impero Bizantino in tutto il meridione d’Italia (Jalongo, 1993, p. 174).    

Durante il XII secolo l’intero territorio sorrentino è sottomesso alla monarchia normanna e, privato dell’antica autonomia, che aveva caratterizzato gli anni del Ducato, diventa università, ovvero un’entità amministrativa e territoriale facente parte dell’ordinamento centralizzato del Regnum Siciliae.   

Conseguentemente alla conquista normanna si ridimensiona il “potere d’azione” di Sorrento, ovvero si riduce il territorio di pertinenza di cui il “vecchio Ducato” disponeva;  in questo periodo la “provincia sorrentina” si estende dal Monte Faito alla Punta Campanella e comprende tre regioni geografiche separate da confini naturali: la regione equense, la città di Sorrento ed il Piano, la regione lubrense.   Possiamo affermare che i Normanni compresero, in maniera razionale e concreta, la necessità di una tale suddivisione, considerando la formazione naturale dei luoghi. 

Tuttavia, anche in questo nuovo scenario, la città di Sorrento continua a svolgere l’antico ruolo di località più importante di tutto il territorio peninsulare e in essa si rileva anche una ripresa economica e una fiorente attività cantieristica. Risalgono a quest’epoca le prime controversie di natura fiscale fra il municipium di Sorrento e le popolazioni limitrofe del Piano e della Massa Publica, queste ultime erano costrette, a causa di antiche forme di vassallaggio, a pagare esosi tributi ai nobili e al clero sorrentino (Jalongo, 1933, p. 178).

Nel 1191 alla monarchia normanna subentra quella sveva e proprio in questo periodo, a causa delle controversie politico-dinastiche delle monarchie regnanti e grazie alla nascita dei comuni in altre zone d’Italia, la spinta indipendentista in Penisola Sorrentina diventa più incisiva, così i rapporti con la Corona Sveva risulteranno caratterizzati da numerose controversie, che coinvolgeranno le popolazioni peninsulari.   Di questo periodo della storia non sono pervenute molte notizie, sappiamo che “in tutto questo tempo […] Sorrento era una città popolosa con belle case e ricca di prodotti agricoli e di alberi, e con una flotta di navi mercantili e con un cantiere per ripararle e costruirne delle nuove” (Al-Edrisi).

Nel 1267 l’intero territorio viene conquistato dagli Angioini ed entra a far parte del Regno di Napoli, ma la situazione interna non migliora, anzi “a causa delle angherie dei nobili sorrentini[13], […] le controversie interne si acuirono” (Jalongo, 1993, p.179).  

Nel giugno del 1284, durante una battaglia davanti alle coste di Napoli, i Sorrentini tradiscono Carlo d’Angiò  e attaccano, al fianco degli Aragonesi, la città di Vico distruggendola; vengono poi puniti dal Re e costretti a pagare i danni (Trombetta 1989).  Negli anni a seguire le guerre dinastiche non terminano e il Regno Angioino perde sempre più il controllo della situazione.

Durante la prima metà del XV secolo, i territori della Penisola Sorrentina divengono oggetto delle mire espansionistiche degli Aragonesi, i quali nel 1441, durante l’assedio di Napoli, sottomettono Vico, Massa e dopo un anno Sorrento.   Durante il conflitto, gli abitanti della Penisola restarono fedeli agli Angioini rifornendo, di notte e con le loro barche, la roccaforte di Renato d’Angiò, provocando un protrarsi delle ostilità poco gradito agli Spagnoli che, costretti dalla particolare situazione, occuparono anche la Penisola Sorrentina.

Divenuto re Alfonso d’Aragona ritorna la pace nel riunificato Regno delle due Sicilie[14] e alla sua morte, il figlio Ferrante sale sul trono del  Regno di Napoli, mentre il fratello Giovanni su quello del Regno di Sicilia. Questa divisione rivitalizza le rivendicazioni al trono da parte di Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, tant’è che si assiste ad un riavvicinamento delle truppe angioine al territorio napoletano, il che fomenta nuovamente le rivolte nel territorio peninsulare.   Alla morte di Ferrante, varie vicissitudini portarono nuovamente i Francesi sul Regno di Napoli e quindi anche al governo della Penisola Sorrentina (Trombetta, 1986).   Tale situazione d’instabilità politica, legata all’alternanza di diverse dominazioni, durerà ancora per molti anni e ciò a discapito della crescita economica e demografica di tutto il territorio.   Basti ricordare la distruzione “punitiva” della cittadella di Massa che, insieme a Vico e Sorrento, si ribellò ai Catalani (1465); tale episodio porterà, però, a una trasformazione del territorio lubrense e ad una migliore ripartizione delle terre coltivate[15] (Jalongo, 1993, p. 181).

 

 

 

 

2.4       L’età vicereale

 

La Penisola Sorrentina entra a far parte del Viceregno spagnolo in seguito alla vittoria di Carlo V nella successione al regno di Napoli (1518).   Inizia allora la cosiddetta epoca vicereale (Fasulo, 1906, p.72), ovvero “un lungo periodo travagliato da svariati problemi interni: quelli amministrativi, causati dalle difficoltà del potere centrale nel controllo e nella gestione dei territori sottomessi; quelli fiscali, legati alla necessità di organizzare efficacemente il sistema delle imposte per far fronte alle esigenze finanziarie del governo; quelli sociali, derivanti dal malcontento diffuso tra la popolazione a causa del gravoso e sproporzionato regime fiscale imposto dai nuovi dinasti” (Jalongo, 1993, p. 184).

Dopo pochi anni dall’instaurazione del Viceregno, Carlo V affronta una nuova guerra contro Francesco I re di Francia; quest’ultimo, però, stringe alleanza con l’imperatore ottomano Solimano II, il quale invia da Costantinopoli molte navi di soldati Turchi, “capaci di far mutare lo scenario politico-militare del Regno di Napoli e causare gravi momenti critici a tutta la popolazione” (Trombetta, 1986).

In seguito ad alcune incursioni dei “saraceni” in Calabria, il Vicerè ordinava al Governatore di Sorrento di fortificare la città e, per ristrutturare l’antica cinta di mura “sannitte”, di avvalersi dell’aiuto dei pianesi, questi ultimi colsero l’opportunità per chiedere l’indipendenza in cambio delle prestazioni svolte, ma il Governo della cittadina non accettò, non potendo lasciarsi scappare un territorio così ricco come quello della Piana Sorrentina[16].

Assai ricorrenti sono, in questo periodo, gli “infeudamenti”, con questo espediente il Governo Spagnolo riesce ad incamerare risorse finanziarie, vendendo al  ricco nobile di turno grossi appezzamenti di terreno demaniale o, addirittura, interi territori comunali.  L’indipendenza di una terra, in tal caso, poteva essere conservata  o riacquistata, pagando allo Stato la somma richiesta. Emblematiche a questo proposito le vicende di Massa Lubrense che, dopo essere stata venduta ad un conte, mossa da una decisa aspirazione autonomista dei suoi abitanti, si riscattò proprio con il contributo della popolazione; anche Vico Equense, con tutto il suo territorio, fu venduta ad un barone, ma non riuscì a rendersi indipendente. 

Sorrento e la sua penisola risultano concesse in feudo sia dalla dinastia angioina che aragonese; infatti “i feudatari appartennero tutti, con la sola eccezione di Giordano Colonna, alla dinastia pro tempore regnante.   Per cui si può tranquillamente affermare che, nella realtà delle cose, Sorrento fu sempre, anche quando era infeudata, una città regia, perché i suoi titolari, essendo membri della dinastia regnante, non prendevano […] una decisione senza il beneplacito, espresso o tacito, del sovrano” (Trombetta, 1996, pp. 204-205).  

Il Piano viene riscattato proprio dalla città di Sorrento, che “appunto aspirava a ricavare vantaggi economici attraverso il controllo di questa vasta e prospera regione” […]. “Spina dorsale dell’economia era l’attività agricola, altamente redditizia e basata sulla coltivazione intensiva di olivi, viti, alberi da frutto tra cui noci, fichi e gelso”[17].; l’albero del gelso è inoltre idoneo alla coltivazione del baco da seta, proprio per la buona filatura di questa stoffa, Sorrento diventerà molto famosa nel Settecento (Guida, 1979).  

Completata la fortificazione della città, i sorrentini si sentono al sicuro, tanto che rifiutano l’invio di duecento soldati spagnoli, che il vicerè Giovanni Manriquez de Lara aveva disposto per la difesa della città, essi ricusando quell’aiuto “preferirono un danno incerto, qual era quello di un eventuale assalto Turco, ad un male certo che la presenza di quei soldati avrebbe loro causato, sia per il loro mantenimento e sia, ancor più per i soprusi di ogni genere di manzoniana memoria, che avrebbero subiti” (Trombetta, 1986, p. 96); purtroppo le conseguenze di quella scelta saranno “assai tragiche”.

Il 13 giugno è tristemente ricordato per l’invasione dei Turchi a Massa Lubrense e a Sorrento, con la rovina totale delle due città.   Quella notte, una parte della flotta nemica al comando di Pyaly Mustafà, sbarca alla Marina del Cantone a Massa Lubrense, nel golfo di Salerno; gli ottomani, agevolati dalla mancanza di mura, penetrano con facilità nei casali e nella cittadina, dove compiono una strage immane, facendo più di 1500 prigionieri con relativo saccheggio delle case.

Il resto della flotta aggira Punta Campanella ed entra nel golfo di Napoli, arrivando prima dell’alba nei pressi della Marina Grande di Sorrento; in un primo momento, a causa dell’altezza del costone, gli invasori non osavano scendere a terra, “[…] ma si dice che uno schiavo di un cavaliere della famiglia Correale si fece vedere da un’altura e chiamò i Turchi suoi connazionali, incoraggiandoli a sbarcare; e si vuole ancora che questo stesso schiavo gli aprì la porta della marina, […] dalle colline vicine discendevano i “Saraceni”  ch’erano sbarcati sul versante meridionale (Maldacea, 1843).  

La flotta turca era forte di centoventi vele e si impadronisce facilmente della città; i pirati, in una sola giornata, uccidono un numero considerevole di persone, mentre ne catturano diverse altre.

La grave e continua minaccia turca, incombente sulla popolazione e soprattutto sugli equipaggi, non di rado vittime di assalti in mare, non poteva lasciare indifferente la popolazione sorrentina, che dal mare traeva il suo principale sostentamento.  Inoltre, il riscatto dei prigionieri era molto oneroso ed era reso ancora più pesante e difficoltoso dalla necessità di doversi sobbarcare un viaggio pericoloso per poter andare a trattare coi turchi, coi maghrebini o con i loro emissari sparsi per il Mediterraneo; per tale motivo non mancarono in penisola iniziative per la liberazione degli sventurati finiti in mano pirata.

Ed è proprio a causa di questa esigenza che vengono creati i cosiddetti Monti per la liberazione dei marinai schiavi.   Agli iscritti di tali associazioni: equipaggi, capitani, armatori, sono stornate somme in proporzione ai guadagni, poi accantonate per far fronte al pagamento degli esosi riscatti, altrimenti non sostenibile dai soli familiari della vittima.

Questo sistema rappresentava, per la gente di mare, una forma assicurativa contro il rischio di schiavitù; in un’epoca in cui i concetti di previdenza e mutualità marinara erano tutt’altro che diffusi, in Penisola Sorrentina, in modo particolare a Meta, già si organizzavano questo tipo di attività (Starita, 1979).         

Anche provvedimenti per la difesa attiva del territorio vengono attuati:  “Nel 1564 aveva inizio la costruzione delle torri di avvistamento a difesa della costa sorrentina, nell’ambito di un piano generale che interessava tutta la costa tirrenica fino alla Calabria.  Le torri dovevano essere innalzate in quei punti della costa indicati dai regi ingegneri, con l’obbligo che ciascuna fosse in vista con l’altra, onde costituire nel loro insieme un’unica ed ininterrotta serie di fortificazioni”. Solitamente questo tipo di torri vicereali (aventi prevalentemente la forma di una piramide tronca su base quadrata) “era stata concepita in funzione dell’uso delle armi da fuoco e della possibilità di ospitare in caso di necessità numerose persone[18].   Le torri erano guardate da alcuni militi, detti cavallari, perché ove la costa lo permetteva, erano forniti di cavalli.  Questi militi a Massa, si trovano costantemente citati con il nome di torrieri” (Jalongo, 1993 p. 186).

Conclusasi intanto la tragedia sorrentina, segue un secolo senza grossi sconvolgimenti politici,  il vicerè Filippo IV si cura poco degli affari del regno e sono i nobili spagnoli a gestirne praticamente il controllo, alcuni di essi stringono contatti con la nobiltà sorrentina[19].

Il 7 Luglio 1647 è ricordato a causa della rivolta di Masaniello che riuscì ad  opporsi al regime tributario tartassante (gabella sulla “frutta fresca”) del Duca D’Arcos vicerè di Napoli, nel novembre dello stesso anno, i popolani, temendo di vedersi togliere le concessioni ottenute, ripresero a tumultuare e chiesero l’aiuto della Francia; Enrico II di Lorena, duca di Guisa, al comando di trenta navi, e con l’aiuto della plebe, proclamò la Repubblica Napoletana e scacciò in provincia la corte spagnola (Ibidem).

In Penisola Sorrentina le condizioni economiche continuarono ad aggravarsi ed il malcontento fra i “popolani” si diffondeva  con maggiore rapidità rispetto al passato, la crescita del livello culturale medio creò, infatti, una nuova consapevolezza ed i “tumulti” di Napoli furono compresi in pieno anche dalle classi meno abbienti[20]. All’interno della  civitas i nobili, consapevoli di essere odiati dagli abitanti extra-moenia, stringevano amicizia con i catalani in esilio, mentre i popolani del Piano e del territorio di Massa si organizzavano per una vera e propria rivolta. Questi ultimi, infine, mossero verso Sorrento chiedendo ai nobili ed al clero la remissione dei debiti, ma il governatore chiuse le porte della città, evitando così il conflitto[21].

“La crisi economico-sociale, gli antichi privilegi dei Sorrentini e le frequenti controversie per ragioni amministrative” fanno comprendere perché la rivolta di Masaniello abbia avuto immediate ripercussioni sulla Penisola Sorrentina e perché i “popolani del Piano e di Massa abbiano partecipato al generale movimento antispagnolo.  L’episodio si riserva infatti nel quadro più vasto di quella guerra contadina che, secondo il giudizio del Villari, fu la rivolta antispagnola a Napoli” (Jalongo, 1993, p. 187)[22].

Caduta intanto l’effimera Repubblica Napoletana, la Corona di Spagna riprende la dominazione del Regno e la restaurazione politica non trova alcun ostacolo.

 

 

2.5       Il periodo borbonico

 

Nell’ultimo anno del XVIII secolo muore Carlo II di Spagna[23], che, non avendo avuto figli naturali, designò come erede al trono Filippo d’Angiò.   Il nuovo regnante fu privato del regno nel 1707; intanto l’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore di Germania Leopoldo I, “arrivò con un esercito nel napoletano senza incontrare resistenza alcuna”; inizia, così, la breve dominazione della casata degli Asburgo.

Nel 1734, “don Carlos, figlio di quel Filippo V di Spagna arrivò nell’Italia meridionale e la conquistò senza incontrare serie difficoltà, e per la rinunzia del padre al nuovo regno, fu acclamato re delle due Sicilie”, risale a questa data l’esordio della lunga dominazione borbonica nell’Italia meridionale.

Don Carlos di Borbone (Carlo III di Spagna), successivamente lascia il trono di Napoli al suo terzogenito Ferdinando, allora fanciullo di soli nove anni, quest’ultimo regna pacificamente fino all’invasione francese del 1798.

Durante i pochi mesi di questa dominazione, anche la Penisola Sorrentina viene pervasa dalle idee liberali della Rivoluzione e le nuove amministrazioni sorgono ispirate da principi egalitari; anche le nuove tecniche agricole, conosciute da tempo in Francia, apportano notevoli vantaggi all’economia (Cameron, 1993, p. 262).   Ferdinando IV di Borbone, già alleato degli inglesi nella guerra contro Napoleone e forte di un esercito rastrellato nelle campagne[24], in poco tempo ripristina l’ordine nel regno ed impone ai sorrentini “infedeli” l’obbedienza (Jalongo, 1993, p. 190).

“Il due agosto 1806 il governo di Giuseppe Bonaparte, che si era installato a Napoli al seguito dell’esercito napoleonico, abolì, con una sola legge, la feudalità del Regno di Napoli.  D’un colpo, l’intera giurisdizione che per secoli aveva attribuito ai baroni un potere quasi assoluto su uomini, terre, castelli, città, fiumi, strade, mulini venne cancellata.  In virtù di essa i feudatari, privati degli antichi diritti speciali sulle popolazioni, furono trasformati in semplici proprietari dei loro possedimenti, mentre tutte le altre realtà territoriali, non più sottoposte a usi o a prerogative particolari, vennero a cadere sotto la legge comune del nuovo stato” (Bevilacqua, 1993).    Ha inizio il “decennio francese” e anche la Penisola Sorrentina viene investita dalle radicali trasformazioni del sistema amministrativo e di controllo predisposte dall’impero francese, i cui effetti benefici fanno registrare immediati ed il miglioramenti nell’economia, mentre cresce di importanza la cantieristica navale commercio marittimo[25] (Guida, 1979).   Il cambiamento radicale dei rapporti tra Sorrento ed il Piano è inevitabile, le aspirazioni autonomistiche dei “pianesi” questa volta non possono essere disattese e le richieste per la loro totale indipendenza vengono accolte senza alcun ostacolo.  “Nel 1808 fu decretata la definitiva separazione amministrativa del Piano da Sorrento e fu costituito il municipio di Piano, suddiviso nei cinque terzieri di Meta, S. Agostino, Carotto, Angora, e Maiano” (Jalongo, 1993). Nello stesso anno Giuseppe Bonaparte, volendo rendere omaggio alla città di Torquato Tasso, diede inizio alla progettazione di una strada rotabile che avrebbe dovuto collegare Castellammare a Sorrento[26] (Trombetta, 1993, p. 25).

Grazie alla nuova politica di questo decennio si registrano molti progressi, infatto, anche l’istruzione pubblica viene resa più accessibile e vengono potenziate le scuole nautiche di Piano e Meta, istituiti i catasti “provvisori” di Vico Equense, Piano, Sorrento e Massa Lubrense e, grazie a tale sistema di controllo, si pianifica al meglio l’attività agricola sul territorio.  “I documenti catastali consentono di delineare con maggiore precisione le aree colturali del paesaggio agrario della Penisola Sorrentina […] è stato possibile ricostruire l’estensione delle aree destinate alle diverse colture, in percentuale, rispetto alla superficie territoriale” (Jalongo, 1993).

Il terzo ritorno dei Borboni, che avviene nel 1815 con Ferdinando IV, che riconquista il trono e prende il titolo di Ferdinando I,  trova perciò la riviera sorrentina prospera come forse non lo era stata da secoli e già avviata a conquistarsi quella fama turistica che conserva tutt’oggi.

Intanto il concordato del 1818 aggregava a quella di Sorrento le diocesi di Vico e Massa; Meta si staccava da Piano e veniva eretta anch’essa in comune autonomo nel 1819 (Trombetta, 1993, p. 25).

I diversi comuni che si erano così formati avvertivano l’esigenza di una rotabile che li ponesse in collegamento tra loro; per cui, morto Ferdinando I, nel 1825, si ricominciò a parlare della strada carrozzabile, ma il successore al trono Francesco I di Borbone incontrò notevoli difficoltà e non avviò il progetto.  Succedutogli però nel 1831 il figlio Ferdinando II, “giovane e pieno d’iniziativa, quella strada, che per le molteplici difficoltà di ordine tecnico e per le spese molto elevate, che la sua costruzione richiedeva, sembrava che non si dovesse mai fare, trovò finalmente in meno di un decennio il suo compimento.”

Il 12 marzo del 1832 veniva dato inizio alla costruzione del nuovo tracciato della strada carrozzabile tra Castellammare di Stabia e Sorrento, che, aperta ufficialmente nel 1841, dotava finalmente la penisola di comunicazioni terrestri veloci con Napoli (Trombetta, 1993, p. 23).

I vantaggi della repentina trasformazione territoriale furono immediati per i commercianti i quali, non più costretti a sobbarcarsi costosi imbarchi via mare o insidiosi viaggi su per la mulattiera di Alberi, riuscirono a trarre benefici economici, rendendo nel contempo il prodotto sorrentino più concorrenziale sul mercato napoletano.  Pertanto, l’aumento della domanda dei prodotti agricoli della Penisola Sorrentina, incoraggiò ulteriormente la diffusione di colture specializzate per il consumo a breve termine, quindi non solo più vino ed olio ma agrumi e frutti in genere; la costruzione della nuova via fu uno degli elementi fondamentali che concorsero allo sviluppo dell’agrumicoltura nel secolo XIX, di cui tratteremo ampiamente nel prossimo capitolo.

 

 



[1] Altra prova fondamentale sull’esistenza dei popoli mediterranei l’abbiamo grazie ad alcuni toponimi della loro antica lingua, ancora presenti nella toponomastica della Penisola Sorrentina. Ricordiamo la parola “tauro”, cioè monte, che viene usata spesso per indicare la località più alta in una determinate zona (Tore, Monte Auro, Madonna del Lauro).  

[2] Un gigantesco asteroide, caduto tra il Tigri e l’Eufrate nel 2300 a.C., avrebbe causato una catastrofe ambientale e provocato la fine misteriosa della civiltà dell’età del bronzo antico. La crisi ecologica che colpì successivamente i territori circostanti, nel raggio di varie migliaia di km, costrinse gli abitanti ad emigrare verso terre meno aride. “Da una recente scoperta di Sharad Master dell’università di Witwatersrand di Johannesburg”. 

[3] Pareri contrastanti sull’origine degli Ausoni. “Il territorio sorrentino era abitato, in quel periodo, da popolazioni indigene di stirpe italica, probabilmente gli Ausoni.”

[4] Pareri favorevoli all’origine ellenica di Sorrento sono riscontrabili dagli studi etimologici del Giargiulli e del Mons. Trombetta, che dimostrano l’origine greca di alcuni toponimi della Penisola Sorrentina

[5] Alcuni studi più recenti attribuiscono la fondazione di Sorrento ai Greci, lo stesso nome della città, secondo il parere di Paola Zancani, deriverebbe dalla traduzione in greco della parola “concorro” o “scorro insieme”, in riferimento al fatto che il centro antico è situato nella biforcazione del “Vallone dei mulini”. 

[6] La città fortificata di Sorrento apparteneva alla Lega Nocerina di cinque città osche, era quindi una sorta di capoluogo.

[7] “In un’isola dell’Oceano è un giardino dove le Esperidi dall’amabile canto custodiscono i pomi d’oro…si narra che all’epoca delle nozze di Zeus ed Era, la terra avesse fatto nascere l’albero con quei frutti meravigliosi e di essi avesse fatto dono ai sommi numi”.

[8] “Teofrasto, filosofo greco, nato in Efeso di Lesbo nel 372 a.c., autore di due grandi opere di botanica, in dieci libri, riferisce che ai suoi tempi gli agrumi, già noti da tre generazioni, erano coltivati in vaso; i frutti chiamati Melon medicon o Melon persicon, non si usavano né come alimento né a preparare bevande, ma erano molto apprezzati per il loro odore; se ne faceva uso medico contro il cattivo alito ed anche per preservare gli indumenti di lana dalle tignole.”

[9] Mosaico n.9994 (Museo Naz. Napoli)

[10] Dalla traduzione di un brano del “Liber coloniarum”, il documento che attesta il riconoscimento dei diritti e della cittadinanza romana, siamo certi dell’avvenuta spartizione dell’intero territorio, compreso quello sireniano (Massalubrense), e che al municipium fu dato il nome di “Sorrentum oppidum” cioè Sorrento città fortificata.

[11] Per un dettagliato elenco di sedici ville maritimae in Penisola Sorrentina.

[12] Molto famosa era, in tutto il mondo Greco e Romano, l’industria del vino di Sorrento.

[13] Gli abitanti del Piano dovevano pagare forti gabelle, anche sulla frutta fresca.

[14] Il Regno di Napoli viene nuovamente unificato a quello di Sicilia, era stato spezzato più di un secolo prima a causa della rivolta siciliana del 1282.

[15] Dopo la distruzione della vecchia cittadina gli abitanti di Massa cambiarono l’assetto urbanistico, infatti, coltivando territori più fertili, favorirono i presupposti che portarono alla crescita demografica nei secoli successivi.

 

[16] Questa fortificazione è in parte ben conservata.

[17] Il Piano costituiva la regione più attiva della Penisola Sorrentina e, proprio per questo era soggetto degli interessi dei ceti nobili e terrieri di Sorrento.

[18] Il Fai ha reso visitabile la torre di Montalto restaurata (presso Jeranto) dal 01/06/02.

[19] Nel 1559 vi fu la pace fra Spagna e Francia e Filippo II riconosciuto nuovamente Vicerè, alla sua morte gli succedette il figlio terzogenito Filippo (III) dal quale nacque Filippo IV.    

[20] ” Si verifica soprattutto nella regione lubrense, una sorta di risorgimento culturale incentivato dall’attività del Collegio dei Gesuiti a Guarazzano (…) furono costruite scuole di Grammatica e di Humanità; e una scuola di “Casi di Coscienza” alla quale interveniva tutto il clero massese”.

[21] “Apparso il duca di Guisa sulla scena politica napoletana (…) nella nostra terra, dove egli mandò come governatore l’avventuriero genovese don Giovanni Grillo”. Stabilitosi a Massa, suo quartiere generale per le operazioni militari, radunò più di quattromila persone e strinse d’assedio Sorrento. “Ma i sorrentini, guidati dal vecchio ed abile generale Alfonso Filomarino, e sostenuti pure con rinforzi di soldati spagnoli…si difesero validamente, finché (…) dispersero gli assedianti e liberarono la città.

[22] Oltre a questa ottima sintesi, l’autrice ci riporta la testimonianza dello storico Molegnano il quale così si esprime: “Sorrento era abitata da non più di cinquecento famiglie e lo spazio urbano era in gran parte occupato da giardini coltivati. Circondata da valloni e protetta da dalla parte del mare dall’altezza della costa, la città era difesa da una nuova cinta di mura…La dolcezza del clima attraeva molti dalle vicine parti (…) La contrada era abbondantissima d’ogni sorte di frutti e vi era copia grande di lemoni di cedri e di melangoli. I vini… Le principali attività economiche erano l’agricoltura, l’llevamento del bestiame, la pescaggione, l’arte del navicare, l’attività venatoria (con il commercio delle prede) e l’opra della seta.  

[23] Figlio di Filippo IV salì al trono all’età di quattro anni in seguito alla morte del padre nel 1665.

[24] Ferdinando di Borbone “imponeva una leva di combattenti in tutti i territori del Regno, compreso le Università di Vico, Sorrento e Massa Lubrense”. Questa sottrazione di forza lavoro fu la causa scatenante del cosiddetto brigantaggio pre-unitario, che però non interessò il nostro territorio.  

[25] La migliore marineria meridionale, secondo le affermazioni del Galanti, “era quella delle località del golfo di Napoli e di Salerno”. .

[26] L’idea di una strada carrozzabile era stata fino ad allora trascurata dai sorrentini, anche dopo la caduta di G. Bonaparte…”tuttavia l’idea non cadde, sebbene già prima di allora,…essa aveva incontrato l’opposizione di molti sorrentini, specie tra gli appartenenti alla nobiltà, timorosi di perdere la propria quiete per l’accorrere mediante quella strada di molti forestieri nella loro città, i quali con il loro conportamento avrebbero dato loro […] molta soggezione”.  

 

Il territorio della Penisola Sorrentina: caratteri fisico-ambientali cap.1 aranceto storico Sorrentino

 1.1       I confini

Molti studiosi, sia in tempi antichi sia moderni, hanno provato ad immaginare una circostanziata delimitazione geografica della Penisola Sorrentina.  Ognuno di loro, tuttavia, spesso giunge ad una conclusione sostanzialmente diversa rispetto agli altri.  Fondamentalmente compendiamo, fra le varie ipotesi, le due linee di confine, idealmente o praticamente disegnate dai vari accoliti, fondate su presupposti storici e geografici degni di citazione.   

Già alcuni antichi documenti storici, risalenti al tempo del Ducato autonomo di Sorrento, definivano così la regione Sorrentina: “La fiorente contrada che, a mezzodì del golfo (di Napoli), si protende dalle rive arenose del fiume Sarno alla Punta della Campanella” (Schipa, 1894)[1].  

Similmente il professore in agraria Vincenzo Tutino, in un trattato di fine ottocento sull’agricoltura, considera una Penisola “allargata” in quanto parte integrante del circondario di Castellammare di Stabia (Ferraro, 1990)[2].   I fondamenti di tale studio si basavano, con molta probabilità,  sul fatto che l’utilizzo dello spazio agricolo era molto più omogeneo di oggi. 

 Allo stato attuale,  tale affermazione appare alquanto approssimata, visto il cambiamento agricolo avvenuto proprio dalla metà dell’ottocento e la forte urbanizzazione che ha mutato irreparabilmente gli antichi equilibri.

 Per altri studiosi, in tempi più recenti, l’area prettamente peninsulare costituisce una parte del sistema orografico avellinese (Castaldi, 1968); in ogni caso possiamo determinare una linea immaginaria che definisce quella che comunemente si chiama Penisola Sorrentina.   Detta linea che, non tenendo conto della natura geologica dei terreni, isola la sezione peninsulare, collega Capo Sottile, nei pressi di Praiano, con i bagni di Pozzano (Castaldi, 1968)[3].

 

Questa seconda ipotesi, che tende a distinguere definitivamente due aree che hanno avuto storicamente, economicamente e socialmente uno sviluppo diverso, ci sembra più condivisibile, infatti, anche l’agricoltura moderna, tema centrale del nostro studio, è concepita in modo completamente diverso.

 Da una superficiale analisi è possibile intuire l’attuale diversità agricola delle due aree: nelle pianure intorno Castellammare di Stabia il processo di sviluppo tecnologico, che ha investito il settore agricolo negli ultimi cinquant’anni in Italia, è stato recepito in pieno ed in breve assimilato.  L’introduzione di un tipo di coltivazione moderna a carattere intensivo, è stata favorita da molteplici fattori: la localizzazione strategica dei campi, la natura pianeggiante del territorio, un’estensione media per azienda ideale per la produzione su larga scala, l’ottima qualità chimica dei terreni, nonché la vicinanza della risorsa idrica rappresentata dal fiume Sarno[4].   Questo distretto economico, attraverso l’organizzazione delle aziende di produzione e di trasporto, alimenta un grosso bacino d’utenza. Il più importante mercato generale per gli ortaggi del centro sud, che è situato a Pagani, soddisfa il fabbisogno di tutta la Campania; l’agricoltura della piana del Sarno garantisce inoltre approvvigionamenti giornalieri ai maggiori mercati del resto d’Italia.

Al contrario, l’agricoltura della Penisola Sorrentina è rimasta legata ad un sistema produttivo di sussistenza, vale a dire privo di modificazioni sostanziali e strutturali rispetto a quello di un cinquantennio fa. Paradossalmente proprio la trasformazione dello spazio geografico – infatti, nell’immediato dopoguerra si è verificata un’elevata parcellizzazione dei fondi e contemporaneamente, sotto una forte spinta demografica, una speculazione edilizia talvolta sfociante in fenomeni di abusivismo che  ha sottratto le aree più fertili all’agricoltura; – ha determinato la mancata evoluzione dell’agricoltura.

Risulta chiaro quindi, che è necessario, dal nostro punto di vista, delimitare definitivamente le due aree, tenendo conto che è sempre più improbabile che il territorio da noi circoscritto e denominato Penisola Sorrentina, possa raggiungere uno sviluppo agricolo pianificato su larga scala.  

 

                                                 

 

1.2       Natura del suolo

 

Questa pseudo-penisola ha un aspetto prevalentemente montuoso, le sue coste sono alte e caratterizzate da “rias”, o da falesie tufacee (Castaldi, 1968). 

La Penisola Sorrentina presenta, già a prima vista, caratteristiche morfologiche diverse a nord e a sud (Castaldi, 1968, pp. 19-22)[5]; buona parte del versante nord è formato da depositi di materiale piroclastico vesuviano e flegreo, mentre sul versante sud, e nella parte estrema del lato settentrionale, è prevalente la roccia calcareo-dolomitica, inoltre entrambe le coste sono spesso profondamente erose, e determinano quindi, un’accentuata instabilità del suolo.    

  

 

 

La precarietà del territorio dipende dalla presenza del materiale alluvionale depositatosi durante il Terziario sui piani di scorrimento del sistema orografico precedente (Castaldi, 1968)[6].

Una visione della complessità dello spazio può essere percepita visivamente dal monte Faito o dal monte San Costanzo. Dal primo, ponendo lo sguardo a W.S.W. e in assenza di foschia, riusciamo a vedere la penisola che si estende, per tutta la sua lunghezza, fino quasi a raggiungere l’isola di Capri.  Diverso è invece il panorama visibile dalla vetta del monte S. Costanzo, da dove, guardando nella direzione opposta, ammiriamo l’imponente massiccio montuoso che delimita l’area peninsulare e parte del sistema orografico di cui è il prolungamento. 

Da questi due punti panoramici è facile percepire la diversità morfologica dei due versanti che, sul versante nord, presenta un’inusuale formazione tufacea incastrata tra masse calcaree e, sul lato meridionale, pendii più accentuati di roccia e sedimenti.   Da sottolineare che tali formazioni tufacee, alte dai trenta ai settanta metri s.l.m. ed estese per circa 1.500 ha, sono state assoggettate a fenomeni di relativa urbanizzazione, oggi rappresentati dai centri abitati di Meta, Piano di Sorrento, Sant’Agnello e Sorrento, mentre nel passato vi erano soltanto la cittadina fortificata di Sorrento e un’area costellata di casali, collegati tra loro mediante strade o sentieri,  denominata  piana sorrentina.

 

 

 L’intero “sistema” della Penisola Sorrentina è orlato inoltre da stretti depositi di sedimenti quaternari (spiagge) più lineari a settentrione, in forma più ampia, ma discontinua, a meridione.

Alla disomogeneità geomorfologica si aggiunge il fatto che la penisola appartiene amministrativamente a due province, quella di Napoli e quella di Salerno e che non è automatico considerare la “costiera sorrentina” e la “costiera amalfitana” quali entità amministrative diverse. Infatti, la parte estrema della “costiera amalfitana” appartiene ai comuni di Massa Lubrense, Sorrento, Sant’Agnello e Vico Equense che sono comuni della provincia di Napoli.

La complessità geomorfologica e microclimatica, nonché la singolarità politico-amministrativo, hanno determinato una particolare formazione dell’ecumene che, nel corso della storia, ha prodotto paesaggi antropici molto diversificati (Provincia di Napoli, 2001).

In conclusione risulta evidente che la Penisola Sorrentina è un’individualità antropogeografica rispetto all’intera regione Campania, e quindi le diversità che abbiamo evidenziato dal punto di vista morfologico e tettonico tra i due versanti, non alterano quella che possiamo definire “unità zonale”, in quanto i due predetti lati si presentano come sotto-zone. Anche se dal punto di vista amministrativo esiste, come vedremo in seguito, un fattore storico e non geografico che determina una continuità areale.

 

1.3       Il clima

 

Il clima della Penisola Sorrentina, sia per la disposizione geografica del territorio e sia per la conformazione del suolo che si protende nel mare, ha avuto un’ importanza notevole nello sviluppo dell’ecumene sorrentina. 

Il clima ha determinato scelte e trasformazioni territoriali, nonché un’urbanizzazione con insediamenti sparsi e un’architettura decisamente diversificata, sino a quando la tecnologia non ha eliminato quei “dictat” dell’ambiente generando una deleteria uniformità.

Se si analizzano i movimenti delle masse d’aria che  incidono nell’area tirrenica, la penisola si colloca nella parte settentrionale  del micro clima tirrenico-insulare, ma ancora abbastanza vicino a quello ligure-tirrenico, da non sentirne gli effetti. In ogni caso la penisola è assoggettata alla massa d’aria relativamente umida proveniente da W e che investe principalmente il settore sorrentino aperto completamente a NW.  

La conformazione  del territorio, che è caratterizzata da un repentino innalzarsi delle quote altimetriche, determina la necessità da parte di questa massa umida di spendere energia con conseguente  aumento delle precipitazioni su questo versante ed una diminuzione di esse sul versante opposto; dove, il flusso d’aria, nel ridiscendere, si riscalda parzialmente determinando in tal caso temperature medie più alte.

Naturalmente – essendo il territorio preso in esame esiguo, sia per superficie che per altitudine – i dati potrebbero sembrare poco significativi ai fini di un’analisi più ampia, ma sono particolarmente interessanti quando si confrontano con le scelte delle colture effettuate dagli abitanti della penisola a partire dall’arrivo dei greci. 

Tra tutti gli elementi climatici che interessano e caratterizzano gli ambienti in Penisola Sorrentina, analizzeremo la temperatura  e le precipitazioni.  La pioggia in particolare, oltre ad essere stata determinante nelle scelte agricole fatte nei secoli, è anche stata causa del disfacimento del territorio e dei forti rischi idrogeologici,  nonché  dei fenomeni carsici e delle sorgenti.

Quello che sarà carente in questa analisi saranno i dati riguardanti le osservazioni meteorologiche, che possiamo definire a “macchia di leopardo” sia in senso spaziale che temporale (Castaldi, 1968, pp.27-32). Tuttavia, poiché i fenomeni atmosferici variano in modo impercettibile e ciclico, possiamo ritenere i dati in nostro possesso sufficienti allo scopo.

La prima tabella ci indica la media trimestrale della temperatura e dell’escursione termica giornaliera sulla base di dati rilevati a Sorrento e Amalfi; la tabella successiva  mostra l’andamento delle precipitazioni medie stagionali ed annue sui due versanti.

 


Tabella n. 1.1 – Temperature medie sui due versanti.

Trimestre

Sorrento

Amalfi

Media

Escurs.

Media

Escurs.

Dicembre/febbraio

9.7°C

3.3°C

9.1°C

5°C

Marzo/maggio

14.5°C

6.9°C

17.3°C

6.9°C

Giugno/agosto

23.7°C

3.2°C

27°C

1°C

Settembre/novembre

18°C

7.6°C

20.1°

7.2°C

Fonte: Castaldi, 1968.

Tabella n. 1.2 – Precipitazioni medie per stagioni ed annue sui due versanti.

Stagioni

Area sorrentina

Area amalfitana

Media

Media annua

Media

Media annua.

Inverno

159.2mm

1233.5mm

162.7mm

1218.2mm

Primavera

79.6mm

89.5mm

Estate

23.9mm

29.3mm

Autunno

137.4mm

133.3mm

Fonte: Castaldi, 1968.

L’analisi della tabella evidenzia una parziale uniformità dei dati per i due versanti, in realtà, il dato dell’area amalfitana comprende località estranee (maggiormente influenzate dai venti umidi dei quadranti meridionali) alla zona presa da noi in esame.

Osservando le due tabelle notiamo che il settore sud della penisola si presenta con una temperatura media più alta e con un’escursione termica quasi assente in determinati periodi dell’anno; la parte nord, invece, risulta mediamente 3° più fredda e con una limitata ma costante escursione termica.

La piovosità di quest’ultima area è maggiore così come notevolmente maggiore si presenta il tasso igrometrico; l’alta percentuale di umidità dell’aria è fattore costante in tutti i periodi dell’anno, ad essa si accompagna la maggiore umidità dei terreni determinata dalla presenza di tufo nel sottosuolo della fascia nord; tali fattori hanno inciso decisivamente sull’agricoltura e risultano determinanti per comprendere le scelte dei nostri predecessori riguardo agli ordinamenti colturali impiantati.

 


 

1.4       Le acque

 

Poiché la Penisola Sorrentina è costituita per lo più da un blocco calcareo, che è in parte dolomitico-calcareo, si presenta come un terreno che assorbe l’acqua piovana restituendola sotto forma di sorgenti carsiche.  

Pur mancando dei veri e propri corsi d’acqua, fatta eccezione per tre torrenti con caratteristiche di fiumare: il Rio di Meta, il Rio Grande e il Rio Gragnano, molte sorgenti danno vita, nei periodi di massima intensità di pioggia, a torrenti che utilizzano come letto una serie di fratture nel suolo.  

L’idrografia che caratterizza la Penisola Sorrentina non è contraddistinta però da questi torrenti,  ma da una serie di sorgenti quali:

 La Sperlonga a Vico Equense la cui portata è di – 5 – l/sec.

 La Capodacqua a sud della collina S. Francesco, – 3.5 – l/sec.

 La Lamma presso Meta, – 0.5 – l/sec.

  S. Massimo in località Trinità a Piano di Sorrento – 0.7 – l/sec.

  Casa d’Ardia in località Petrulo a Piano di Sorrento, – 0.5 – l/sec

 Bassa Pezzella in loc S. Liborio – 0.7 – l/sec.

 Torderella, nel comune di S. Agnello – 1 – l/sec

 

Sul territorio del comune di Sorrento le maggiori sorgenti sono:

 Cesarano – 0.9 – l/sec. scavata nel tufo

 Marina Grande, – 1.1 – l/sec.

 Priora “1” – 1 – l/sec.

 Priora “2” – 0.5 – l/sec.

 Canale – 1 – l/sec. confluente nel Rio Grande

Pontescuro – 1 – l/sec. confluente nel Rio Grande

Mulini – 3 – l/sec. alimenta le fontane al centro di Massa

 Cerriglio – 1.5 – l /sec

 Marina di Massa

 

In realtà, queste sorgenti devono essere considerate captazioni realizzate in epoca romana per mezzo di lunghi cunicoli drenati tra il calcare sottostante e i materassi vulcanici. 

Sono da ricordare ancora le sorgenti di Cassano (21 l/sec.), che sgorgano al termine della fascia carsica a qualche metro sul livello del mare.

Sul versante sud, doppiata Punta della Campanella, troviamo le sorgenti di Positano e Agerola.

 

Nel territorio di Positano vi sono le sorgenti potabili:

 Della Porta – 9 – l/sec.

 Bambury – 0.5 – l/sec.

 Del Porto – 26 – l/sec.

  Del Fiume – 45 – l/sec

 

Nel territorio di Agerola  troviamo:

 Galli Bomerano – 2.3 – l/sec.

 Pianillo – 1 – l/sec.

Galli II – 1.3 – l/sec

 Sotto la Polveriera – 1.5 – l/sec. (non potabile)

 Acqua Leggia I – 1.6 – l/sec.

Acqua Leggia II – 0.5 – l/sec.

 Lavatoio – 7 – l/sec.

 Matassa – 3.5 – l/sec. (non potabile)

 Pietrapiana – 2 – l/sec.

 Fontana Canpora – 0.9 – l/sec.

 Macenerella – 2.1 – l/sec.(Castaldi, 1968, pp.27-32)

Queste falde acquifere rappresentano dei corpi idrici secondari di cui è ben conosciuto il corredo chimico naturale, mentre è difficile quantificare la contaminazione antropica, poiché solo le acque destinate all’alimentazione sono soggette a controlli  e solo alle aree di captazione. 

Al momento, per le falde dei massicci, poiché la morfologia scoraggia l’insediamento antropico, non sono segnalati fenomeni di inquinamento (Provincia di Napoli, 2001, pp. 401 s.).

 Numerose sono le sorgenti termali e minerali, formate talvolta da parecchie polle, con temperature variabili tra i 38 e gli 80°, alcune, note fin dai tempi antichi per le virtù terapeutiche, hanno determinato la costruzione di edifici termali – come lo Scrajo alla base meridionale dei Monti Lattari nel comune di Vico Equense – e l’emergere di una risorsa che ancora oggi rappresenta un’attrattiva turistica fondamentale (UTET, 1965). 

Analizzando la conformazione geologica del sottosuolo notiamo che ad una falda superficiale corrispondono altre falde profonde, esse vengono utilizzate per attingimenti mediante pozzi che variano di profondità in base alla interposizione del complesso tufaceo tra falda freatica e superficie.

La presenza degli antichi “cunicoli” di età romana o dei pozzi artesiani di più recente costruzione è ancora oggi fonte di ricchezza, infatti nei giardini dove la disponibilità di risorse idriche non comporta oneri eccessivi, risulta conveniente effettuare coltivazioni irrigue. 

 


1.5       L’insediamento umano

 

Nel corso della storia vari sono stati gli eventi, naturali o sociali, che hanno cambiato la situazione demografica e l’assetto urbanistico del territorio; le successive fasi storiche hanno portato alla formazione dell’attuale paesaggio urbano.

Il territorio della Penisola Sorrentina comprende i comuni di Vico Equense, Positano, Meta, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Massa Lubrense per una superficie complessiva di circa cento chilometri quadrati e una popolazione che si aggira intorno ai settantamila abitanti[7].   

Il territorio si presenta in prevalenza montuoso, una “gigantesca massa calcarea, che si estende per tutta la lunghezza e per quasi tutta la sua larghezza” (Trombetta, 1993, p. 9).

L’altezza massima raggiunta dai rilievi in penisola è quella del Monte S. Angelo a tre pizzi, coi suoi 1444 m. sul livello del mare[8] che è l’altura posizionata più ad est;  continuando nella direzione opposta incontriamo Monte Comune che, con i suoi 877 m., si affaccia su Positano,  proseguendo ancora c’è Vico Alvano (643), conosciuto anche col nome di montagna del principe,  questo è il rilievo più alto della cornice di colline che circonda ” [] quel tavolato di tufo nero, lievemente inclinato e fortemente intagliato sul fronte marino, che si prolunga da Meta a Sorrento.”( Trombetta, 1993).

Altro punto notevole di detta “cornice” è il Picco S. Angelo (467),  la cui massa calcarea si incunea da Sud nella piana sorrentina e, declinando dolcemente quasi fino al mare, delinea il confine naturale tra S. Agnello e Sorrento, quest’altura rappresenta inoltre un punto panoramico molto suggestivo, da esso è infatti possibile ammirare contemporaneamente, sia il Golfo di Napoli, sia il Golfo di Salerno.

Superata questa asperità del suolo, sul versante di Sorrento, esiste una simile cornice di colline, ma leggermente più “alta” della precedente , i punti più alti in quota li troviamo in località “Le Tore” (528), nel territorio comunale di Sorrento e  a S. Agata sui due Golfi, sul piccolo altopiano a forma di cono tronco che è denominato Deserto (456)[9]

Superata Sorrento entriamo nel territorio “massese” e la differenza morfologica del suolo è molto evidente; la zona è, infatti, totalmente montuosa, costituita da terreni sedimentari, e non presenta rilievi notevoli;  la vetta maggiore è il monte S. Costanzo (498)[10], presso Termini (Trombetta, 1996).

 

 

A causa dell’asperità del territorio l’accesso via terra alla Penisola Sorrentina è stato da sempre molto difficoltoso.  La prima via che percorsero i popoli più  antichi, probabilmente creata da essi stessi sul lato settentrionale, seguendo l’andamento morfologico dei Monti Lattari, dovrebbe corrispondere, “[…] grosso modo, al tracciato della via mulattiera, che vi troviamo [ ancora oggi ], e che […] principiando il suo corso dal sito dove poi sorse la città di Stabia, s’arrampicava per diverse centinaia di metri sulle pendici del detto massiccio fino a superare la punta di capo di Orlando, da dove proseguiva su una linea su per giù orizzontale fin oltre la Sperlonga, per poi discendere, lungo il fianco del monte su cui ora si trova la chiesa di S. Maria del Toro, nella piana di Vico, ed attraversando il piccolo ponte, che è ai piedi del più alto dei piloni che ora sostengono il viadotto della vesuviana, risaliva lungo il rivo Mirto fino ad Alberi per ridiscendere il lato opposto fino al luogo di Meta in cui è la chiesa della Madonna del Lauro, da dove, dopo aver costeggiato il fianco meridionale del  vallone formato dal rivo Lavinola, seguiva sostanzialmente fino a Sorrento l’attuale corso Italia, e di lì quello della vecchia via comunale, che per la salita di Capodimonte e per la zona di Priora arrivava nel territorio di Massa, e l’attraversava fino al luogo ora chiamato Termini, e di là, costeggiando il lato occidentale del monte S. Costanzo, andava a terminare sulla punta, ora detta della Campanella.(Trombetta, 1999, p.13)

 

Esistevano tre mulattiere che raggiungevano direttamente il monte Faito, esse cominciavano rispettivamente dal luogo dove ora è Castellammare, Pimonte ed Agerola; l’esistenza di questi sentieri, già migliaia di anni fa, ci dà prova della grande importanza del monte auro.  La montagna era fondamentale per l’economia del passato, perché ricca di pascoli e selvaggina;  sulla sua vetta sorse verso il VI secolo “la cappella dedicata all’arcangelo S. Michele, e schiere di folle devote provenienti dai paesi pedemontani, cominciarono ad accorrervi per impetrare grazie dal principe della milizia celeste, […] specie in occasione del primo agosto e del ventinove settembre, […] per esprimere la loro devozione.”(Trombetta, 1993).     La cappella di S. Michele fu poi sconsacrata nel 1862, il clero infatti, trasferendo la statua raffigurante l’Arcangelo nella Cattedrale di Castellammare, mise al riparo i devoti dai pericoli causati dal brigantaggio, fenomeno molto diffuso in tutto il Meridione post-unitario e che interessò, in parte, anche il nostro bellissimo monte (Bevilacqua, 1993).

 

Per raggiungere il Faito non vengono più adoperati i sentieri, essi purtroppo stanno scomparendo e tra breve “spariranno anche le vestigia ancora visibili” (Trombetta, 1993); verso la metà del XIX secolo, il conte Giusso costruì la sua strada carrozzabile per il Faito e nell’intraprendere l’opera scelse il percorso più breve, quello sul versante “boschivo” di Castellammare, seguendo in sostanza, la stessa traccia del citato viottolo alpestre che partiva dall’antica Stabia[11], e che oggi rappresenta la via di accesso principale al Monte, insieme alla Moiano-Faito, strada costruita nel dopoguerra  in prolungamento della via R. Bosco, sul territorio comunale di Vico Equense (Trombetta, 1983, p. 66).

 

Gli antichi sentieri di Sorrento e della sua piana sono scomparsi, assimilati nel corso del tempo da un reticolo di vicarielli a sua volta divenuti, in molte loro parti, tracciato urbano principale.   Per la zona collinare e per i territori di Positano e Massa Lubrense, se qualche antico tracciato non è ancora scomparso nella vegetazione o non è stato privatizzato da qualche speculatore di turno, lo si deve soltanto alla tutela del Club Alpino Italiano (C.A.I.); sono rimasti “intatti” alcuni tratti del sentiero che dalla località Crocella (1026 m. s.l.m.), sulle pendici del Monte Faito che, costeggiando il versante sud, raggiunge Punta della Campanella.[12]

 

Tale  morfologia, prevalentemente montuosa, impedì di fatto un facile ingresso anche a quelli che intendevano raggiungere la penisola via mare ed inoltre influenzò la scelta dei luoghi destinati all’insediamento.   Nel corso della storia, come avremo modo di vedere nel capitolo successivo, l’insediamento umano a carattere fisso cominciò nelle immediate vicinanze degli approdi e, successivamente, si spostò nell’entroterra;  per l’assoluta mancanza di documenti catastali relativi a periodi antecedenti la seconda metà del XVIII secolo, non è possibile conoscere con certezza i tempi e i modi dei movimenti demografici avvenuti prima di quel periodo, tuttavia grazie a documenti cartacei di varia natura raccolti dal Monsignore Antonino Trombetta è possibile delineare un trend demografico approssimativo.

 

Intorno all’anno mille sul territorio peninsulare esistevano altri piccoli centri abitati oltre  Sorrento e Vico Equense.   “Un atto notarile del 938 d.C., con il quale un certo Gregorio donava la “Plantia” e la “Massa publica” all’abate del monastero di Rovigliano […]”, ci conferma l’esistenza di alcuni casali a carattere prevalentemente agricolo; si stima che gli abitanti che risiedevano da Meta a Massa Lubrense, fossero circa quattromila( Trombetta, 1986).

 

Qualche secolo dopo, da fonti ecclesiastiche, riusciamo ad avere dati più precisi riguardo alla popolazione residente su tutto il territorio, con esclusione di Vico Equense e Massa Lubrense; i dati sono disaggregati per parrocchie e sintetizzati nel grafico e nella tabella seguenti:

 Grafico  n.  1.1 – Variazione tra censimenti 1594/1609

 

 Tabella  n.  1.3 – Censimenti nei comuni della Piana Sorrentina

          parrocchie

anno

comuni

Cattedrale

S.Agnello

S.Michele

SS.Trinità

S.M.Lauro

1594

1609

1594

1609

1594

1609

1594

1609

1594

1609

Sorrento

2040

2580

 

 

 

 

 

 

 

 

S.Agnello

 

 

1140

1340

 

 

 

 

 

 

Piano

 

 

 

 

700

820

550

600

 

 

Meta

 

 

 

 

 

 

 

 

1200

1400

Fonte: Trombetta, 1986.

 

In seguito, il popolamento della penisola ebbe un’accelerazione in età borbonica, da Carlo III a Francesco II, raggiungendo nel 1861, con il primo censimento regolare, 154253 unità di cui Meta 7163, Piano 8122, S.Agnello 4518 e Sorrento 7869. (Castaldi 1968)

Continuando l’analisi dei dati riguardanti l’aumento della popolazione in provincia di Napoli fino all’ultimo censimento del 2001, gli aumenti  per i comuni in esame sono i seguenti:

        

 

Meta 7726  (7.86%)

Piano di Sorrento 12903 (58.86%)

Sant’Agnello 8466 (87.38%)

Sorrento 17429 (121.49%) (Provincia di Napoli, 2001)

 

I dati mostrano una aumento percentuale considerevole man mano che ci spostiamo verso l’estremità della penisola, anche se bisogna tenere conto che la cittadina di Meta ha subito un calo demografico di 2248 unità nel periodo 1871/1911.

Un’analisi più attenta ci consente di evidenziare le differenze sostanziali all’interno dei dati, infatti possiamo constatare una diversa tipologia di aumento della popolazione tra i predetti comuni:  accentrata oppure enucleata.

Sorrento e Sant’Agnello evidenziano un forte aumento di popolazione accentrata mentre Piano e Meta un aumento maggiore di popolazione enucleata

Tabella  n. 1.4 – Localizzazione della popolazione

 

% popolazione accentrata

% popolazione enucleata

Meta

<10

34.76

Piano

<10

48.32

S.Agnello

37.18

<10

Sorrento

10.76

<10

Fonte: Castaldi, 1968.

 

Inoltre raffrontando la popolazione attuale con la superficie in Kmq abbiamo la seguente densità abitativa:

  • Meta 3528 con una variazione percentuale nell’ultimo cinquantennio pari al 26%
  • Piano di Sorrento 1760, con una variazione del 68%
  • S.Agnello 2070, con una variazione del 56%
  • Sorrento 1755, con una variazione del 61%

Questi dati mostrano una inversione di tendenza negli ultimi anni a favore dell’area di Piano di Sorrento caratterizzata da una forte speculazione edilizia, percepibile anche visivamente.

I dati in nostro possesso possono essere letti in modo da avere una distribuzione altimetrica della popolazione sia essa accentrata che enucleata: il maggior numero di abitanti è compreso tra la fascia da zero e cento metri pari circa al 53,8%;  la percentuale scende regolarmente con l’aumentare dell’altitudine fino allo 0,04 tra gli 800 e i 900 mt., però nella fascia tra i 300 e i 400 mt si verifica un trend negativo meno marcato.  Al tempo stesso, riscontriamo una maggiore presenza di nuclei abitativi nella fascia da zero a 200 mt, una riduzione di essi intorno ai 200 mt, un relativo aumento nelle due fasce successive e una costante diminuzione per le quote più elevate..


 

Tabella n. 1.5 – Distribuzione dei nuclei abitativi per fasce altimetriche

Fasce altimetriche

Centri e nuclei       n°

                   %

0-200

45

58.44

201-400

25

32.47

401-600

6

7.79

Oltre 600

1

1.30

  Fonte: elaborazione propria

 

L’osservazione diretta sul territorio, come mostra la tabella  n° 5, si discosta parzialmente dai dati relativi al 1961(Castaldi, 1968)  ma è in accordo con quanto emerso dall’analisi dell’inurbamento delle zone periferiche e pedocollinari di Meta Piano di Sorrento, S.Agnello e Sorrento.  Se, infatti, procedessimo dividendo i primi 400 metri in 4 fasce troveremmo che il numero dei nuclei abitativi è maggiore nella seconda fascia rispetto alla prima di come rilevato in passato. In conclusione, da questi dati, evinciamo un nuovo concetto di popolazione accentrata e cioè di una fascia di “accentrazione” che senza soluzione di continuità ingloba quasi la totalità di quelle aree, una volte enucleate, e ricadenti nelle altimetrie di 0-200 mt. .

 

 ARANCETO STORICO SORRENTINO



[1] Il Ducato di Sorrento mantenne questi confini fino al 1135.

[2] “Il circondario di Castellammare di Stabia, oltre al comune di questo nome, comprende quelli di Agerola, Casola, Gragnano, Lettere, Massalubrense, Meta, Ottajano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento, Torre annunziata e Vico Equense, con una popolazione complessiva di 159.214 abitanti dividendosi in quella agglomerata nei centri, che è di 133.719 ed in quella sparsa nella campagna che è di 25.495.” Dalla relazione inedita di Vincenzo Tutino sulle condizioni agricole della Penisola Sorrentina.

[3] La località Pozzano è situata sul territorio comunale di Castellammare di Stabia, a confine col comune di Vico Equense.

[4] Il fiume Sarno è stato classificato fra i corsi d’acqua più inquinati d’Europa, nonostante ciò, tutta la produzione di ortaggi della Piana utilizza, senza alcuno scrupolo, l’irrigazione da esso fornita. 

[5] “[…] altri fenomeni [che] sono comuni ai due versanti: una serie di lembi terrazzati a diverse altezze e una chiara documentazione di due livelli carsici sovrapposti […].

[6] Agli strati di roccia calcarea sono spesso interposti strati sedimentari molto friabili.

[7] A rigor di logica, secondo i confini precedentemente delineati, farebbe parte integrante della Penisola Sorrentina anche la località Vettica Maggiore nel comune di Praiano; se ne esclude però l’appartenenza ai fini del nostro studio. N.d A.

[8] Il “pizzo” più alto è il monte S. Michele, gli altri due sono il Monte di Mezzo (1425) e il Monte Catello (1326). Fonte: Club Alpino Italiano.

[9] Il toponimo “deserto” rappresentava nel significato originale un luogo di eremitaggio, i frati Carmelitani costruirono proprio a S. Agata il loro eremo, il monastero ancora esistente fu edificato tra il 1680 ed il 1750 circa (Trombetta, 1996, p. 187 s.).

[10] La Penisola Sorrentina termina col Monte S. Costanzo “[…] e con le due punte di Jeranto e della Campanella, e su quest’ultima, molto più vasta dell’altra, nei primi decenni del secolo XIV, per ordine del re di Napoli Roberto d’Angiò, fu costruita una torre di guardia contro i pirati, [e lì fu posta] una piccola campana […] per dare, in caso di pericolo, il segnale d’allarme. [La campanella] derivò a quella punta, allora chiamata ancora Promontorio di Minerva, il nome che attualmente porta. 

[11] “Il massiccio del Faito ebbe al tempo dei romani anche l’appellativo di Monte Lattaro o Monte del Latte. (…)” Da questo nome, dato al Monte per l’ottima qualità del latte prodotto, deriverebbe la denominazione di Monti Lattari. A. Trombetta, Profilo Linguistico ed Onomastico della Penisola Sorrentina e Storia del Faito pag. 66. Casamari 1983.  

[12] Di notevole interesse escursionistico il Sentiero degli Dei, ovvero la parte iniziale di questo lungo percorso ancora esistente e ancora frequentato a scopo escursionistico.

Non solo caffè MdE shop

A Piano di Sorrento, in via Cassano 55 c’è un negozio dove regna sovrano il caffè: cialde, grani, macinati e capsule, tutte a marchio “Intenso”: un nome che sembra voler definire l’ondata di aromi che da subito avvolgeranno il vostro olfatto ed il vostro gusto:

Leggi tutto “Non solo caffè MdE shop”

Negozio scarpe Sorrento : Gaia calzature sorrento

Gaia Calzature, in Corso Italia 38 A/B a Sorrento tel. 081 8781668  è nel centro di Sorrento una vetrina glamour per calzature, pelle e accessori ovvero i tre elementi fondamentali della moda e dell’eleganza moderne.

Leggi tutto “Negozio scarpe Sorrento : Gaia calzature sorrento”